Obiettivi Nikon FX e DX: differenze, scelte e uso 

nei diversi generi cinematografici

NIKON Dx FxChi si avvicina per la prima volta al sistema Nikon, sia nel mondo delle reflex storiche a innesto F sia in quello più recente delle mirrorless a innesto Z, si trova quasi subito davanti ad una sigla che sembra un dettaglio tecnico marginale e che invece condiziona in profondità ogni scelta successiva: FX oppure DX. Non è una differenza di marketing, è una differenza fisica reale, che riguarda le dimensioni del sensore per cui un obiettivo è stato progettato, e che ha conseguenze dirette sull'inquadratura, sulla luce raccolta, sulla profondità di campo e persino sul peso della vostra attrezzatura sul set. Capirla bene, prima di acquistare, è uno dei modi più semplici per evitare spese sbagliate e per scegliere consapevolmente lo strumento giusto per il tipo di racconto cinematografico che si vuole fare.


* Cosa significano davvero le sigle FX e DX

La sigla FX indica gli obiettivi progettati per coprire un sensore a fotogramma pieno, le cosiddette camere full-frame, con dimensioni del sensore equivalenti a quelle di un fotogramma di pellicola da 35mm (36x24mm).
La sigla DX indica invece gli obiettivi progettati per un sensore più piccolo, di formato APS-C (circa 23,5x15,7mm), quello che equipaggia le fotocamere Nikon della fascia più compatta e accessibile, sia nel mondo reflex (le serie D3000, D5000, D7000) sia in quello mirrorless (la Z50, la Zfc, la Z30).

La differenza fisica sostanziale tra i due tipi di obiettivo sta nel diametro del "cerchio d'immagine" che la lente proietta: un obiettivo FX proietta un cerchio d'immagine abbastanza ampio da coprire l'intero sensore full-frame, mentre un obiettivo DX proietta un cerchio più piccolo, sufficiente solo a coprire il sensore APS-C più contenuto.
È esattamente questa differenza a rendere gli obiettivi DX più compatti, più leggeri e generalmente più economici rispetto ai corrispondenti FX: costruire una lente che debba coprire un'area più piccola richiede meno vetro, meno materiale, una meccanica meno ingombrante.


* Il fattore di moltiplicazione: la stessa focale, un'inquadratura diversa

La conseguenza pratica più importante di questa differenza di formato è quello che in gergo si chiama fattore di crop, pari a circa 1,5x nel sistema Nikon DX. Significa che un obiettivo da 50mm, montato su un corpo macchina DX, restituisce un angolo di campo equivalente a quello di un 75mm su formato pieno. Non è che l'obiettivo "diventi" fisicamente un 75mm, la sua lunghezza focale resta 50mm a tutti gli effetti ottici, ma il sensore più piccolo "ritaglia" una porzione più stretta dell'immagine proiettata dalla lente, restituendo di fatto un'inquadratura più stretta, come se si fosse zoomato in avanti.

Questo significa, in pratica, che chi lavora in formato DX deve sempre tenere a mente questo moltiplicatore quando sceglie una focale in base all'inquadratura desiderata: un obiettivo che su un corpo FX userebbe come grandangolare (per esempio un 24mm) su un corpo DX si comporta come un'ottica molto più simile ad un 35mm, meno estrema nel campo visivo. Viceversa, chi cerca teleobiettivi spinti per riprese da lontano trova nel formato DX un alleato prezioso, perché ottiene una "portata" superiore senza dover acquistare un'ottica fisicamente più lunga e più costosa.


* Cosa succede quando si mescolano i due sistemi

Uno degli aspetti che genera più dubbi tra chi comincia è la compatibilità incrociata. Un obiettivo FX può sempre essere montato su un corpo DX, senza alcun problema: semplicemente, il cerchio d'immagine più ampio proiettato dalla lente viene "ritagliato" dal sensore più piccolo, con l'effetto del moltiplicatore di focale appena descritto. È una combinazione molto comune, spesso scelta da chi possiede già ottiche professionali FX e utilizza un corpo DX come corpo secondario, più leggero, per esigenze di reportage o di riprese rapide.

Il contrario, montare un obiettivo DX su un corpo FX, è tecnicamente possibile ma pone un problema reale: il cerchio d'immagine dell'obiettivo DX non è abbastanza ampio da coprire l'intero sensore full-frame. Le fotocamere Nikon più moderne riconoscono automaticamente l'obiettivo DX montato e passano in automatico ad una modalità di ripresa in crop DX, utilizzando solo la porzione centrale del sensore full-frame e riducendo di conseguenza la risoluzione effettiva dell'immagine. Se si forza la fotocamera a registrare comunque a piena risoluzione FX con un'ottica DX montata, il risultato è una vignettatura molto marcata ai bordi dell'inquadratura, con gli angoli dell'immagine praticamente neri: una combinazione da evitare per qualunque uso professionale, salvo la si cerchi apposta come effetto creativo molto particolare.


