Come trasformare il tuo smartphone in uno strumento di cinema vero
* Importante: il Cortometraggio non è un film "piccolo"
C'è un equivoco diffusissimo tra chi si avvicina per la prima volta al mondo del cinema, e riguarda proprio il cortometraggio. La maggior parte delle persone pensa che un corto sia semplicemente un film più breve, una versione ridotta e meno ambiziosa del lungometraggio, una specie di prova generale in attesa di fare "la cosa vera". Questo equivoco va sfatato subito, con decisione, perché nasce da un fraintendimento profondo sulla natura stessa del racconto visivo.
Il cortometraggio non è un film incompleto. È una forma d'arte con le proprie leggi, la propria estetica, la propria filosofia, la propria storia lunga oltre un secolo. È, anzi, la forma più pura del cinema: quella in cui ogni secondo conta il doppio, ogni scelta visiva deve essere giustificata, ogni parola di dialogo deve guadagnarsi il proprio spazio. Se nel lungometraggio uno sceneggiatore ha due ore per costruire un mondo, nel cortometraggio ne ha dieci, quindici, venti minuti. Il margine di errore è quasi zero. La concentrazione narrativa deve essere assoluta.
Questo articolo è stato scritto per i ragazzi e le ragazze che hanno in tasca uno smartphone con una fotocamera che dieci anni fa avrebbe fatto invidia ad una troupe professionale, con un obiettivo preciso: farvi capire che quella fotocamera non è fatta soltanto per gli scatti ai concerti o per i video fermi di trenta secondi su Instagram. È uno strumento con cui potete fare cinema vero. A patto di capire cosa significa farlo.
* Le specifiche del cortometraggio: cosa lo definisce davvero
- La durata non è tutto, ma è il punto di partenza
La prima domanda che chiunque si pone è: quanto deve durare un cortometraggio? La risposta ufficiale, quella adottata dai principali festival internazionali (da Cannes al Sundance, da Venezia al Clermont-Ferrand, che è il più grande festival di corti al mondo) è: un film che non supera i 30 minuti di durata totale, titoli di testa e coda compresi, ma vi consigliamo sempre di leggere bene il loro bando.
Ma questa definizione è necessaria, non sufficiente. Esistono corti di 2 minuti e corti di 29 minuti, e la differenza tra loro non è soltanto quantitativa: è una differenza di struttura, di respiro narrativo, di ambizione. Un corto di 2 minuti è quasi un haiku visivo (di derivazione dalla brevissima e suggestiva poesia giapponese composta da sole 17 sillabe): un'immagine, un'idea, un'emozione compressa. Un corto di 25 minuti è quasi un racconto lungo, con personaggi sviluppati, archi narrativi, sottotrame. La durata, da sola, non vi dice nulla sulla qualità né sulla complessità dell'opera.
Quello che la durata vi dice è qualcosa di molto più importante: vi impone una disciplina. Vi costringe a scegliere. E la scelta, nel cinema come nella vita, è il motore di tutto.
- Una storia, un'idea, un'emozione
Se dovessimo ridurre la filosofia del cortometraggio ad una sola frase, diremmo questo: un cortometraggio racconta una cosa sola, ma la racconta in modo completo. Non tenta di fare tutto. Non introduce dieci personaggi, non costruisce universi paralleli, non risolve grandi questioni filosofiche attraverso una molteplicità di trame. Sceglie un momento, un personaggio, una situazione, un'emozione, e lavora in profondità.
Pensate ai vostri racconti preferiti, ai video che vi hanno colpito di più, alle fotografie che non riuscite a dimenticare. Quasi certamente hanno in comune una cosa: la semplicità del soggetto e la complessità dell'emozione che trasmettono. Non è la quantità degli elementi che rende potente una storia: è la qualità dell'attenzione che l'autore le dedica.
Questa è la prima lezione fondamentale del cortometraggio, e vale anche quando girate col telefono: scegliete una cosa sola e fatela bene.
- Le tre dimensioni di ogni corto
Ogni cortometraggio di qualità, indipendentemente dal genere e dallo stile, lavora simultaneamente su tre dimensioni che è utile imparare a riconoscere:
La prima è la dimensione narrativa: cosa succede? Chi sono i personaggi? Qual è il conflitto? Come si risolve, o non si risolve? Questa è la dimensione più visibile, quella che il pubblico percepisce consciamente.
La seconda è la dimensione visiva: come viene mostrato ciò che succede? Quale tipo di luce? Quale distanza dai soggetti? Il movimento della camera è fluido o agitato? I colori sono saturi o desaturati? Questa dimensione lavora in modo più sotterraneo, ma è quella che determina il "tono emotivo" di tutto il film.
