arroganza successo 600Ecco una guida per capire, raccontare e filmare uno dei difetti umani più antichi, con esempi di trama pronti da sviluppare. L'arroganza è uno dei temi più potenti che un cortometraggio possa affrontare, perché chiunque la riconosce nel vicino, nel collega, nel capo... O, se siamo onesti, in noi stessi. Scrivere di arroganza significa scrivere di specchi.

Questa guida ti accompagna passo dopo passo: prima capiremo cos'è davvero l'arroganza (non è solo "fare i superiori"), poi esploreremo tutte le sue forme, i suoi aggettivi, i suoi meccanismi interiori. Per ognuna di queste forme proponiamo una base di sceneggiatura con una trama pronta, così puoi scegliere quella che senti più vicina ed iniziare a scrivere.

Cos'è l'arroganza? 

La parola "arroganza" viene dal latino arrogare: attribuirsi qualcosa che non si ha il diritto di avere. Non è la sicurezza di sé: quella è una virtù. Non è l'orgoglio sano: quello è legittimo. L'arroganza è la convinzione di valere più degli altri, e di avere il diritto di trattarli di conseguenza.

La differenza fondamentale, che uno sceneggiatore deve capire prima di tutto, è questa: una persona sicura di sé non ha bisogno di sminuire gli altri per sentirsi grande. L'arrogante, invece, cresce solo quando gli altri rimpiccioliscono. Questo è il meccanismo drammatico centrale di qualsiasi storia sull'arroganza.

"L'arrogante non si vede allo specchio, vede una finestra su un mondo che gli deve qualcosa." è il: Principio narrativo per la caratterizzazione del personaggio


Gli aggettivi dell'arroganza

Per scrivere bene un personaggio arrogante occorre conoscere tutte le parole che lo descrivono, perché ogni aggettivo è un possibile tratto del personaggio, un modo diverso di comportarsi in scena.

Sprezzante: Guarda gli altri dall'alto in basso, con un'aria di fastidio appena nascosta. Ogni gesto comunica "mi stai facendo perdere il mio tempo".

Presuntuoso: Si attribuisce capacità o meriti che non ha. Parla di sé in modo esagerato, senza accorgersi di farlo.

Altezzoso: Mantiene una distanza fisica e psicologica dagli altri, come se il contatto li portasse al suo livello.

Tracotante: Va oltre ogni misura. Non solo si crede superiore: agisce come se le regole non lo riguardassero affatto.

Condiscendente: Finge di essere gentile, ma in modo da far sentire l'altro inferiore. È l'arroganza travestita da educazione.

Supponente: Parte sempre dal presupposto di aver già capito tutto, prima ancora che l'altro finisca di parlare.

Imperioso: Comanda, non chiede. Usa il tono di chi ha sempre avuto il potere e non riesce ad immaginare che cambierà.

Narcisista: Al centro di tutto c'è solo lui. Gli altri esistono come pubblico, come strumenti, mai come persone con un valore proprio.


L'arco narrativo: da dove viene e dove va

Ogni buon cortometraggio ha un arco cioè un cambiamento. Nell'arroganza, l'arco classico è la caduta, ma non è l'unico possibile. Ecco le strutture drammatiche disponibili.

A) La caduta - L'arrogante perde tutto ciò che lo rendeva "superiore". Il finale è amaro o catartico.

B) Il risveglio - Capisce di esserlo stato. Cambia, o tenta di farlo, spesso troppo tardi.

C) Il contagio - L'arroganza di uno distrugge un altro personaggio. La storia è sulla vittima.

D) La maschera - Sotto l'arroganza si nasconde qualcosa. Il finale rivela cosa: paura, dolore, vuoto.

E) Lo specchio - Due arroganti si scontrano. Ognuno è lo specchio dell'altro e nessuno vuole guardare.


Le sette facce dell'arroganza: con esempi di trama

L'arroganza non è un'unica cosa. Ha sette forme principali, ognuna con un diverso meccanismo narrativo. Per ciascuna, ecco una descrizione e una base di sceneggiatura pronta.

01 - L'arroganza del talento (presuntuosa, sprezzante)

Il personaggio è davvero bravo in qualcosa ed usa questo talento come patente di superiorità universale. Confonde l'eccellenza in un campo con il diritto di giudicare tutto e tutti. È la forma di arroganza più subdola perché ha una base reale: c'è qualcosa su cui fa leva. Lo spettatore ci crede, per un pò.

Il conflitto nasce quando il personaggio incontra qualcuno che è bravo in qualcosa di diverso e non sa come gestirlo. O quando il suo talento fallisce per la prima volta.

