Un discorso onesto ai giovani che amano il cinema e vogliono fare il salto che tanto sognano: dalla prima ripresa tremolante al cortometraggio che vince un premio. Questo è un articolo pensato per i giovani che vogliono fare sul serio. Tutto quello che nessuno vi dice.
Cari giovani filmmaker, questo articolo è scritto per voi che non avete esperienza, non è per chi studia in una scuola di cinema, non è per chi ha grandi mezzi. Ma solo per te, che hai un telefono in tasca, una storia in testa e la sensazione ostinata e bellissima che quella storia meriti di essere raccontata a qualcuno. Quella sensazione è il punto di partenza che ogni grande regista abbia mai vissuto. Non perderla. Non razionalizzarla. Usala come carburante dei tuoi sogni, perché ne avrai bisogno, soprattutto nei momenti in cui il film non funziona e non sai perché.
Quello che stai per leggere non è un manuale di istruzioni. È una mappa del territorio che cercherà di spiegarti su dove si trova la strada e dove si trova il precipizio. È la sintesi di tutto ciò che i registi professionisti hanno imparato, sbagliato, scoperto e dimenticato lungo il percorso. È la gavetta raccontata da chi la conosce, non come romanticismo del sacrificio, ma come il processo reale e preciso attraverso cui ogni persona con talento, ostinazione e curiosità può diventare un autore cinematografico.
"Il primo film di chiunque è sempre troppo lungo, troppo spiegato e troppo personale nel modo sbagliato. Il secondo è già un film. Il terzo è un inizio." diceva Federico Fellini, il regista.
* La prima verità che nessuno ti dice
Il cinema non si impara studiando il cinema. Si impara facendolo, e poi studiando per capire perché ciò che hai fatto non funziona come speravi. Questa sequenza è fondamentale: prima l'azione, poi la comprensione. Non aspettare di "sapere abbastanza" prima di girare. Non esiste quel momento. Chi aspetta di essere pronto non gira mai. Chi gira subito, sbaglia subito ed imparare dagli errori propri: e questa è la scuola più rapida ed efficace che esista.
La prima verità che nessuno dice ai giovani aspiranti registi è questa: il tuo primo cortometraggio sarà probabilmente brutto. Il secondo sarà meno brutto. Il terzo avrà già qualcosa di interessante. Il quinto od il sesto ti sorprenderà... E da quel momento in poi il percorso diventa esponenziale, perché ogni film insegna cose che nessun libro potrebbe insegnare. Questo non è un motivo per scoraggiarsi, ma è la descrizione precisa del processo di qualsiasi maestro in qualsiasi disciplina. Nessun chirurgo ha eseguito un'operazione perfetta la prima volta. Nessun pianista ha suonato senza errori il primo giorno. Perché un regista dovrebbe essere diverso?
* La gavetta: il percorso reale, non quello romantico
La parola "gavetta" evoca sacrifici romantici ed anni di sofferenza nobile. La realtà è molto più concreta e molto meno drammatica, ed è per questo che spesso viene trascurata. La gavetta nel cinema indipendente contemporaneo non è fare l'assistente di qualcuno per vent'anni sperando di ottenere un'occasione. È un percorso strutturato di apprendimento progressivo che puoi costruire da solo, con i pochi mezzi che hai, a partire da oggi.
Punto 1 - Il cortometraggio zero, quello che non mostri a nessuno (primo passo senza pressione)
Il primo cortometraggio che fai non è per il pubblico. Non è per i festival. Non è per i tuoi amici. È per te perchè è il tuo primo dialogo con la camera, il momento in cui scopri che ciò che immagini nella testa e ciò che appare sullo schermo sono due cose profondamente diverse. E questa scoperta, per quanto dolorosa, è la più preziosa di tutta la gavetta.
Giralo senza copione elaborato, senza troupe, senza attrezzatura speciale. Prendi il cellulare, scegli una storia di due minuti, due attori tra i tuoi amici ed un posto che conosci bene. Gira. Monta. Guarda. Poi fai questa operazione fondamentale: siediti davanti allo schermo con un taccuino e scrivi tutto ciò che non funziona: ogni inquadratura che non dice ciò che volevi dire, ogni momento in cui perdi interesse, ogni scena che dura troppo o troppo poco. Questa lista è il tuo primo programma di studi.
- La domanda giusta da farsi dopo il primo visione: Non "è bello?" ma "cosa volevo che lo spettatore sentisse in questa scena, e cosa ha sentito invece?" La distanza tra queste due risposte è la mappa di tutto ciò che devi imparare.