* Le differenze qualitative da conoscere

Al di là della semplice compatibilità meccanica, ci sono differenze qualitative che vale la pena avere presenti.
Il sensore full-frame, più grande, raccoglie generalmente più luce a parità di condizioni, offrendo prestazioni migliori in scarsa illuminazione e più margine prima che il rumore digitale diventi visibile alle alte sensibilità ISO. La stessa focale e lo stesso diaframma, usati su un sensore full-frame, producono inoltre una profondità di campo percepita più ridotta rispetto all'uso su un sensore APS-C: a parità di inquadratura finale, un sistema FX rende più naturale ottenere quello sfondo sfocato che il linguaggio cinematografico associa da sempre a un'immagine di qualità superiore.

Questo non significa affatto che il formato DX sia un ripiego. Gli obiettivi DX moderni della linea Nikkor Z, per esempio il recente 16-50mm f/2.8 od il 24mm f/1.7, offrono una qualità ottica notevole nonostante le dimensioni compatte, ed il vantaggio in termini di peso e ingombro è tutt'altro che trascurabile per chi lavora spesso in mobilità, con troupe ridotte o su gimbal, dove ogni etto in meno si traduce in ore di lavorazione più sostenibili fisicamente.


* Una nota sulla transizione da innesto F a innesto Z

Vale la pena ricordare che il sistema Nikon ha attraversato negli ultimi anni una transizione importante, dall'innesto F delle reflex storiche all'innesto Z delle mirrorless, oggi la piattaforma su cui si concentra quasi tutto lo sviluppo di nuove ottiche.
Le vecchie ottiche FX e DX a innesto F restano perfettamente utilizzabili sui corpi Z tramite l'adattatore FTZ, una soluzione economica per chi possiede già un parco ottiche Nikkor storico e vuole passare ad un corpo mirrorless senza doverlo ricomprare da zero.
Chi acquista oggi partendo da zero, però, troverà nel catalogo Z-mount tutto ciò che serve, sia in versione FX (la serie S, di fascia professionale, con ottiche come lo Z 35mm f/1.8 S o lo Z 50mm f/1.8 S) sia in versione DX, un catalogo cresciuto negli ultimi anni con l'aggiunta di ottiche dedicate come il 35mm f/1.7 macro o il già citato 16-50mm f/2.8, oltre ad un numero crescente di alternative di terze parti (Viltrox, tra le altre, offre ormai primi luminosi f/1.4 dedicati proprio al formato DX Z-mount).


* Come scegliere in base al genere cinematografico

Le differenze descritte finora non sono solo un esercizio tecnico: incidono direttamente sulle scelte espressive più adatte a ciascun genere.

Per il dramma sentimentale, dove la separazione ottica tra soggetto e sfondo è spesso uno strumento narrativo per isolare l'emozione del personaggio, un sistema FX resta la scelta più naturale: la maggiore profondità di campo ridotta, a parità di diaframma, restituisce con più facilità quello sfondo morbido che accompagna i primi piani più intimi.

Per il thriller, il moltiplicatore di focale del formato DX diventa un vantaggio creativo concreto: permette di ottenere inquadrature "rubate", compresse, quasi da sorveglianza, con teleobiettivi che sul formato DX raggiungono una portata equivalente maggiore senza dover investire in ottiche molto lunghe e costose, ideali per quelle riprese che devono restituire allo spettatore la sensazione di un punto di vista nascosto o distante.

Per la commedia, specialmente quella girata con troupe ridotte e tempi di lavorazione rapidi, il formato DX offre un vantaggio pratico non trascurabile: obiettivi più leggeri e compatti significano cambi di inquadratura più rapidi, meno fatica per chi opera con la camera a mano per un'intera giornata di riprese, ed un costo complessivo dell'attrezzatura più sostenibile per una produzione indipendente.

Per l'horror, dove gran parte dell'atmosfera si costruisce in condizioni di luce scarsa o controllata, un sistema FX offre generalmente un margine di manovra più ampio in scarsa illuminazione, permettendo di mantenere una qualità d'immagine pulita anche alzando la sensibilità ISO, un fattore importante quando si gira in notturna o con fonti di luce pratiche molto contenute.

Per l'avventura ed il documentario di viaggio, dove la portabilità e la rapidità di reazione contano quanto la qualità assoluta dell'immagine, un sistema DX rappresenta spesso il compromesso più intelligente: leggero da trasportare, con un catalogo di teleobiettivi già naturalmente "estesi" dal fattore di moltiplicazione, perfetto per chi deve inseguire l'azione con un solo corpo macchina e poche ottiche al seguito.


* Una nota finale, per chi sta scegliendo cosa acquistare

Chi si trova a dover scegliere da zero un intero sistema Nikon, corpo macchina più obiettivi, farebbe bene a ragionare non tanto su quale formato sia "oggettivamente migliore" in astratto, quanto su quale formato sia più coerente con il tipo di cortometraggi che intende realizzare più spesso.
Non è raro, del resto, che un professionista finisca per possedere entrambi i formati contemporaneamente: un corpo FX con ottiche di fascia alta per i progetti dove la qualità d'immagine e la profondità di campo contano più di ogni altra cosa, ed un corpo DX più leggero e maneggevole, magari proprio per quelle giornate di ripresa in cui la velocità di reazione e la portabilità fanno la differenza tra ottenere o perdere l'inquadratura giusta al momento giusto.

N.B.: Volendo andare sul sito Nikon questo è il link