La terza è la dimensione tematica: cosa significa ciò che viene raccontato? Qual è l'idea o la domanda che il film porta con sé? Questa è la dimensione più profonda, quella che distingue un esercizio di stile da un'opera che resta nella memoria.
Un corto riuscito lavora su tutte e tre queste dimensioni contemporaneamente. Un corto che funziona solo sul piano narrativo è una buona storia ma non è cinema. Un corto che lavora solo sul piano visivo è un bel videoclip ma non è cinema. Il cinema vero è quando le tre dimensioni si fondono in qualcosa di indissolubile.
- Il formato: dal 9:16 verticale al 16:9 cinematografico
Parliamo ora di qualcosa di molto pratico, che riguarda direttamente voi ed il vostro smartphone. Il formato dell'immagine, cioè il rapporto tra larghezza e altezza del fotogramma, è una scelta narrativa, non solo tecnica.
Lo smartphone, tenuto verticalmente come fate quasi sempre, produce un'immagine in formato 9:16: più alta che larga. È il formato dei Reels, delle Stories, di TikTok. È un formato che esiste ed ha una sua estetica, ma non è il formato del cinema.
Il cinema usa tradizionalmente formati orizzontali: il più comune è il 16:9, quello della televisione moderna, ma i film più "larghi" e spettacolari usano anche il 2.39:1 od il 2.35:1, i formati CinemaScope ed anamorfici che avete visto nei film di grandi registi come Christopher Nolan o Denis Villeneuve. Più l'immagine è orizzontale, più suggerisce spazio, orizzonte, grandiosità.
Se volete fare un cortometraggio vero, anche col telefono, la prima cosa che dovete fare è girarlo in orizzontale. Sembra banale, ma è un cambio mentale prima ancora che tecnico: significa smettere di pensare all'immagine come a qualcosa di "alto" come un selfie, un ritratto, un feed, e cominciare a pensarla come a qualcosa di "largo", di aperto, di veramente cinematografico.
* La filosofia del cortometraggio: perché è una forma d'arte a sé
- Il tempo come risorsa preziosa
Nel cinema, il tempo non è una misura astratta: è la materia prima del racconto. Quando entrate in una sala cinematografica, state letteralmente donando al regista una parte del vostro tempo di vita. Il regista lo sa, o dovrebbe saperlo, e questo crea una responsabilità etica oltre che estetica.
Nel cortometraggio questa responsabilità è ancora più acuta, perché la promessa implicita che il film fa allo spettatore è: "Ti chiedo pochissimo tempo, ma in cambio ti do qualcosa di preciso, di compiuto, di significativo." Quando questa promessa viene mantenuta perchè quando in dieci minuti si riesce a far ridere, emozionare, far pensare a qualcuno, il risultato è una forma di magia che il lungometraggio, con tutta la sua ampiezza, non riesce sempre ad eguagliare.
Questa filosofia del tempo prezioso ha conseguenze pratiche molto concrete. Significa che ogni scena deve guadagnarsi il proprio posto nella storia. Significa che se una sequenza non fa avanzare la narrazione, non rivela qualcosa di importante su un personaggio, non crea tensione o non stabilisce un'atmosfera necessaria, quella sequenza va tagliata senza pietà. Significa imparare a rinunciare a cose che amate come una bella inquadratura, una battuta divertente, una scena costruita con fatica, anche se non servono alla storia.
Questo esercizio di rinuncia consapevole è uno degli insegnamenti più preziosi che il cortometraggio può darvi. E si trasferisce direttamente nel modo in cui guardate il mondo con il vostro smartphone.
- La potenza del non detto e del non mostrato
Una delle cose che distingue il grande cinema dal cinema mediocre è l'uso del fuori campo: ciò che non viene mostrato ma che il pubblico percepisce ugualmente, spesso in modo più potente di quanto avviene con la rappresentazione diretta. Il cinema è l'unica arte che costruisce il mondo intero a partire da un rettangolo di luce, e tutto ciò che sta fuori da quel rettangolo esiste nell'immaginazione dello spettatore.
Nel cortometraggio, questa tecnica è particolarmente potente perché la brevità impone comunque di lasciare molte cose nell'implicito. Non c'è tempo per spiegare tutto, per mostrare tutto, per giustificare ogni scelta narrativa. E questa necessità, che a prima vista sembra un limite, si trasforma in un vantaggio estetico enorme: il pubblico viene coinvolto attivamente nella costruzione del significato del vostro film breve. Non è un consumatore passivo di informazioni: è un co-autore dell'esperienza.