Punto 2 - Studiare guardando: è il metodo attivo (studio ed analisi cinematografica)
Parallelamente alla pratica, cominci a guardare i film in modo diverso. Non più come spettatore passivo, ma come analista attivo. La differenza è semplice: guardi un film con un taccuino aperto, e ogni volta che qualcosa ti colpisce sia positivamente o negativamente, lo fermi e scrivi perché. Perché quella scena funziona? Cosa ha fatto il regista per produrre quell'emozione? Perché quella transizione sembra giusta? Perché quella battuta sembra falsa?
Inizia con i corti, non con i lungometraggi. La brevità del cortometraggio rende visibile la struttura in modo molto più chiaro. Cerca i cortometraggi vincitori degli Oscar degli ultimi dieci anni, sono tutti accessibili online, e guardali con questo metodo analitico. Poi cerca i corti dei tuoi registi preferiti: quasi tutti ne hanno girati nelle fasi iniziali della carriera, e molti di essi sono disponibili gratuitamente su Vimeo o YouTube. Confrontare il cortometraggio iniziale di un regista con il suo film più noto è una delle lezioni di sceneggiatura e regia più dense che si possano trovare.
- Lista minima di cortometraggi da studiare per iniziare: La notte (Florian Habicht) · Two Cars One Night (Taika Waititi) · The Black Hole (Phil & Olly) · Wasp (Andrea Arnold) · For the Birds (Pixar) · Stutterer (Benjamin Cleary) · The Phone Call (Mat Kirkby) · Peel (Jane Campion). Ognuno è una lezione di struttura diversa.
Punto 3 - Il secondo ed il terzo cortometraggio: imparare una cosa per volta (progressione del focus tecnico)
Il secondo cortometraggio ha un obiettivo specifico: correggere il problema principale che hai identificato nel primo. Un solo problema, non tutti.
Se nel primo la luce era piatta e poco significativa, il secondo ha come obiettivo dichiarato lavorare sulla luce.
Se il dialogo era spiegato e innaturale, il secondo lavora sui dialoghi.
Se il ritmo era sbagliato, il secondo lavora sul montaggio.
Questo approccio monofocale è controintuitivo ma potentissimo: ti permette di misurare i progressi in modo preciso, di non sopraffarti con troppe variabili, e di costruire competenze che rimangono solide invece di miglioramenti vaghi in tutto.
Il terzo cortometraggio integra le competenze dei primi due ed aggiunge una sfida nuova. A questo punto hai già un "vocabolario" cinematografico minimo, cioè sai come posizionare una camera in modo non casuale, sai che il dialogo va scritto per come le persone parlano davvero, sai che il ritmo è una scelta consapevole. Il terzo film comincia ad essere un film, non solo un esercizio.
Punto 4 - Costruire una mini-troupe ed imparare dagli altri (collaborazione e comunità)
A partire dal terzo o quarto cortometraggio, inizia a lavorare con altre persone che stanno facendo lo stesso percorso. Non per dividere i compiti in modo professionale, ma per avere qualcuno che veda le tue scelte con occhi diversi dai tuoi. Il cameraman che hai convinto a lavorare con te vedrà angolazioni che tu, preso dalla storia, non avevi considerato. L'attore che hai scelto porterà al personaggio cose che non avevi scritto. Il montatore che ti aiuta vedrà nel girato possibilità che tu non vedi perché sei troppo vicino al materiale.
Cerca questi collaboratori nelle scuole di cinema, nei gruppi online di giovani filmmaker, nei laboratori di scrittura creativa. Oggi esistono decine di gruppi su piattaforme digitali dedicati specificamente ai filmmaker indipendenti italiani. Unisciti, contribuisci, proponi. La rete di collaboratori che costruisci in questa fase è spesso quella che ti accompagnerà per tutta la carriera.
- Il principio dello scambio: Partecipa al cortometraggio di un'altra persona nel ruolo che preferisci meno, esempio come montatore, fonico, direttore della fotografia. Fare il lavoro di qualcun altro sul set di qualcun altro è la scuola più rapida per capire come ogni ruolo contribuisce al film.
