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 film vacanze romane 2

* Il Montaggio: il Ritmo che non si vede

Robert Swink e l'arte del taglio invisibile

Il montaggio di Vacanze Romane, curato da Robert Swink, è uno dei grandi esempi di quello che i teorici del cinema chiamano "montaggio invisibile" o "montaggio continuità": il tipo di montaggio in cui i tagli non si sentono, in cui il flusso narrativo è così fluido che lo spettatore non è mai consapevole del passaggio da un piano all'altro.

Questo tipo di montaggio richiede una comprensione profonda del ritmo interno di ogni scena ovvero il ritmo delle battute, il ritmo dei movimenti degli attori, il ritmo delle pause, e la capacità di costruire i tagli in modo che coincidano con i momenti in cui il ritmo "invita" naturalmente il cambio di piano.

Nella sequenza della gita in Vespa per Roma, Swink alterna con grande libertà piani larghissimi della città, piani medi dei due protagonisti in movimento, primissimi piani di volti e dettagli, senza che il ritmo di questa alternanza sembri mai meccanico. Il segreto è che i tagli seguono il ritmo emotivo della sequenza, non una regola tecnica: quando c'è azione e velocità, i piani si accorciano; quando c'è un momento di sguardo, di pausa, di riconoscimento tra i due, il piano si allunga.

Un giovane montatore come un giovane regista che vuole capire il montaggio, deve studiare questa sequenza fotogramma per fotogramma perché dimostra il principio fondamentale che il montaggio non ha una regola di ritmo valida in assoluto: ha il ritmo della storia che sta raccontando in quel momento preciso.

Il contrasto ritmico come strumento narrativo

Una delle scelte di montaggio più sofisticate di Vacanze Romane è quasi completamente inosservata: il contrasto sistematico tra il ritmo delle sequenze nel palazzo ed il ritmo delle sequenze nelle strade di Roma.

Le scene nel palazzo hanno un ritmo rallentato, quasi cerimoniale: i piani sono più lunghi, i movimenti degli attori più formali, il numero di tagli per minuto significativamente inferiore. Questo ritmo lento non è pigrizia narrativa: è la traduzione visiva della vita istituzionale, quella vita in cui ogni momento ha la sua forma prescritta e il tempo non appartiene alla persona ma al protocollo.

Appena la principessa è nelle strade di Roma, il ritmo si trasforma: piani più brevi, più tagli, più varietà nell'alternanza tra grandangolo e primo piano. Non diventa mai frenetico: Wyler e Swink non cercano l'effetto adrenalinico, ma il ritmo acquista una vivacità, una leggerezza, una qualità di imprevedibilità che è il correlativo ritmico della libertà che la principessa sta vivendo.

Questo contrasto ritmico è uno strumento narrativo che il montaggio di Vacanze Romane usa con una coerenza che pochi film hanno. Il pubblico non lo percepisce consapevolmente, ma lo sente: si accorge che le sequenze nel palazzo "pesano" diversamente da quelle per le strade, che il film respira in modo diverso in luoghi diversi. Quello è il montaggio che lavora sul piano inconscio dello spettatore, che costruisce significato senza che lo spettatore debba pensarlo.

La conferenza stampa finale: masterclass di costruzione del climax

La scena della conferenza stampa finale è il punto più alto del montaggio di Vacanze Romane, e vale un'analisi dettagliata perché è un caso quasi didattico di come si costruisce il climax emotivo di un film attraverso il montaggio invece che attraverso la musica od il testo.

La situazione è la seguente: la principessa tiene una conferenza stampa formale, i giornalisti fanno le domande di rito, le risposte sono le risposte ufficiali di un personaggio pubblico. In mezzo a quella sala c'è Joe Bradley, il giornalista che sa tutto, che non scriverà il pezzo, che la ama e che lei non rivedrà mai più.

