Costumi 1947 parco 600Quando si realizza un cortometraggio ambientato in un periodo storico diverso dal presente, il costume non è mai un semplice “vestito d’epoca”. È uno strumento narrativo. Racconta il tempo, la classe sociale, il carattere, il mestiere, il pudore, il desiderio, la povertà, la ricchezza, il gusto, la repressione, la ribellione e perfino il destino del personaggio.

In un cortometraggio, dove il tempo narrativo è limitato, il costume diventa ancora più importante: lo spettatore deve capire rapidamente dove siamo, quando siamo, chi ha potere, chi è fuori posto, chi nasconde qualcosa, chi vuole apparire diverso da ciò che è. Un buon costume non deve soltanto essere corretto dal punto di vista storico; deve essere funzionale alla regia, alla fotografia, alla recitazione ed al montaggio.

L’errore più comune è pensare: “Ambientiamo il corto negli anni ’50, quindi mettiamo una gonna ampia, una camicia bianca, una Vespa e siamo a posto.” No. Ogni epoca ha molte epoche dentro di sé. Gli anni ’50 di una famiglia borghese milanese non sono gli stessi di una famiglia contadina del Sud. Gli anni ’80 di un impiegato, di un punk, di una casalinga, di un dirigente televisivo o di uno studente universitario sono mondi visivi completamente diversi.

Il lavoro del costumista consiste proprio in questo: rendere credibile un tempo storico attraverso scelte concrete, precise e drammaturgiche.

1. Prima regola: capire l’epoca, non imitarla superficialmente

Per costruire costumi credibili bisogna studiare il periodo, ma senza trasformare il film in un museo. Il cinema non ha bisogno di abiti “morti”, perfetti e imbalsamati. Ha bisogno di abiti vivi.

Quando si lavora su un’epoca bisogna chiedersi:

In quale anno preciso siamo?
In quale paese, città, quartiere o ambiente sociale?
Il personaggio è ricco, povero, borghese, operaio, aristocratico, contadino?
È giovane o anziano?
Segue la moda o la rifiuta?
Indossa abiti nuovi, usati, ereditati, rattoppati, militari, da lavoro?
È una persona che cura la propria immagine o che si veste solo per necessità?
La storia si svolge in estate, inverno, giorno, notte, casa, fabbrica, strada, festa, lutto?

Queste domande sono più importanti del generico “che abiti si usavano negli anni ’30?”. Perché la moda ufficiale è solo una parte della verità. Molte persone, nella vita reale, non vestono mai esattamente secondo la moda dominante. Spesso indossano abiti vecchi di dieci anni, vestiti passati da parenti, capi modificati, divise da lavoro, vestiti comprati al mercato, abiti della festa conservati con cura.

Un cortometraggio storico diventa credibile quando i costumi sembrano appartenere davvero ai personaggi, non al reparto costume.

2. Stabilire l’anno preciso

Dire “anni ’60” è troppo vago. Un abito del 1961 è molto diverso da uno del 1969. Lo stesso vale per gli anni ’20, ’40, ’70, ’80 o ’90.

Per esempio, gli anni ’60 iniziano con linee ancora abbastanza composte, eleganti, ereditate dagli anni ’50. Verso la metà del decennio arrivano minigonne, geometrie, colori più netti, moda giovanile, suggestioni pop. Alla fine degli anni ’60 compaiono silhouette più libere, influenze hippy, capelli lunghi, abiti meno strutturati. Se si mette una minigonna aggressivamente anni ’68 in una storia ambientata nel 1960, il pubblico magari non sa spiegare l’errore, ma percepisce qualcosa di falso.

Per questo il costumista deve chiedere al regista ed allo sceneggiatore: in che anno siamo esattamente?
Se l’anno non è fondamentale, conviene almeno scegliere una finestra ristretta: 1946-1948, 1958-1962, 1975-1978, 1983-1985. Questo aiuta a costruire coerenza.

