Chi è il Protagonista? è il personaggio che persegue gli obiettivi principali della trama della storia.
Chi è l'Antagonista? è il personaggio che si oppone all'avanzamento dell'obiettivo principale della trama.

Sembrerebbe che abbiamo detto tutto. Tutto così semplice e facile...? non proprio.

 Protagonista contro Antagonista 01

Come costruire un antagonista forte, vivo e decisivo nella storia,
dal punto di vista dello sceneggiatore

Quando si comincia a scrivere una storia, quasi sempre si parte dal protagonista. È naturale. Il protagonista è il personaggio che seguiamo più da vicino, quello che ci offre il punto di vista emotivo, quello che vuole qualcosa e si muove per ottenerlo. È lui che ci introduce nel mondo della storia.

Ma una sceneggiatura davvero solida non nasce soltanto da un buon protagonista.

Nasce dal conflitto.

Ed il conflitto, nella maggior parte dei casi, prende forma, intensità, direzione e significato grazie all’antagonista.

Molti sceneggiatori principianti dedicano settimane al protagonista e poi, quasi per dovere, “aggiungono” un antagonista solo per ostacolarlo. Questo è uno degli errori più frequenti. L’antagonista non deve essere un semplice impedimento. Non è un blocco stradale messo lì per rallentare il viaggio dell’eroe. Non è un cartello con scritto “divieto di passaggio”.

Un ottimo antagonista è una forza drammatica attiva.
Agisce, sceglie, influenza, costringe il protagonista a cambiare strategia, carattere, visione del mondo. In molti casi, è proprio l’antagonista a far nascere la vera storia. Senza di lui, il protagonista vivrebbe una strada più facile, più lineare, spesso meno interessante.

Per questo, dal punto di vista dello sceneggiatore, l’antagonista non va pensato dopo: va progettato come motore narrativo.


1. Che cos’è davvero l’antagonista

L’antagonista non è semplicemente “il cattivo”.

Questa è una semplificazione che fa male alla scrittura.

L’antagonista è il personaggio, la forza, il sistema, il desiderio opposto, l’ostacolo intelligente o la pressione narrativa che si oppone al raggiungimento dell’obiettivo del protagonista.

La parola chiave è: si oppone.

Ma fate attenzione: si oppone in modo attivo, coerente e motivato.

Un vero antagonista:

  • difende qualcosa;
  • vuole qualcosa;
  • teme qualcosa;
  • combatte per un proprio ordine del mondo;
  • costringe il protagonista a reagire.

Se il protagonista dice: “Voglio arrivare lì”, l’antagonista dice:  “No. Non passerai. Ed ho le mie ragioni.”

Questa è la base.


2. La grande verità di sceneggiatura: il protagonista si rivela grazie all’antagonista

Uno sceneggiatore maturo sa che il protagonista non si capisce davvero dai suoi discorsi, ma dalle sue reazioni sotto pressione.

E chi crea questa pressione? L’antagonista.

Un protagonista simpatico, ben scritto, anche fragile e interessante, non basta. Per mostrare chi è davvero, deve essere messo in crisi. Deve essere provocato. Deve essere costretto a scegliere. Deve perdere terreno. Deve essere tentato di tradire se stesso. Deve arrivare a un punto in cui non può più fingere.

L’antagonista serve proprio a questo:

  • tira fuori i limiti del protagonista;
  • smaschera le sue illusioni;
  • ferisce i suoi punti deboli;
  • lo costringe a crescere oppure a crollare.

In termini pratici:
il valore dell’antagonista determina la profondità del protagonista.

Più l’antagonista è forte, intelligente, specifico e drammaticamente vivo, più il protagonista sarà costretto a diventare interessante.


3. Il protagonista inizia la storia. L’antagonista la indirizza

Questo è un punto decisivo, soprattutto per il cortometraggio.

Spesso si dice che il protagonista guida la narrazione. È vero fino a un certo punto. In realtà, nella buona scrittura, la storia si sviluppa grazie a una lotta di iniziative. Il protagonista vuole muoversi in una direzione, ma l’antagonista interviene e cambia le regole del gioco.