Swink monta questa scena con una precisione quasi musicale. I piani ufficiali come la principessa al tavolo, le domande dei giornalisti, le risposte formali, vengono alternati con piani su Joe che la guarda, su Eddie Albert (il fotografo) che la guarda, sulla principessa che risponde ma i cui occhi vanno per un secondo verso Joe. Questi piani di raccordo emotivo (che nel linguaggio del montaggio si chiamano "piani di reazione") non commentano esplicitamente: mostrano. Mostrano Joe che guarda una donna che non può più essere sua, mostrano la principessa che risponde con la maschera del ruolo ma che, nel momento in cui Joe si avvicina, permette alla maschera di spostarsi di mezzo centimetro.

Il momento in cui i due si avvicinano per il saluto formale è girato in piano sequenza: la camera si avvicina lentamente, senza tagli, tenendoli entrambi in frame mentre si stringono la mano con la formula di cortesia e si dicono quello che non possono dirsi. Non c'è musica. Non c'è dialogo elaborato. C'è soltanto quella stretta di mano che dura un secondo più del necessario, ed il modo in cui i due la tengono dice tutto il film in un gesto.

Poi il taglio: la principessa che si allontana. Joe che rimane fermo. Il corridoio progressivamente vuoto mentre i giornalisti escono. Il piano finale: Joe solo nel corridoio vuoto, la camera che lo guarda da lontano, poi il taglio al nero.

Questo finale è il risultato di una scelta di montaggio precisa: non finire sul viso di uno dei due protagonisti (il primo piano sarebbe stato sentimentale), ma sulla distanza, sul corridoio vuoto, sull'assenza che rimane dopo che tutto è finito. È un finale che il montaggio costruisce nello spazio fisico dell'inquadratura: la distanza tra Joe e la macchina da presa è la distanza tra lui e tutto quello che avrebbe potuto essere.

* La Regia: William Wyler e le cose che non si insegnano

Il regista come direttore invisibile

William Wyler era uno dei registi più tecnici e più esigenti di Hollywood, famoso per il numero di take che chiedeva ai propri attori (da cui il soprannome "Forty-Take Wyler"). Ma quello che questa reputazione tende ad oscurare è il risultato di quella esigenza: non la perfezione tecnica fine a se stessa, ma l'autenticità della recitazione che emerge quando gli attori, a forza di ripetere, smettono di "recitare" e cominciano ad essere.

Wyler diceva raramente agli attori cosa voleva. Chiedeva loro di ripetere, guardava, ed alla fine di ogni ripetizione diceva soltanto "ancora" o "abbastanza". Gli attori erano spesso frustrati da questa assenza di indicazioni esplicite. Ma quello che Wyler stava cercando, e che alla decima o ventesima ripetizione spesso trovava, era il momento in cui l'attore smetteva di pensare alla scena e la viveva. Il momento in cui la recitazione diventava presenza.

Questa filosofia di regia ha prodotto in Vacanze Romane performance che non sembrano performance: sembrano persone. Hepburn che mangia il gelato non sembra stia girando un film. Peck che guarda la principessa scomparire nel corridoio non sembra stia recitando una separazione: sembra stia separandosi.

Un giovane regista deve capire da Wyler che la tecnica non è il fine ma il mezzo: il fine è la verità del momento davanti alla camera. E che spesso la verità emerge non dalla perfezione tecnica ma dall'esaurimento della tecnica cioè da quando, dopo abbastanza ripetizioni, l'attore smette di "fare" e comincia ad "essere".

La Roma come co-protagonista: la scelta del location shooting

Vacanze Romane è stato uno dei primi film americani di grande produzione a girarsi interamente nella location, a Roma, usando la città reale invece di ricostruirla in studio. Questa scelta, necessitata anche da ragioni economiche, ha prodotto un effetto drammaturgico che nessuna ricostruzione avrebbe potuto dare.