Base di sceneggiatura: "Il primo violino"

Marco, 28 anni, è il primo violino di un'orchestra da camera. È il migliore e lo sa e lo fa sapere a tutti. Tratta i colleghi come comparse, interrompe il direttore, corregge gli altri musicisti in pubblico senza essere stato richiesto. Il giorno dell'audizione per un importante festival internazionale, Marco scopre che il suo posto è conteso da una giovane violinista sorda che suona percependo le vibrazioni. Marco la liquida con un sorriso condiscendente. Durante l'audizione, lui suona in modo tecnicamente perfetto ma freddo. Lei suona con una presenza fisica ed un'intensità emotiva che zittisce la giuria. Marco non viene scelto. Nell'ultima scena, seduto da solo in una sala prove vuota, si porta il violino alle labbra, e per la prima volta non sa cosa suonare.


02 - L'arroganza del potere (imperiosa, tracotante)

Chi ha autorità come un capo, un genitore, un insegnante, un medico, usa quella posizione come se fosse una caratteristica personale invece di un ruolo temporaneo. Non distingue tra "io ho autorità in questo contesto" e "io sono superiore in assoluto". Ogni dissenso viene vissuto come un attacco personale, ogni domanda come una sfida.

Il nodo drammatico più efficace: il potere viene tolto, o si rivela inutile nel momento che conta davvero.

Base di sceneggiatura: "Il primario"

Il dottor Ferrara è il primario di chirurgia di un grande ospedale. Da vent'anni decide chi opera, chi forma, chi avanza. Entra in corsia senza guardare gli infermieri, interrompe i colleghi a metà frase, firma referti senza leggerli. Un pomeriggio, mentre torna a casa, ha un malore in ascensore, solo un infarto lieve ma reale. Il pronto soccorso è affollato. Chi lo prende in carico è una giovane dottoressa che lui aveva bocciato alla specializzazione tre anni prima per "carattere non adatto alla medicina". Lei lo tratta con precisione, calma e rispetto assoluto, come se non lo riconoscesse, o come se avesse scelto di non ricordare. Nell'ultima scena, Ferrara è nel letto d'ospedale. Per la prima volta nella sua vita, è un paziente. Guarda le sue mani, le mani del chirurgo, e non le riconosce.


03 - L'arroganza sociale e di classe (altezzosa, condiscendente)

L'arroganza che nasce dalla provenienza: dalla famiglia, dai soldi, dall'istruzione, dal quartiere. Il personaggio confonde il privilegio con il merito, come se nascere in un certo contesto fosse una conquista personale. Guarda chi viene da un contesto diverso con fastidio misto a curiosità antropologica, come se fosse una specie interessante ma inferiore.

È la forma di arroganza più comune nella vita reale, e quella che il pubblico riconosce più rapidamente.

Base di sceneggiatura: "Il pranzo della domenica"

Elena, 35 anni, viene da una famiglia benestante del Nord. Ha studiato all'estero, parla quattro lingue, vive in un appartamento curato nei minimi dettagli. Il suo fidanzato, che lei non ha ancora presentato alla famiglia, viene dal Sud, da una famiglia operaia. La domenica del pranzo di presentazione, Elena è tesa: non per il fidanzato, ma per ciò che penserà la sua famiglia di lui. Nel corso del pranzo, i genitori di Elena sono formalmente cortesi ma ogni battuta contiene una frecciata invisibile. Elena ride con loro, si schiera, usa il "noi" sbagliato. Il fidanzato non dice nulla fino alla fine, quando, alzandosi da tavola, lascia sul piatto una banconota e dice semplicemente: "Per coprire la mia parte." Fuori, in macchina, Elena capisce che non era lui il problema.


04 - L'arroganza come difesa (mascherata e narcisista)

Questa è la forma psicologicamente più ricca e la più commovente da raccontare. L'arroganza non è superiorità genuina: è uno scudo costruito nel tempo per proteggersi da qualcosa. Una ferita, un fallimento sepolto, una vergogna che non si è mai elaborata. Il personaggio non sa di essere arrogante ma sa solo che senza quell'armatura si sentirebbe nudo.

Il momento narrativo più potente: quando lo scudo si incrina e lo spettatore vede cosa c'è sotto. Non un mostro ma una persona spaventata.