3. Non confondere moda e costume cinematografico

La moda riguarda ciò che viene proposto, desiderato, fotografato, venduto. Il costume cinematografico riguarda ciò che il personaggio indossa per vivere dentro una storia.

Un personaggio povero nel 1930 non vestirà come una fotografia di alta moda del 1930. Una donna di provincia negli anni ’70 non vestirà necessariamente come una cantante televisiva o un’attrice internazionale. Un operaio degli anni ’50 non avrà lo stesso guardaroba di un avvocato, anche se vivono nello stesso anno.

Il costumista deve conoscere la moda dell’epoca, ma deve poi abbassarla, sporcarla, adattarla, invecchiarla, renderla sociale. Il costume deve comunicare il personaggio, non soltanto il calendario.

4. La classe sociale è decisiva

La stessa epoca cambia completamente a seconda della classe sociale.

Un aristocratico degli anni ’20 avrà tessuti, tagli, scarpe, cappelli, guanti e accessori molto diversi da un operaio. Una ragazza borghese degli anni ’50 avrà abiti più curati, magari stirati, coordinati, con borsa e scarpe abbinate. Una ragazza contadina dello stesso periodo avrà capi più pratici, grembiuli, stoffe robuste, abiti riutilizzati, colori più spenti, scarpe consumate.

La classe sociale si vede in molte cose:

nella qualità del tessuto;
nel modo in cui il capo cade sul corpo;
nella pulizia;
nell’usura;
negli accessori;
nella quantità di abiti disponibili;
nella possibilità di cambiare vestito tra una scena e l’altra;
nella presenza o assenza di riparazioni;
nel modo in cui il personaggio porta l’abito.

Un personaggio ricco può avere un abito vecchio ma ancora elegante. Un personaggio povero può avere un abito della festa tenuto benissimo perché è l’unico capo importante. Quindi non bisogna ragionare in modo semplicistico: “povero = sporco”, “ricco = impeccabile”. Il costume deve essere psicologico.

5. Il mestiere del personaggio modifica il costume

Il lavoro è uno degli elementi più importanti nella costruzione dell’abito. Un personaggio non si veste solo secondo l’epoca, ma secondo ciò che fa.

Un medico, un prete, una sarta, un minatore, un impiegato, una cameriera, un militare, un professore, un venditore ambulante, una centralinista, una segretaria, un musicista, un contadino, un barista: ognuno porta addosso tracce diverse.

Il costume da lavoro deve essere funzionale. Deve avere tasche, segni di uso, protezioni, grembiuli, colletti, manicotti, scarpe comode, divise, cappelli, guanti. Spesso il mestiere lascia sul corpo una postura e sull’abito una memoria: ginocchia consumate, polsini sporchi, giacca deformata, grembiule macchiato, scarpe piegate sempre nello stesso punto.

In un cortometraggio, un dettaglio di lavoro può raccontare molto più di una battuta. Una matita dietro l’orecchio, un metro da sarta intorno al collo, un fazzoletto nel taschino, un grembiule unto, un colletto troppo stretto, una cravatta annodata male: sono segni narrativi.

6. L’età del personaggio non coincide sempre con l’epoca

Un giovane tende spesso a recepire prima le novità della moda. Una persona anziana può continuare a vestirsi secondo codici più vecchi. Questo è fondamentale.

In una storia ambientata nel 1978, un ragazzo può vestire in modo moderno, con jeans, giubbotto, maglietta, capelli lunghi. Sua nonna può sembrare ancora ferma agli anni ’50. Un padre può avere un abito anni ’60 portato ancora per risparmio o abitudine. Così, dentro la stessa scena, convivono tre tempi diversi.

Questa stratificazione è preziosa. Rende il mondo più credibile. La realtà non cambia guardaroba tutta insieme il primo gennaio di un decennio.

7. La geografia conta: città, provincia, campagna

La moda arriva in modo diverso nei diversi luoghi. Una grande città recepisce prima le novità. La provincia le assorbe più lentamente. La campagna può mantenere abitudini vestimentarie più pratiche e tradizionali.