Un antagonista forte:

  • devia il piano iniziale del protagonista;
  • alza la posta;
  • introduce nuovi rischi;
  • trasforma una semplice intenzione in un vero dramma.

In altre parole: l’antagonista non commenta la storia, la piega.

In un cortometraggio questo è ancora più evidente, perché hai poco tempo. Se l’antagonista non entra con precisione e forza, la storia rimane piatta. In pochi minuti bisogna percepire subito che esiste una resistenza viva, concreta, drammaturgica.

Un cortometraggio senza un antagonismo chiaro spesso sembra:

  • un’idea;
  • una situazione;
  • una suggestione;
  • un esercizio di stile.

Un cortometraggio con un antagonista ben costruito, invece, diventa racconto.


4. Il primo errore: creare un antagonista in funzione del protagonista, ma senza una vita propria

Molti antagonisti nascono così:  “Cosa può dare fastidio al mio protagonista?”

Domanda utile, ma insufficiente.

La domanda migliore è:  “Chi o che cosa si oppone a lui con ragioni autentiche e con una propria visione del mondo?”

Un antagonista funziona quando sembra provenire da una vita reale, non da un’esigenza meccanica della trama.

Per essere credibile deve avere:

  • una logica interna;
  • un obiettivo autonomo;
  • una strategia;
  • un carattere;
  • un modo di parlare;
  • un rapporto personale con il conflitto.

Anche se compare poco, deve dare l’impressione di esistere anche fuori scena.

Questo è il salto di qualità.


5. L’antagonista non si considera cattivo

Uno dei principi più utili per uno sceneggiatore è questo:  L’antagonista migliore non si percepisce come il villain della storia.
Si percepisce come il soggetto che sta facendo ciò che è necessario.

Può pensare di:

  • proteggere qualcuno;
  • difendere l’ordine;
  • punire l’ipocrisia;
  • ristabilire una verità;
  • evitare un danno;
  • meritare qualcosa che gli spetta;
  • correggere il protagonista.

Più l’antagonista si sente giusto, più diventa forte.

Perché? Perché agisce con convinzione. Ed i personaggi che agiscono con convinzione generano dramma. Quelli che agiscono solo perché “sono cattivi” generano caricatura.

Uno sceneggiatore deve chiedersi:

  • cosa vuole veramente?
  • perché pensa di avere ragione?
  • quale ferita o esperienza ha modellato questa visione?
  • quale parte di verità possiede?

L’ultima domanda è potentissima.
Perché un antagonista memorabile contiene quasi sempre una verità scomoda che il protagonista non vuole vedere.


6. Antagonista e tema: dove nasce la vera forza del conflitto

Quando protagonista e antagonista litigano soltanto sul piano dell’azione, la storia può funzionare.
Quando litigano anche sul piano del tema, la storia acquista spessore.

Esempio generale:

  • il protagonista crede nella libertà individuale;
  • l’antagonista crede nel controllo;
  • il protagonista crede che dire la verità liberi;
  • l’antagonista crede che la verità distrugga;
  • il protagonista crede nel perdono;
  • l’antagonista nella vendetta;
  • il protagonista crede nel rischio;
  • l’antagonista nella sicurezza.

Qui non stiamo più parlando solo di ostacoli pratici.
Stiamo parlando di due visioni del mondo.

Ed è qui che il conflitto smette di essere decorativo e diventa necessario.

Lo sceneggiatore dovrebbe sempre cercare di formulare la guerra tra protagonista e antagonista in questo modo:

“Questa storia mette a confronto due idee incompatibili su come vivere, amare, sopravvivere, proteggersi o ottenere dignità.”

Quando trovi questa frizione, hai trovato la colonna vertebrale del conflitto.


7. Le domande fondamentali per creare un ottimo antagonista

Quando costruisci un antagonista, prova a rispondere in modo preciso a queste domande:

a. Cosa vuole?

Non in generale. In questa storia. In queste scene. Adesso.

b. Perché lo vuole?

