5 parole che contengono tutto quello che serve sapere
Le Parole come Bussole
Esistono migliaia di manuali di cinema, centinaia di corsi di sceneggiatura, decine di teorie sulla regia e sul montaggio. Eppure spesso la distanza tra sapere tutto questo e fare davvero un cortometraggio che funzioni rimane incolmabile, e non per mancanza di tecnica, ma per mancanza di orientamento. Per non sapere, nel momento concreto della scelta creativa, quale direzione sia quella giusta.
Gli aggettivi che seguono non sono categorie accademiche né criteri di valutazione astratti. Sono bussole operative, sono parole che, interiorizzate profondamente ed applicate con coerenza ad ogni fase della realizzazione di un cortometraggio, producono quella qualità rara che distingue un film che si dimentica appena finito da uno che continua a risuonare nella mente e nel cuore dello spettatore molto dopo che lo schermo si è spento.
Cinque aggettivi soltanto. Ma ciascuno contiene un universo.
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* Primo aggettivo: NECESSARIO
- Il significato profondo
Necessario viene dal latino "necesse": ciò che non può non essere, ciò che non può essere altrimenti. Applicato ad un cortometraggio, questo aggettivo risponde alla domanda più difficile e più importante che un cineasta possa porsi prima di cominciare a lavorare: perché questa storia deve esistere?
Non nel senso commerciale o strategico del termine, non "perché ci sarà un pubblico per questa storia" o "perché questo tema è di moda". Ma in un senso molto più radicale e molto più personale: perché questa storia deve essere raccontata adesso, da me, in questa forma? Cosa succederebbe al mondo - od almeno allo spettatore che la guarda - se questa storia non venisse raccontata? Cosa rimarrebbe non detto, non visto, non sentito?
Un cortometraggio necessario è quello che non poteva non essere fatto. È nato da un'urgenza reale cioè emotiva, intellettuale, politica, esistenziale, che l'autore portava dentro di sé e che ha trovato nella forma cinematografica breve il suo unico modo possibile di esprimersi. È una storia che l'autore doveva raccontare, nel senso più letterale del termine: come si deve respirare, come si deve mangiare. Non per scelta strategica ma per necessità profonda.
- Il valore di applicazione nelle varie fasi
Nella fase dell'idea: La necessità è il primo filtro da applicare a qualsiasi idea prima ancora di svilupparla. Quando un'idea per un cortometraggio vi viene in mente, la domanda giusta non è "è una buona idea?" ma "perché questa idea mi è venuta proprio adesso? Cosa c'è nella mia vita, nella mia esperienza, nella mia visione del mondo che ha prodotto questa idea in questo momento?" Se non riuscite a rispondere a questa domanda, cioè se l'idea sembra interessante ma non sembra urgente, sì curiosa ma non necessaria, è probabile che non sia ancora la storia giusta da raccontare.
Nella fase della sceneggiatura: La necessità si manifesta nella sceneggiatura attraverso il principio di eliminazione: tutto ciò che non è necessario alla storia deve essere eliminato senza pietà. Ogni scena, ogni battuta, ogni personaggio secondario, ogni elemento visivo deve essere lì perché non può non esserci: perché la sua assenza impoverirebbe la storia in modo significativo. Questo non significa aridità o minimalismo sterile: significa precisione. Un oggetto di scena non necessario non è un dettaglio innocuo ma è un rumore che distrae lo spettatore da ciò che è importante.
Nella fase delle riprese: Sul set la necessità si traduce in una domanda che il regista dovrebbe porsi prima di girare ogni scena: questa scena, così come la sto girando, è necessaria? O sto girando per abitudine, per comodità, per seguire la sceneggiatura meccanicamente senza interrogarmi se quella scena stia ancora servendo alla storia nel modo più diretto e potente possibile? I set migliori sono quelli in cui questa domanda viene posta continuamente, anche a costo di cambiare la sceneggiatura all'ultimo momento quando la realtà del luogo e dei personaggi suggerisce qualcosa di più necessario di quello che era stato scritto.
Nella fase del montaggio: Il montaggio è la fase in cui la necessità diventa più spietata ed ancor più produttiva. Il montatore ha davanti a sé tutto il girato (e quasi sempre, o spesso molto più materiale di quello che entrerà nel film finale) ed il suo compito è tagliare via tutto ciò che non è necessario. Un secondo di troppo in una scena, una battuta che ripete un'emozione già espressa da un gesto, un'inquadratura di atmosfera che è bella ma non aggiunge niente alla storia: tutto questo deve andare via. Il montaggio eccellente è quello in cui ogni taglio è necessario: in cui niente potrebbe essere diversamente senza perdere qualcosa di essenziale.
- Esempi
Un esempio potente di cortometraggio necessario è qualsiasi film nato da un'esperienza personale diretta ed urgente. Immaginate un cineasta che ha perso un genitore e sente il bisogno urgente di raccontare il momento esatto in cui si è reso conto di non ricordare più esattamente la voce del genitore scomparso: non come esercizio terapeutico ma come storia cinematografica che chiunque possa riconoscere come propria. Quella storia è necessaria perché nasce da qualcosa di vero ed urgente, e lo spettatore lo sente immediatamente.
Al contrario, un cortometraggio non necessario è quello nato dal desiderio di dimostrare una tecnica visiva come un'idea di regia interessante ma senza una storia che la giustifichi oppure dall'osservazione che "questo tipo di cortometraggio funziona nei festival". Lo spettatore sente anche questo immediatamente: sente che c'è qualcuno dietro la camera che sta facendo una cosa interessante ma che non ha niente di urgente da dire.