Un corto ambientato nella Roma degli anni ’60 non avrà lo stesso costume di un corto ambientato nello stesso anno in un piccolo paese dell’Appennino. Milano, Torino, Napoli, Palermo, Venezia, Bologna, la campagna veneta, il Sud contadino, la riviera romagnola: ogni luogo ha una temperatura visiva diversa.

La geografia influenza:

i tessuti;
i colori;
le scarpe;
i copricapi;
il livello di formalità;
l’esposizione alla moda;
la presenza di divise o abiti da lavoro;
il rapporto con il clima.

Un costume storico credibile deve sapere dove vive.

8. I tessuti sono più importanti di quanto sembri

Nel cinema il tessuto parla. Lana, lino, cotone, seta, velluto, panno, gabardine, tweed, pelle, sintetico, nylon, poliestere, viscosa: ogni materiale racconta una storia diversa e reagisce diversamente alla luce.

Un tessuto sbagliato può distruggere l’illusione storica. Molti abiti contemporanei hanno elasticità, lucentezza, cuciture, zip e cadute sul corpo che non appartengono a epoche precedenti. Anche se il taglio sembra “vintage”, il tessuto può tradire la modernità.

Per un cortometraggio a basso budget bisogna fare molta attenzione soprattutto a:

stoffe troppo elasticizzate;
poliesteri moderni troppo lucidi;
zip visibili fuori epoca;
bottoni di plastica sbagliati;
cuciture industriali troppo moderne;
sintetici che non esistevano nel periodo narrativo;
scarpe con suole contemporanee;
jeans con lavaggi modernissimi;
t-shirt con tagli attuali.

Non sempre lo spettatore riconosce il tessuto, ma percepisce se qualcosa non appartiene a quel mondo.

9. Colore: non basta “fare seppia” o “fare vintage”

Ogni epoca viene spesso banalizzata con un colore: gli anni ’40 marroni e grigi, gli anni ’50 pastello, gli anni ’70 arancioni e marroni, gli anni ’80 fluo, gli anni ’90 jeans e nero. Sono scorciatoie pericolose.

Il colore del costume deve dialogare con scenografia, fotografia e incarnato degli attori. Non deve essere solo “storico”, deve essere cinematografico.

Prima delle riprese, il costumista dovrebbe lavorare con direttore della fotografia e scenografo per definire una palette. Per esempio:

toni spenti e terrosi per un dramma rurale anni ’40;
grigi, blu, marroni e neri per una storia operaia anni ’50;
pastelli controllati per una famiglia borghese anni ’60;
ocra, verde, bordeaux e denim per un racconto anni ’70;
colori saturi ma non caricaturali per anni ’80;
blu, nero, beige, felpe e denim consumato per anni ’90.

Il colore deve sostenere l’emozione. Un personaggio può iniziare con colori chiusi e poi aprirsi progressivamente. Oppure può indossare un colore fuori contesto per indicare che non appartiene a quel luogo o a quella famiglia.

10. La silhouette: il corpo cambia con l’epoca

Ogni epoca costruisce un corpo diverso. Il costume non è solo stoffa: è forma.

Gli anni ’20 tendono a liberare il corpo femminile da certe strutture precedenti, con linee più dritte e vita bassa. Gli anni ’40 sono più austeri, con spalle marcate e influenza militare. Gli anni ’50 riportano spesso vita stretta, gonne ampie o tubini eleganti, corpi più costruiti. Gli anni ’60 accorciano, alleggeriscono, geometrizzano. Gli anni ’70 allungano, ammorbidiscono, liberano. Gli anni ’80 allargano spalle, volumi, giacche. Gli anni ’90 semplificano, rilassano, destrutturano.

Il costumista deve osservare la silhouette generale:

dove cade la vita;
quanto è larga la spalla;
quanto è lunga la gonna;
quanto è alto il pantalone;
quanto è aderente la camicia;
quanto è strutturata la giacca;
come si porta il cappotto;
che tipo di biancheria modella il corpo.