Pensateci la prossima volta che girate qualcosa col vostro telefono. Cosa succede se invece di mostrare direttamente l'evento come una lite, una sorpresa, un incontro, mostrate soltanto la reazione di chi lo vive? Cosa racconta il volto di una persona che ascolta una notizia inaspettata, senza che noi vediamo né sentiamo la notizia stessa? Spesso racconta molto di più.
- Il cortometraggio come atto di libertà
C'è una ragione per cui i più grandi registi del mondo da Stanley Kubrick, Martin Scorsese, Steven Spielberg, fino ad Alfonso Cuarón e Xavier Dolan, hanno cominciato la loro carriera con i cortometraggi: il corto è il territorio della libertà assoluta.
Libertà da cosa? Libertà dal sistema di produzione industriale del cinema, che richiede budget enormi, compromessi commerciali, decisioni prese da decine di persone che non conoscete. Nel cortometraggio, specialmente a budget ridotto o zero-budget, il regista è sovrano assoluto della propria visione. Nessun produttore gli dice che il finale deve essere più ottimistico per piacere al pubblico americano. Nessuno gli chiede di aggiungere una scena d'azione per alzare il ritmo. Nessuno impone la presenza di un attore famoso per garantire la distribuzione.
Questa libertà ha un prezzo come la mancanza di risorse, di strutture, di reti distributive, ma ha un valore inestimabile: la purezza della visione. Il cortometraggio è il luogo in cui uno sceneggiatore-regista può dire esattamente quello che vuole dire, nel modo esatto in cui vuole dirlo, senza mediazioni.
Voi, con il vostro smartphone, siete già in questo territorio di libertà. Non avete budget da giustificare, non avete investitori da soddisfare, non avete distributori da convincere. Avete soltanto una storia da raccontare ed uno strumento con cui raccontarla. Questa condizione, che spesso viene vissuta come un limite, è in realtà la condizione ideale per fare cinema autentico.
* Il cortometraggio come laboratorio di stili: la storia di un territorio di sperimentazione
- Cent'anni di avanguardia
Il cortometraggio ha una storia lunga quanto il cinema stesso, e questa storia è quasi interamente una storia di sperimentazione. I fratelli Lumière, quando nel 1895 proiettarono per la prima volta al pubblico pagante le loro riprese, il famoso treno che arriva alla stazione, operai che escono da una fabbrica, bambini che giocano, stavano facendo dei cortometraggi. I primi Cortometraggi della storia. Duravano uno o due minuti, non raccontavano storie, erano pura registrazione del reale. Eppure erano già cinema, perché sceglievano un punto di vista, una distanza, un momento.
Da lì in poi, i cento e passa anni di storia del cortometraggio sono stati un susseguirsi di rivoluzioni estetiche e narrative che hanno anticipato e spesso ispirato le corrispondenti rivoluzioni nel lungometraggio. I surrealisti degli anni Venti come Luis Buñuel con Un Chien Andalou, Man Ray con i suoi film-oggetto, usavano il cortometraggio per esplorare l'inconscio e sfidare la logica narrativa convenzionale. I cineasti della Nouvelle Vague francese degli anni Cinquanta e Sessanta come Truffaut, Godard, Chabrol, avevano tutti iniziato con i corti, sperimentando il montaggio irregolare, la camera a mano, il realismo improvvisato che poi avrebbe cambiato il cinema mondiale.
Negli anni Novanta, il boom del cinema indipendente americano, con autori come Quentin Tarantino, Kevin Smith, Robert Rodriguez, ha dimostrato che il cortometraggio poteva diventare un biglietto da visita internazionale per chi non aveva i soldi né le connessioni per entrare nel sistema hollywoodiano. Rodriguez girò il suo primo film El Mariachi con soli 7.000 dollari. Tarantino lavorava in un videonoleggio mentre scriveva le sue sceneggiature.
- I nuovi linguaggi che il corto ha inventato
Il cortometraggio non si è limitato a raccontare storie in formato ridotto: ha inventato linguaggi visivi che prima non esistevano. Ecco alcuni dei più importanti, che potete usare oggi stesso anche col vostro smartphone.
Il montaggio parallelo accelerato ovvero mostrare due o più azioni che avvengono contemporaneamente in luoghi diversi, tagliandoli rapidamente tra loro, è stato sperimentato nei cortometraggi del cinema muto prima di diventare uno strumento standard del thriller e del cinema d'azione. La tensione che si crea quando il taglio tra due scene diverse aumenta di ritmo è quasi fisiologica: il cuore accelera, l'attenzione si intensifica.