Consiglio: Prima di scrivere una sola parola della vostra sceneggiatura, scrivete su un foglio bianco la risposta a questa domanda: perché devo fare questo film? Se la risposta data sono più di tre frasi prima di trovarne una giusta, probabilmente non è ancora abbastanza chiara. Se la risposta è immediata, viscerale, quasi impossibile da articolare in parole, allora quella è la storia giusta.
* Secondo Aggettivo: AUTENTICO
- Il significato profondo
Autentico viene dal greco "authentikos" ovvero ciò che è reale, genuino, che viene dall'interno e non dall'esterno, che non è imitazione né performance né adattamento ad un modello preesistente. Applicato ad un cortometraggio, l'autenticità è quella qualità per cui il film sembra venire da un posto reale: dall'esperienza vissuta o profondamente immaginata dell'autore, piuttosto che da una convenzione cinematografica, da un genere, da uno stile imitato da qualcun altro.
L'autenticità non significa autobiografia. Non significa che il cortometraggio debba essere la storia della propria vita o che i personaggi debbano essere versioni camuffate di persone reali conosciute. Significa che la verità emotiva del film, cioè le emozioni che i personaggi provano, le situazioni in cui si trovano, le scelte che fanno, tutto deve nascere da una comprensione profonda e diretta di come funziona l'essere umano, acquisita od attraverso l'esperienza personale od attraverso quella forma di empatia immaginativa intensa che i grandi narratori hanno sempre posseduto.
Un cortometraggio autentico è riconoscibile da questa sensazione precisa che lo spettatore prova: la sensazione che ciò che sta guardando sia vero: non necessariamente realmente accaduto, ma vero nel senso emotivo e psicologico del termine. Quella sensazione fisica di riconoscimento... pensare "sì, è esattamente così che ci si sente" che solo l'autenticità sa produrre.
- Il valore di applicazione nelle varie fasi
Nella fase dell'idea e della ricerca: L'autenticità comincia dal rifiuto del cliché cioè del personaggio già visto, della situazione già raccontata, dell'emozione già descritta nel modo convenzionale. Richiede che il cineasta vada più in profondità di quanto sia comodo fare, che cerchi il dettaglio specifico ed inaspettato che trasforma una situazione generica in qualcosa di reale e preciso. Un personaggio che affronta la solitudine non è autentico se affronta la solitudine nel modo in cui i personaggi cinematografici affronta solitamente la solitudine: è autentico se affronta la solitudine nel modo specifico, bizzarro, contraddittorio e preciso in cui le persone reali affrontano davvero la solitudine.
Nella fase della scrittura dei dialoghi: I dialoghi sono il luogo in cui l'autenticità si rivela o si tradisce in modo più immediato. I dialoghi non autentici sono quelli in cui i personaggi parlano come parlano i personaggi cinematografici: cioè con battute perfettamente costruite, con arguzia costante, con una coerenza emotiva che nessun essere umano reale possiede. I dialoghi autentici sono quelli in cui i personaggi parlano come parlano le persone reali cioè con interruzioni, contraddizioni, frasi incomplete, silenzi, cambi di direzione improvvisi, il dire una cosa intendendone un'altra. Ascoltare le conversazioni reali delle persone (nelle caffetterie, sui mezzi pubblici, in famiglia) è uno degli esercizi più utili che un aspirante sceneggiatore possa fare per sviluppare l'orecchio per il dialogo autentico.
Nella direzione degli attori: L'autenticità nella recitazione si ottiene non chiedendo agli attori di rappresentare un'emozione ma di trovarla, di costruire il personaggio dal proprio interno usando la propria esperienza emotiva reale come materiale, non imitando l'espressione esterna di quell'emozione. Un regista che dirige l'attore verso la vera autenticità non dice "sei triste, mostrami la tua tristezza", ma dice "cos'è successo a questo personaggio un'ora prima che iniziasse questa scena? Cosa sta cercando di nascondere? Cosa ha paura di mostrare?"
Nella fotografia e nella messa in scena: L'autenticità visiva significa scegliere luoghi reali invece di scenografie artificiali quando la storia lo permette, usare la luce naturale quando è possibile, accettare le imperfezioni del mondo reale come l'imperfezione di una parete, la polvere su un tavolo, la luce che cambia col passare del tempo, invece di cercare la perfezione fotografica artificiale che comunica immediatamente allo spettatore che sta guardando qualcosa di costruito.
- Esempi
Il cinema neorealista italiano, con registi come De Sica, Rossellini, Visconti, è l'esempio storico più potente dell'autenticità cinematografica: attori non professionisti, location reali, storie tratte dalla vita quotidiana delle persone comuni, dialoghi che sembrano improvvisati anche quando non lo sono. Quella scelta di autenticità radicale ha prodotto film che settant'anni dopo, oggi, sembrano ancora più vivi e più veri di molte produzioni contemporanee realizzate con budget enormi.
Per un cortometraggio, prendiamo un esempio concreto: un film che racconta il momento in cui un figlio adulto capisce che il padre sta invecchiando: non attraverso una scena drammatica e dichiarata, ma attraverso il dettaglio autentico e preciso di vedere il padre che non riesce ad aprire un barattolo e finge di non aver provato ad aprirlo. Quel dettaglio specifico cioè il barattolo, la finzione del padre, il figlio che finge di non aver visto, tutti dettagli che sono autenticità pura: è qualcosa che è successo davvero o che potrebbe essere successo davvero, e che lo spettatore riconosce immediatamente come vero.
Consiglio: Tenete un taccuino con voi ed annotatevi i dettagli autentici della vita reale: dai gesti, alle battute, tutti i momenti che vi colpiscono per la loro specificità e la loro verità. Queste annotazioni sono il materiale più prezioso che possiate avere: sono la vostra miniera di autenticità a cui attingere quando la sceneggiatura rischia di scivolare nel convenzionale.
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