La biancheria è fondamentale. Un abito anni ’50 senza reggiseno, sottogonna o struttura corretta può sembrare sbagliato. Un vestito d’epoca ha bisogno del corpo dell’epoca.

11. Scarpe: spesso sono l’errore più visibile

Le scarpe tradiscono moltissimo. Anche quando il vestito è buono, una scarpa moderna può rovinare tutto. In un cortometraggio a basso budget si tende a pensare: “Tanto le scarpe non si vedono.” È falso. Si vedono quando il personaggio cammina, si siede, cade, entra in campo, sale le scale, aspetta, balla.

Bisogna controllare:

forma della punta;
altezza del tacco;
materiale;
suola;
lacci;
fibbie;
colore;
stato di usura;
coerenza sociale.

Le scarpe devono essere anche comode per l’attore, soprattutto se ci sono molte riprese in piedi. Una scarpa storicamente perfetta ma dolorosa può rovinare la recitazione.

12. Accessori: piccoli oggetti, grande credibilità

Gli accessori sono determinanti:

cappelli;
guanti;
borse;
occhiali;
orologi;
gioielli;
cinture;
fazzoletti;
cravatte;
fermacapelli;
spille;
portafogli;
sigarette e portasigarette;
valigie;
ombrelli;
cartelle;
zaini;
penne;
borsellini.

Un accessorio sbagliato può far crollare l’epoca. Ma un accessorio giusto può renderla immediatamente credibile.

In un cortometraggio, dove magari non si possono costruire grandi scenografie, l’accessorio è un alleato prezioso. Un vecchio orologio, una borsa consumata, una spilla religiosa, un fazzoletto ricamato, un pettine, una penna stilografica, una cartella scolastica: sono oggetti che raccontano tempo e carattere.

Attenzione però a non sovraccaricare. Se tutti i personaggi indossano cappelli, guanti, spille, occhiali, bretelle, orologi e borse, il risultato diventa teatrale. Il costume cinematografico deve sembrare abitato, non esibito.

13. Capelli, trucco e costume devono lavorare insieme

Un costume corretto con capelli moderni non funziona. Le acconciature sono tra i segni più forti dell’epoca. Lo stesso vale per trucco, barba, baffi, sopracciglia, unghie, pelle.

Per esempio, in una storia anni ’40, una piega contemporanea può disturbare anche se l’abito è perfetto. In una storia anni ’80, capelli troppo naturali possono togliere identità al periodo. In una storia ottocentesca, sopracciglia disegnate con gusto moderno possono sembrare fuori posto.

Costumista, truccatore e parrucchiere devono parlarsi prima. Devono costruire un personaggio completo. L’abito non finisce al collo.

14. Attenzione agli anacronismi invisibili ma pericolosi

Gli anacronismi non sono solo cellulari, automobili o insegne moderne. Nel costume possono essere molto sottili:

etichette visibili;
zip sbagliate;
velcro;
tessuti tecnici;
suole da sneaker moderne;
occhiali con montature fuori periodo;
collant sbagliati;
reggiseni moderni sotto abiti antichi;
jeans con taglio contemporaneo;
orologi digitali;
piercing non coerenti;
tatuaggi visibili non previsti;
smalti moderni;
tagli di capelli attuali;
camicie slim fit in epoche sbagliate.

Prima delle riprese bisogna fare prove costume in camera, non solo allo specchio. La camera vede cose diverse dall’occhio nudo.

15. Usura, sporco e vita dell’abito

Uno degli errori più frequenti nei cortometraggi storici è avere costumi troppo nuovi. I personaggi sembrano usciti da una sartoria cinque minuti prima della scena.

Gli abiti devono avere una vita precedente. Devono essere stirati o sgualciti secondo il personaggio. Devono avere segni di uso dove è logico: gomiti, polsini, collo, ginocchia, orli, tasche, scarpe.