Il piano sequenza cioè una ripresa unica, senza tagli, che segue i personaggi attraverso lo spazio ed il tempo reale, è un altro strumento che i cortometraggi hanno esplorato in profondità. Nel 1948, Alfred Hitchcock girò l'intero film Nodo alla gola simulando un unico piano sequenza ininterrotto di 80 minuti. Ma l'idea era nata in esperimenti brevi, in laboratori di sperimentazione esattamente come quelli che potete costruire voi oggi.
Il found footage: girare come se la telecamera fosse quella di qualcuno che documenta accidentalmente qualcosa di straordinario, è un linguaggio inventato nei cortometraggi sperimentali e poi esploso nel grande cinema con film come The Blair Witch Project scritto, diretto e montato da Daniel Myrick e Cloverfield diretto da Matt Reeves. Ed il found footage, amici, è praticamente già il linguaggio del vostro smartphone: siete già dentro questa estetica ogni giorno, senza saperlo.
Il montaggio sonoro disgiunto, quando l'audio non corrisponde alle immagini, quando si sente qualcosa che non si vede o si vede qualcosa su cui è sovrapposto un suono completamente diverso, è uno degli strumenti più potenti del cinema contemporaneo e nasce dalle sperimentazioni nei cortometraggi d'avanguardia. Provate: registrate una conversazione tranquilla tra due persone e sovrapponeteci un suono minaccioso, o viceversa. Il significato dell'intera scena cambia radicalmente.
- Il corto come genere ibrido
Una delle cose più affascinanti del cortometraggio contemporaneo è la sua capacità di mescolare generi e linguaggi che nel lungometraggio tendono a restare separati. Un corto può essere contemporaneamente documentario e finzione, commedia ed horror, animazione e live-action, cinema e videoarte, narrazione e saggio visivo.
Questa ibridazione non è caos: è ricerca. È il tentativo di trovare forme nuove che corrispondano ad esperienze nuove, ad emozioni che i generi consolidati non riescono più a contenere. I festival di cortometraggi più importanti del mondo, e ce ne sono centinaia in ogni paese, sono i luoghi dove questi esperimenti vengono presentati al pubblico, discussi, premiati o bocciati. Sono i laboratori di ricerca del cinema, esattamente come i laboratori universitari lo sono per la scienza.
* Dal telefono al cortometraggio: come cominciare davvero
- Smettere di fotografare e cominciare a osservare
Il passaggio dalla fotografia con lo smartphone al cortometraggio non è un passaggio tecnico: è prima di tutto un passaggio mentale. La fotografia cattura un istante. Il cinema costruisce una durata. Fotografare significa congelare il tempo; fare cinema significa abitare il tempo.
Il primo esercizio che vi propongo è semplice ma rivoluzionario nel suo effetto: la prossima volta che siete tentati di scattare una foto, aspettate. Aspettate qualche secondo prima di premere il pulsante, ed osservate cosa succede nell'inquadratura. Cosa si muove? Cosa entra e cosa esce dal campo? Come cambia la luce? Come cambia l'espressione del soggetto? Quel movimento, quel cambiamento, quella durata... è lì che vive il cinema.
- I cinque elementi di un'inquadratura cinematografica
Quando girate col vostro smartphone, ci sono cinque elementi che determinano la qualità cinematografica dell'immagine. Tenerli presenti non richiede né tecnologia avanzata né conoscenze specialistiche: richiede soltanto attenzione e consapevolezza.
Il primo è la luce. La luce è la materia prima del cinema: la parola stessa viene dal greco e significa "scrivere con la luce". La luce naturale è gratuita, disponibile sempre e ovunque, e può essere straordinariamente bella se sapete trovarla al momento giusto. La luce del tramonto (la cosiddetta golden hour) è morbida, dorata, cinematografica per definizione. La luce di una finestra laterale crea ombra e volume su un volto umano molto più efficacemente di qualsiasi flash frontale. Imparate a guardare come la luce cade sulle cose prima di puntare la fotocamera.
Il secondo è la distanza dal soggetto, che in cinema si chiama scala dei piani. Un piano generale mostra il soggetto nel suo ambiente, stabilisce il contesto, comunica solitudine o grandiosità. Un piano medio mostra la persona dalla vita in su, è il piano della comunicazione e dell'azione. Un primo piano mostra il volto, ed è il piano delle emozioni, della psicologia, dell'intimità. Un primissimo piano come inquadrare gli occhi, la bocca, le mani, è il piano del dettaglio rivelatore, quello che ingrandisce un'emozione fino a renderla fisica. Cambiare la distanza dal soggetto è uno dei gesti narrativi più potenti che avete a disposizione, e non richiede altro che muovere il corpo o lo zoom.