La Roma di Vacanze Romane non è una Roma decorativa. Non è uno sfondo pittoresco che esiste per compiacere lo sguardo del pubblico nordamericano che non ci è mai stato. È un ambiente che ha il suo peso specifico, la sua confusione reale, la sua vita propria indipendente dai protagonisti. I venditori ambulanti, i turisti veri, le macchine del 1952, i romani che guardano (e a volte guardano in camera, perché erano romani veri che non sapevano di essere in un film): tutto questo entra nell'inquadratura con la sua presenza autentica e produce una qualità documentaristica che il cinema di fiction di quegli anni raramente aveva.

Wyler capiva che girare in quella location non è semplicemente una questione di autenticità visiva: è una questione di atmosfera. Le strade di Roma portano con sé una storia, un odore, una textura che si trasmette attraverso la lente cinematografica anche senza essere mai nominata. Quando la principessa cammina tra i resti antichi di Roma, il senso del tempo che passa, l'eternità di quei luoghi rispetto alla brevità del suo giorno di libertà, entra nel film senza che nessuno lo dica.

Un giovane regista deve imparare da questa scelta che il luogo in cui giri non è neutro: è narrativo. Ogni location porta con sé un significato che la camera può scegliere di usare o di ignorare, ma che è sempre presente. Scegliere dove girare è scegliere parte del significato del film ancora prima di girare la prima inquadratura.


* Le 7 Cose che un giovane Regista deve portarsi a casa

Dopo oltre settantanni, Vacanze Romane non è diventato un documento storico di un'epoca scomparsa. È ancora un film che funziona, che produce emozione, che fa ridere e fa commuovere nel finale. Il motivo non è la nostalgia: è che i principi su cui è costruito (drammaturgici, registici, fotografici, di montaggio, recitativo) non sono solo principi del 1953. Sono i principi del cinema, validi ieri come oggi come domani.

Prima cosa da portarsi a casa: La doppia menzogna come struttura drammaturgica. Il pubblico che sa più dei personaggi è la fonte di tensione più potente che la commedia romantica possa produrre. Usatela con precisione e rispettatela: non spiegatela, non sottolineatela, lasciate che lavori sotto la superficie.

Seconda cosa: Il dialogo che non spiega ma fa. I personaggi non dicono quello che provano: dicono quello che stanno facendo, ed il pubblico sente quello che provano. Imparate a distinguere il dialogo che informa da quello che rivela, e privilegiate sempre il secondo.

Terza cosa: La recitazione interna come materia prima della camera. Il viso di un attore che pensa e veramente, non performativamente, è la cosa più potente che la cinepresa possa riprendere. Create le condizioni in cui i vostri attori possano essere presenti, non recitare la loro presenza.

Quarta cosa: Il two-shot come strumento drammatico, non di compromesso. Tenere due personaggi nello stesso frame obbliga il pubblico ad essere attivo, ad integrare due reazioni simultaneamente, a sentire la tensione fisica tra i due corpi. Usatelo nei momenti di massima intensità emotiva, non come soluzione di ripiego.

Quinta cosa: Il contrasto ritmico tra sequenze diverse come traduzione cinematografica degli stati emotivi. Il ritmo lento dice costrizione, il ritmo vivace dice libertà, il ritmo spezzato dice angoscia. Usate il montaggio per costruire i ritmi interni delle vostre storie, non per descriverli.

Sesta cosa: Il location shooting come scelta narrativa. Dove girate porta significato: la texttura, la storia, l'atmosfera di un luogo reale entrano nel film attraverso la lente e non possono essere replicate in studio. Scegliete i vostri luoghi con la stessa cura con cui scegliete le vostre inquadrature.

Settima e ultima cosa: Il finale onesto. La commedia romantica vi chiede l'unione: rifiutatela quando la storia che state raccontando non la supporta. Il pubblico perdona quasi qualsiasi scelta narrativa se sente che è vera. Non gli perdonerà mai una scelta falsa fatta per compiacerlo.

Vacanze Romane dura 118 minuti ed ogni minuto ha qualcosa da insegnare. Guardatelo con la penna in mano.