Quale mancanza, paura, umiliazione, ambizione o bisogno lo spinge?

c. Cosa lo rende pericoloso?

Intelligenza? Potere? Manipolazione? Fascino? Pazienza? Status? Violenza? Autorità morale?

d. Qual è il suo rapporto con il protagonista?

Nemico aperto? Rivale? Ex alleato? Padre? Madre? Amico tradito? Collega? Sistema impersonale?

e. Quale debolezza del protagonista colpisce meglio?

Paura di fallire? Bisogno di approvazione? Senso di colpa? Solitudine? Orgoglio?

f. Perché proprio lui è l’antagonista giusto per questa storia?

Non uno qualunque. Proprio lui. Proprio con quella faccia, quella voce, quel metodo, quella psicologia.

g. In cosa ha ragione?

Questa domanda impedisce al personaggio di diventare banale.

h. Cosa perderebbe se il protagonista vincesse?

Qui nasce l’urgenza dell’antagonista. Se non ha nulla da perdere, non lotterà davvero.

i. Come agisce?

Attacca frontalmente? Si insinua? Seduce? Corrompe? Attende? Osserva? Umilia? Blocca?

j. In cosa assomiglia segretamente al protagonista?

Le opposizioni più forti spesso nascono da somiglianze profonde.


8. I diversi tipi di antagonista

Dal punto di vista della scrittura, è utile distinguere diversi tipi di antagonismo. Non sempre l’antagonista deve essere un villain classico.

A. Antagonista umano diretto

È il caso più evidente. Una persona precisa si oppone al protagonista.
Funziona bene quando vuoi tensione immediata, confronto, dialoghi forti, duelli psicologici o morali.

B. Antagonista relazionale

È qualcuno che ama il protagonista, ma per questo lo ostacola. Un genitore, un partner, un amico, un fratello.
Molto potente nei corti intimi e drammatici.

C. Antagonista sistemico

La burocrazia, una struttura sociale, un’istituzione, una regola collettiva.
Qui spesso conviene incarnare il sistema in uno o due personaggi concreti, altrimenti il conflitto rischia di diventare astratto.

D. Antagonista interno

La paura, la vergogna, la dipendenza, il trauma, il desiderio autodistruttivo.
Funziona, ma nel cinema va tradotto in comportamento, immagine, situazione e scelta. Da solo, se resta soltanto psicologico, rischia di non avere mordente.

E. Antagonista ambientale

Tempo, spazio, malattia, isolamento, condizione fisica, catastrofe.
Anche in questo caso, per il cinema breve è spesso utile unire il fattore ambientale a una forma umana o decisionale.

F. Antagonista specchio

È il personaggio che rappresenta ciò che il protagonista potrebbe diventare.
Molto forte sul piano tematico.

G. Antagonista affascinante

Seduce, convince, appare più intelligente o libero del protagonista.
Pericolosissimo in senso drammaturgico, perché il protagonista potrebbe seguirlo.


9. Come creare un antagonista memorabile: 12 principi pratici

a. Dagli un obiettivo concreto

“Distruggere il protagonista” è debole.
“Impedire che testimoni”, “tenere il figlio con sé”, “vincere il concorso”, “coprire un segreto”, “convincerlo a restare”, “fargli firmare il documento” è molto meglio.

Il conflitto vive nei verbi concreti.

b. Rendilo competente

Un antagonista inefficace abbassa la tensione.
Deve saper fare qualcosa meglio del protagonista o possedere un vantaggio reale.

c. Rendilo attivo

Non aspettare che reagisca sempre al protagonista.
Fallo muovere per primo. Fagli preparare il terreno. Fagli cambiare il campo di battaglia.

d. Dagli logica e metodo

Ogni antagonista forte ha un proprio stile operativo.
C’è chi umilia in pubblico, chi isola, chi seduce, chi mente, chi compra il silenzio, chi usa il tempo come arma.

e. Dagli umanità, non giustificazione assoluta

Umanizzare non significa assolvere.
Significa renderlo leggibile e vivo.