Il terzo elemento è la composizione, cioè come disponete gli elementi nell'inquadratura. La regola dei terzi cioè dividere il fotogramma in una griglia 3x3 e posizionare i soggetti importanti sulle intersezioni, non al centro dell'immagine è un punto di partenza utile, ma non è una legge assoluta. Il centro può essere potentissimo per la simmetria e la frontalità. Le diagonali creano dinamismo. Lo spazio vuoto (il cosiddetto breathing room) davanti ad un soggetto che guarda in una direzione crea aspettativa e tensione. Giocate con la composizione, rompetela consapevolmente, ed osservate cosa cambia nell'emozione dell'immagine.
Il quarto elemento è il movimento della camera. Il telefono tenuto fermo su un treppiede od anche su un piano improvvisato, come appoggiato ad una pila di libri o ad un muro, produce un'immagine stabile ed autorevole. Il telefono tenuto in mano e mosso lentamente con il soggetto produce partecipazione emotiva. Il telefono agitato produce urgenza, caos, paura. Nessun tipo di movimento è sbagliato in assoluto: dipende da cosa volete comunicare. Ma deve essere una scelta consapevole, non il risultato accidentale di mani che tremano.
Il quinto elemento è il suono. Il suono è la metà importante del cinema, spesso quella più trascurata dai principianti. Un'immagine mediocre con un audio eccellente è più credibile e più coinvolgente di un'immagine bellissima con un audio distorto o confuso. Il microfono del vostro smartphone è il punto debole della catena: registra tutto indiscriminatamente, inclusi i rumori di fondo, il vento, i passanti. Avvicinate il telefono alla fonte sonora quando registrate una voce, cercate ambienti silenziosi, e soprattutto pensate al suono come ad un elemento narrativo importante, non soltanto come alla registrazione di ciò che accade, ma come a qualcosa che potete scegliere, tagliare, sovrapporre in fase di montaggio.
- Un'idea per cominciare: il corto di tre minuti
Ecco un esercizio pratico per cominciare subito, oggi, con quello che avete. Scegliete una storia che abbia queste caratteristiche: un solo personaggio, un solo luogo, una sola azione che si trasforma. Non tre personaggi, non cinque luoghi, non una trama complicata. Uno, uno, una.
Potrebbe essere, ad esempio: una persona che aspetta qualcuno che non arriva. Oppure: Qualcuno che trova qualcosa che non si aspettava. Altra possibilità: Qualcuno che prova a fare una cosa difficile e ci riesce, o non ci riesce. Oppure: Qualcuno che saluta qualcuno o qualcosa per l'ultima volta.
Scrivete - prima di girare, scrivete sempre - una lista di cinque o sei inquadrature che raccontano questa storia. Non di più. Cinque o sei immagini che, messe in sequenza, trasmettano un'emozione chiara. Poi giratele. Poi montatele. Anche il montaggio può essere fatto gratuitamente con app come CapCut, iMovie, DaVinci Resolve nella versione app per il vostro cellulare. Il risultato sarà probabilmente imperfetto, forse molto imperfetto. Non importa: sarà il vostro primo corto, ed il vostro primo corto è la cosa più importante che possiate fare per capire come si fa il secondo.
* Perché il corto è la forma più onesta del cinema
Torniamo al punto da cui siamo partiti, con qualcosa di più da dire. Il cortometraggio non è un film piccolo. È la forma più onesta del cinema perché non può nascondersi. Non ha due ore per recuperare una scena sbagliata, non ha un cast stellare a cui appoggiarsi, non ha effetti speciali da usare come scorciatoia emotiva. Ha soltanto la forza o la debolezza della propria idea (della vostra idea), la chiarezza o l'opacità della propria visione, la verità o la falsità della propria emozione.
E voi, che avete in tasca un cellulare, una storia da raccontare, e la libertà assoluta di farlo,... siete già a metà strada. Manca soltanto il vostro coraggio di smettere di fotografare il mondo e cominciare a raccontarlo. Visivamente. Il cinema vi aspetta.
"Un cortometraggio non è un biglietto da visita per fare lungometraggi. È già un lungometraggio, compresso fino all'essenziale." (di Werner Herzog)