L’usura va progettata:

un operaio avrà abiti più segnati;
una donna povera può avere rammendi puliti e dignitosi;
un uomo elegante può avere colletto consumato ma giacca ancora ben tenuta;
un soldato può avere uniforme impolverata, sudata, rattoppata;
un bambino può avere ginocchia sporche e maglione tirato;
una persona ossessiva può mantenere tutto impeccabile anche nella miseria.

Lo sporco non deve essere casuale. Deve raccontare azione, classe sociale, ambiente e psicologia.

16. Costume e psicologia del personaggio

Il costume deve rispondere a una domanda fondamentale: come vuole essere visto questo personaggio?

Una persona può vestirsi per nascondersi, sedurre, comandare, obbedire, sembrare più ricca, sembrare più seria, ribellarsi, non farsi notare, imitare qualcuno, conservare il passato, provocare il presente.

In un dramma familiare, per esempio, una figlia che torna nella casa d’infanzia potrebbe indossare abiti cittadini rigidi, quasi come un’armatura. Nel corso della storia, potrebbe togliere il cappotto, slacciare una camicia, cambiare scarpe, ritrovare un vecchio maglione: il costume segue la trasformazione emotiva.

In un corto storico, questa funzione è potentissima. Il costume può indicare il conflitto tra individuo ed epoca. Una donna degli anni ’50 che desidera autonomia può avere un dettaglio leggermente fuori norma. Un ragazzo degli anni ’70 può usare il vestito come dichiarazione politica. Un uomo degli anni ’30 può restare imprigionato in un abito troppo formale che comunica autorità e repressione.

17. Costume e fotografia

Il costume deve essere pensato insieme alla fotografia. Un abito può essere bellissimo dal vivo e pessimo in camera. Alcuni tessuti riflettono troppo. Alcune righe creano problemi. Alcuni colori saturano. Alcuni neri diventano masse senza dettaglio. Alcuni bianchi bruciano facilmente.

Il direttore della fotografia deve sapere:

quali colori dominano;
quali tessuti riflettono;
se ci sono velluti, sete, paillettes, pelle lucida;
se gli attori indossano bianco puro o nero profondo;
se ci sono texture fini che possono generare moiré;
se il costume deve separarsi dallo sfondo o fondersi con esso.

Per esempio, se una scena è ambientata in una stanza marrone scura e il personaggio indossa marrone scuro, può sparire. Questo può essere voluto, ma deve essere deciso. Se invece vogliamo che il personaggio emerga, bisogna scegliere contrasto cromatico o luminoso.

Il costume non vive da solo: vive nella luce.

18. Costume e scenografia

Anche il rapporto con la scenografia è essenziale. Se ambientiamo un corto negli anni ’60 e usiamo pareti verdi, mobili in legno, tende crema, pavimento in graniglia, il costume deve dialogare con quell’ambiente.

Ci sono tre strategie:

Armonia: il personaggio appartiene perfettamente al luogo.
Contrasto: il personaggio è in opposizione all’ambiente.
Progressiva trasformazione: il costume cambia per indicare avvicinamento o distacco dal mondo scenografico.

Un personaggio che torna nella propria casa d’infanzia può essere vestito inizialmente in modo molto diverso dall’ambiente, poi gradualmente assorbire un colore o una texture di quel luogo. Sono scelte sottili ma molto efficaci.

19. Costume e movimento dell’attore

Il costume deve permettere all’attore di recitare. Un abito troppo rigido può essere perfetto per un personaggio represso, ma se impedisce un’azione importante diventa un problema. Una gonna lunga, un cappotto pesante, un paio di scarpe dure, un colletto stretto, una cravatta, un corsetto, un cappello: tutto modifica movimento e postura.

Questo può essere un vantaggio. Un personaggio in uniforme si muove diversamente da uno in pigiama. Una donna in abito elegante si siede diversamente da una donna in pantaloni da lavoro. Un uomo con cappotto pesante entra in scena con un’altra energia rispetto a uno in camicia.

Il costumista deve osservare le prove. Deve vedere come l’attore cammina, gesticola, si siede, corre, abbraccia, fuma, mangia, lavora. Il costume deve diventare parte della recitazione.

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