Base di sceneggiatura: "Quello che non si dice"

Giulio, 50 anni, è un critico letterario rispettato e temuto. Le sue recensioni distruggono libri e carriere con una prosa elegante e letale. In un workshop di scrittura creativa che tiene per soli tre studenti, incontra Anna, 22 anni, che scrive con una voce così autentica e diretta da lasciarlo senza parole. Invece di ammetterlo, Giulio la demolisce: "tecnica carente, struttura fragile", "troppo personale per essere letteratura". Anna non torna al secondo incontro. Giulio trova tra i suoi appunti un racconto che lei ha dimenticato. Lo legge di notte, da solo. È la storia di un bambino che voleva diventare scrittore e non ci è riuscito. Giulio rimane immobile a lungo. Poi apre il cassetto del suo studio dove tiene, nascosto, un romanzo incompiuto che ha iniziato trent'anni fa e non ha mai avuto il coraggio di finire.


05 - L'arroganza generazionale (supponente, imperiosa)

L'arroganza di chi "ha più esperienza" e trasforma questa esperienza in una prigione per chi viene dopo. Il personaggio più anziano non sa distinguere tra saggezza (che si condivide) e dominio (che si esercita). La sua arroganza non è cattiveria: è incapacità di immaginare che il mondo possa essere navigato in modo diverso dal suo.

Funziona benissimo anche al contrario: il giovane che disprezza il vecchio, convinto che l'esperienza sia solo abitudine.

Base di sceneggiatura: "Mio figlio non capisce"

Renato, 68 anni, ha costruito da zero un'azienda artigianale di ceramiche. Suo figlio Luca, 35 anni, è tornato dopo dieci anni all'estero con idee nuove su come rilanciarla, con design contemporaneo, e-commerce, collaborazioni con architetti. Ogni proposta di Luca si scontra con il muro di Renato: "Noi abbiamo sempre fatto così." Durante un'importante fiera del settore, Renato presenta i pezzi tradizionali. Lo stand vicino che è gestito da un giovane sconosciuto, attira tutte le attenzioni con pezzi artigianali dal design esattamente come quelli che Luca aveva proposto. Renato li guarda a lungo in silenzio. Poi torna al loro stand, prende uno dei pezzi di Luca, quello che aveva rifiutato di esporre, e lo mette al centro del tavolo. Non dice nulla. Luca capisce.


06 - L'arroganza intellettuale (sprezzante e condiscendente)

Chi sa molto - o crede di sapere - e trasforma la cultura in un'arma. Cita autori per escludere, usa termini tecnici per confondere, riduce ogni conversazione ad una gara che ha già deciso di vincere. Il suo disprezzo non si rivolge all'ignoranza in sé, ma al fatto che gli altri non abbiano ancora capito quanto lui valga.

È la forma di arroganza più frequente in ambienti accademici, artistici e giornalistici. Ed è quella che, paradossalmente, rivela più insicurezza.

Base di sceneggiatura: "La cena dei filosofi"

Sofia è una ricercatrice universitaria di filosofia morale, brillante e acuta, e lo sa. Ogni cena tra amici diventa un palcoscenico dove lei corregge, cita, smentisce. Quella sera, la sua amica d'infanzia Marta, che ha abbandonato l'università a vent'anni per aprire una piccola pasticceria, porta con sé il marito, un meccanico di nome Aldo. A tavola, la conversazione tocca la felicità. Sofia comincia a citare Aristotele, Mill, Nozick. Aldo ascolta in silenzio, poi dice: "Secondo me la felicità è quando smetti di chiederti se sei felice." Sofia ride: è un riso breve, sottile. Ma alle 2 di notte, nel silenzio del suo appartamento pieno di libri, rilegge la frase di Aldo su un tovagliolo che si è portata a casa senza accorgersene.


07 - L'arroganza del successo (tracotante, altezzosa)

Chi ha avuto successo, il successo vero, guadagnato con fatica ed ha smesso di distinguere tra i meriti di ieri ed il diritto di oggi. Il successo è diventato un'identità invece di un risultato. Chi non ce l'ha fatta viene guardato come chi non ha lavorato abbastanza, come se il contesto non esistesse, come se il caso non avesse mai giocato nessun ruolo.

Il momento narrativo più efficace: il fallimento improvviso, che rivela quanto il personaggio si fosse costruito interamente su qualcosa di esterno.

Base di sceneggiatura: "Tutto quello che ho costruito"

Davide, 45 anni, ha fondato una startup tecnologica che vale milioni. Parla a convegni, viene intervistato, ha 200.000 follower. Ogni conversazione con chi non ha raggiunto il suo livello contiene una morale non richiesta: "Io ci ho creduto quando tutti dicevano che era impossibile." Un giovane programmatore del suo team, Lorenzo, presenta un'idea rivoluzionaria. Davide la ascolta distrattamente e la archiva. Sei mesi dopo, Lorenzo si è dimesso e quella stessa idea, sviluppata da un'altra azienda, sta per scalzarlo dal mercato. Davide è solo nel suo ufficio di vetro, guardando la città di sotto. Per la prima volta, la vista dall'alto non gli dà la sensazione che pensava di avere. Gli dà solo vertigine.