Punto 5 - Il primo cortometraggio "vero", quello per un pubblico reale (la svolta sul primo pubblico)
Arriva il momento, di solito tra il quarto e il sesto cortometraggio, in cui senti che ciò che stai per girare è qualcosa a cui tieni davvero, qualcosa che vuoi mostrare al di là della tua cerchia. Questo è il momento in cui cominci a prepararti per i festival. Non prima. Prima, ogni cortometraggio era formazione. Da questo in poi, è comunicazione.
Per questo cortometraggio dedica molto più tempo alla pre-produzione di qualunque cosa tu abbia fatto prima: scrivi la sceneggiatura almeno tre volte, ogni versione più essenziale della precedente. Fai un sopralluogo vero. Scegli il cast con più cura. Pianifica le riprese con uno storyboard, anche approssimativo. La pre-produzione ben fatta riduce i problemi sul set di almeno il sessanta per cento, e nel cortometraggio indipendente i problemi sul set quasi sempre non si recuperano in post-produzione.
* La scrittura delle idee: trovare storie che nessun altro racconterebbe
La domanda più frequente che si pone un giovane sceneggiatore è: "Come trovo le idee?" È la domanda sbagliata. Le idee non si trovano ma si generano, attraverso un processo di osservazione, ascolto e connessione che si può coltivare consapevolmente. Non esistono storie nuove. Esistono sguardi nuovi su storie antiche, ed il tuo sguardo, formato dalla tua specifica esperienza di vita, è l'unica cosa che nessun altro ha.
Il primo errore che quasi tutti i giovani sceneggiatori commettono è cercare idee "grandi": storie epiche, temi universali, conflitti storici. Il cortometraggio non vuole grandiosità: vuole precisione. Un cortometraggio su un uomo che non riesce a dire "ti voglio bene" al proprio padre mentre ha ancora tempo, può essere più universale di qualsiasi epopea. Perché quella storia piccola, raccontata con precisione ed onestà, tocca qualcosa che tutti hanno vissuto, ed il riconoscimento emotivo è il motore dell'arte cinematografica.
* Il metodo delle sette fonti: dove vivono le storie vere
1°) La tua vita, ma non come la racconti normalmente
Non autobiografia: il momento specifico, piccolo e dimenticato che però ha cambiato qualcosa. Non il grande trauma ma il momento prima del grande trauma. Non la risposta ma la domanda a cui nessuno ha mai risposto. I dettagli che ricordi senza capire perché li ricordi sono quasi sempre i più ricchi narrativamente.
2°) Le persone che osservi, ma non quelle che conosci
I passeggeri del treno, il cassiere del supermercato, il vecchio che si siede sempre sulla stessa panchina. Le persone che conosci ti raccontano già le loro storie. Quelle che non conosci le immagini, e quella tensione tra il visibile e l'immaginato è il territorio narrativo del cinema.
3°) Le conversazioni ascoltate per caso
Una frase sentita su un autobus, un litigio a mezza voce in un ristorante, due colleghi che parlano di qualcosa che non capisci. Il frammento senza contesto costringe la mente a completarlo, ed il modo in cui lo completi rivela la storia che sei in grado di raccontare.
4°) Il rovesciamento: prendere una storia nota e girarla
Cosa succederebbe se il personaggio minore di un racconto famoso fosse il protagonista? Cosa succederebbe se la storia d'amore fosse raccontata dalla persona che non è stata scelta? Cosa succederebbe se la storia si svolgesse nel momento successivo al finale classico? Il rovesciamento non è imitazione ma è il modo più diretto per trovare un angolo nuovo su materiale già esistente.
5°) L'oggetto con una storia dentro
Trova un oggetto fisico che ti colpisce, come un vecchio orologio, una fotografia trovata per strada, un documento dimenticato,... e costruisci la storia di chi lo ha posseduto, o di chi lo possiederà. Gli oggetti sono contenitori di vita altrui, ed usarli come punto di partenza produce storie ancorata nel concreto.
6°) La notizia di cronaca minima
Non il grande fatto di cronaca che tutti commentano ma la piccola notizia locale che ha una stranezza, un'anomalia, un dettaglio inspiegabile. Queste notizie minime sono spesso porte su vite completamente diverse dalla tua, su ambienti che non conosci, su conflitti che non avresti mai immaginato.
7°) La domanda senza risposta che ti tormenta
C'è qualcosa che non hai capito della vita come un comportamento umano che non riesci a spiegare, una relazione che non ha senso, una scelta che non capisci. Scrivendone, non troverai la risposta, ma lo spettatore si riconoscerà nella domanda. E questo è sufficiente per fare un film potente.
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