f. Fallo entrare presto, anche indirettamente

Nel corto soprattutto, il pubblico deve percepire presto la presenza dell’opposizione. Anche con una traccia, una voce, una conseguenza, una minaccia.

g. Mettilo in una posizione di vantaggio

L’antagonista deve costringere il protagonista a recuperare terreno.

h. Crea un legame personale con l’eroe

Più il conflitto è personale, più brucia.
L’antagonista non deve solo impedire. Deve toccare il nucleo fragile del protagonista.

i. Fallo vincere almeno in parte

Se il protagonista supera tutto troppo facilmente, l’antagonista perde peso.
Serve che ottenga successi, che provochi danni, che faccia male.

j. Dagli scene in cui ha il controllo

Un buon antagonista deve avere momenti in cui domina la stanza, la situazione, la psicologia altrui.

k. Fagli dire cose che spiazzano

Le sue battute non devono sembrare “malvagie”, ma precise, vere, taglienti.
Spesso l’antagonista colpisce perché nomina ciò che gli altri tacciono.

l. Dagli una relazione con il tema

Se il protagonista è la domanda, l’antagonista deve essere una possibile risposta alternativa.


10. Antagonista forte non significa antagonista rumoroso

Altro errore frequente: pensare che per essere forte l’antagonista debba essere violento, sopra le righe, aggressivo, teatrale.

Non è così.

Un antagonista può essere fortissimo anche se:

  • parla piano;
  • sorride;
  • resta immobile;
  • dice poco;
  • sembra educato;
  • appare persino ragionevole.

La forza drammatica non coincide con il volume della performance, ma con:

  • la precisione con cui colpisce;
  • il potere che esercita;
  • la lucidità delle sue scelte;
  • l’effetto che produce sul protagonista.

Nel cortometraggio, spesso un antagonista silenzioso e chirurgico è più memorabile di uno urlato.


11. Il rapporto segreto: protagonista e antagonista devono appartenere allo stesso universo morale

Un antagonista qualsiasi non basta.
Deve essere l’antagonista giusto per quel protagonista.

Questo significa che tra i due deve esistere un legame organico. Non necessariamente biografico, ma drammatico.

Le migliori coppie conflittuali condividono almeno una di queste caratteristiche:

  • vogliono la stessa cosa;
  • amano la stessa persona;
  • vengono dallo stesso passato;
  • incarnano due modi opposti di reagire alla stessa ferita;
  • si somigliano troppo;
  • uno vede nell’altro ciò che rifiuta di ammettere in sé.

Questa relazione fa sì che il conflitto non sia esterno, ma inevitabile.

Lo sceneggiatore dovrebbe chiedersi:  “Perché questi due personaggi erano destinati a scontrarsi?”

Se la risposta è forte, la sceneggiatura cresce.


12. L’antagonista nei cortometraggi: come farlo funzionare in poco tempo

Nel cortometraggio c’è una difficoltà specifica: non hai lo spazio di un lungometraggio per sviluppare gradualmente tutte le sfumature.

Per questo l’antagonista nel corto deve essere:

  • leggibile subito;
  • efficace rapidamente;
  • specifico;
  • concentrato;
  • preciso nella funzione drammatica.

Come si ottiene questo risultato?

A. Dagli un’entrata drammaturgica chiara

Appena compare, o appena se ne percepisce l’influenza, dobbiamo capire che modifica l’equilibrio.

B. Dagli una funzione netta

Non può fare troppe cose. Deve essere progettato per colpire il cuore della storia.

C. Dagli un tratto dominante memorabile

Un gesto, una regola, un tono, una frase tipica, un metodo.
Nel corto, la sintesi è fondamentale.

D. Collega subito il suo potere alla vulnerabilità del protagonista

Non basta che sia forte. Deve essere forte contro quel personaggio.

E. Usa il sottotesto

Nel corto è prezioso. Un antagonista può diventare enorme anche in una scena breve, se sotto le battute si percepisce un passato, un rancore, una gerarchia.

F. Fai in modo che ogni sua azione produca conseguenze immediate

Nel corto non c’è tempo per lunghe preparazioni inconcludenti.

 
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