Come costruire tecnicamente la sceneggiatura

Ora che hai la possibilitè di scegliere la tua forma di arroganza e la tua trama, ecco le indicazioni tecniche per trasformare l'idea in un copione vero.

* La regola d'oro: non dire, mostrare

Il difetto più comune nei cortometraggi sull'arroganza è che il protagonista viene spiegato invece che mostrato. Non scrivere "Marco era arrogante." Scrivi la scena in cui Marco parla sopra ad un collega, prende il suo posto senza chiedere, ringrazia con mezzo sorriso chi gli fa un complimento come se fosse ovvio. Il pubblico deve capirlo da solo, e questa scoperta è emotivamente più potente di qualsiasi didascalia.

Tecnica di scrittura della prima scena: La prima scena del tuo cortometraggio deve mostrare l'arroganza nel momento più banale e quotidiano possibile: non in una grande crisi, ma in un piccolo gesto. Una battuta interrotta. Un "grazie" non detto. Uno sguardo che dura un secondo di troppo verso il basso. Più il gesto è piccolo, più è credibile. Più è credibile, più il pubblico investirà nel personaggio.

* Il personaggio che fa da contraltare

Ogni storia sull'arroganza ha bisogno di un personaggio che la metta alla prova, non un nemico, non un moralizzatore, ma qualcuno che semplicemente esiste in modo diverso. Non si oppone all'arrogante con l'arroganza contraria: esiste con una quiete silenziosa che, proprio per questo, diventa insopportabile per il protagonista. Questo personaggio non deve "vincere" per forza ma deve solo essere lì, come uno specchio che il protagonista non può spegnere.

* Il finale: tre opzioni

Il cortometraggio sull'arroganza può finire in tre modi, ognuno con un effetto diverso sul pubblico.
Il primo è la caduta senza redenzione cioè il personaggio perde e non capisce perché: finale amaro, efficace per storie sull'arroganza di potere o di classe.
Il secondo è la crepa: il personaggio non cambia, ma per un istante vede se stesso: finale aperto, lascia il pubblico con una domanda.
Il terzo è il passo verso il cambiamento con il personaggio che fa un piccolo gesto di umiltà, non grande, non teatrale: è il più difficile da scrivere bene, ma il più commovente se ci riesce.

Suggerimento finale: Non avere fretta di condannare il tuo personaggio arrogante. Più lo capisci, più lo ami come autore, e più il pubblico lo riconoscerà. I migliori film sull'arroganza non ci fanno odiare il protagonista: ci fanno sentire, scomodi, pensando che avremmo potuto essere noi. Quella scomodità è il vero cuore di ogni storia ben scritta su questo tema.


In sintesi: il tuo punto di partenza

Scegli una delle sette facce dell'arroganza: quella che conosci meglio, quella che hai visto con i tuoi occhi o che hai vissuto sulla tua pelle. Prendi la base di sceneggiatura corrispondente ed aggiungici tre cose: un luogo preciso che conosci bene, un dettaglio fisico del protagonista che non sia mai spiegato ma che lo caratterizzi in modo assoluto, ed un oggetto che appare all'inizio ed alla fine del film in modo diverso. Con questi tre elementi, la storia già si scrive.

 

Ricapitolando, ecco di cosa abbiamo scritto:

La prima parte chiarisce la distinzione fondamentale tra arroganza, sicurezza di sé e orgoglio sano: una distinzione che uno sceneggiatore deve capire prima di costruire qualsiasi personaggio. Poi viene il dizionario degli aggettivi (sprezzante, presuntuoso, altezzoso, tracotante, condiscendente, supponente, imperioso, narcisista) che servono non solo a descrivere ma a trovare i comportamenti concreti da mostrare in scena.

Le sette facce dell'arroganza sono il cuore dell'articolo, ognuna con la sua logica narrativa distinta ed una base di trama pronta: il talento, il potere, la classe sociale, l'arroganza come difesa psicologica (la più ricca), quella generazionale, quella intellettuale e quella del successo. Ogni trama è ambientata in un contesto quotidiano ed italiano, con personaggi già caratterizzati ed un finale che apre una domanda invece di chiudere una morale.

La parte tecnica finale offre tre strumenti pratici: la regola del "mostrare senza spiegare", la funzione del personaggio specchio, e le tre possibilità di finale con i loro diversi effetti sul pubblico. Il suggerimento conclusivo, ovvero amare il personaggio arrogante invece di condannarlo, è forse il consiglio più importante di tutto l'articolo.

  * ATTENZIONELe idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.