PROTAGONISTA CONTRO ANTAGONISTA
Sono il cuore pulsante di ogni storia che vale la pena raccontare
"Un eroe senza nemico è solo un uomo che cammina.
Un nemico senza eroe è solo un pericolo senza forma.
Insieme, diventano cinema."
L'EQUAZIONE FONDAMENTALE DEL CINEMA
Esiste un principio che attraversa tutta la storia del cinema, dai primordi del muto di Chaplin ai blockbuster di oggi, dai film d'autore più cerebrali ai thriller più commerciali: ogni storia è, nella sua essenza più nuda, il racconto di uno scontro.
Non necessariamente uno scontro fisico. Non necessariamente uno scontro tra persone. Ma sempre, invariabilmente, uno scontro tra due forze opposte che si contendono qualcosa come un territorio, un amore, una verità, la propria sopravvivenza, la propria identità.
Queste due forze hanno nomi antichissimi, che vengono dal greco classico e che il cinema ha ereditato dalla letteratura e dal teatro: il Protagonista e l'Antagonista.
Capire davvero cosa sono questi due ruoli (non nella loro versione semplificata da manuale, ma nella loro natura profonda e complessa) significa capire come funziona il cinema. E significa, per chi vuole fare cinema, avere in mano gli strumenti più potenti del racconto per immagini.
PARTE PRIMA: IL PROTAGONISTA
* Chi è davvero il protagonista
La risposta più comune, e più sbagliata, alla domanda "chi è il protagonista?" è: "è il buono, è l'eroe, è quello per cui tifo". Questa risposta è inesatta, e la sua inesattezza ha prodotto decenni di storie piatte e personaggi inconsistenti.
Il protagonista non è necessariamente buono. Non è necessariamente eroico. Non è necessariamente qualcuno per cui lo spettatore debba fare il tifo in senso morale.
Il protagonista è il personaggio il cui percorso interiore è al centro della storia. È colui attraverso cui lo spettatore vive l'esperienza del film. È la figura intorno alla cui trasformazione, od al cui rifiuto di trasformarsi, ruota l'intero impianto narrativo.
Walter White di "Breaking Bad - Reazioni collaterali" è un protagonista. Tony Soprano è un protagonista. Alex DeLarge di "Arancia Meccanica" è un protagonista. Nessuno di loro è un eroe nel senso tradizionale. Tutti e tre sono moralmente compromessi, violenti, a tratti ripugnanti. Eppure li seguiamo, li osserviamo, siamo dentro la loro prospettiva per tutta la durata della storia.
Questo perché il protagonista non è definito dalla sua bontà ma dalla sua funzione narrativa: è la figura che prende le decisioni che fanno avanzare la storia, è il centro di gravità intorno a cui tutto il resto orbita.
* Le quattro caratteristiche fondamentali del protagonista
1. Il Desiderio: Cosa vuole
Ogni protagonista vuole qualcosa con urgenza e intensità. Non un desiderio vago o generico ma un desiderio specifico, misurabile, che orienta ogni sua azione nel film. Rick Blaine in "Casablanca" vuole sopravvivere restando neutrale. Clarice Starling in "Il silenzio degli innocenti" vuole catturare un serial killer. Charles Foster Kane in "Quarto potere" vuole essere amato nonostante il suo potere.
Il desiderio del protagonista è il motore narrativo del film. Senza di esso, non c'è storia ma c'è solo una sequenza di eventi senza direzione.
2. Il Bisogno: Di cosa ha veramente bisogno
Questo è il livello più profondo e più interessante del protagonista, e la distinzione dal desiderio è fondamentale: il desiderio è ciò che il personaggio crede di volere; il bisogno è ciò di cui ha veramente bisogno per essere completo come essere umano, e spesso le due cose sono in conflitto.
Kane crede di desiderare il potere e l'ammirazione pubblica. Ma quello di cui ha bisogno, quello che rivela con la sua ultima parola "Rosebud" nel finale, è l'innocenza perduta dell'infanzia, l'amore semplice che il denaro gli ha tolto. Il conflitto tra desiderio e bisogno è il conflitto interiore del protagonista, ed è quasi sempre più interessante del conflitto esteriore con l'antagonista.
3. L'Ostacolo: Cosa si frappone
Il protagonista non può semplicemente andare dal punto A al punto B. Qualcosa o qualcuno si frappone, e questo "qualcosa o qualcuno" è ciò che crea la storia. L'ostacolo può essere esterno (l'antagonista, la natura, la società) o interno (la paura, il senso di colpa, il pregiudizio). I protagonisti più complessi affrontano entrambi i tipi di ostacolo contemporaneamente, e spesso l'ostacolo interno è quello più difficile da superare.
4. La Trasformazione: Chi diventa
Al termine del film, il protagonista è cambiato oppure ha avuto l'opportunità di cambiare e ha rifiutato, il che è anch'essa una forma di trasformazione. Questo cambiamento è quello che il cinema chiama arco del personaggio: il percorso interiore che il protagonista compie dall'inizio alla fine della storia.
L'arco può essere positivo (il personaggio cresce, impara, guarisce) o negativo (il personaggio peggiora, si corrompe, si perde). Può essere sottile o radicale. Ma deve esserci, altrimenti se il personaggio è lo stesso sia all'inizio che alla fine del film, lo spettatore si chiede perché abbia assistito al film.
* Il protagonista e lo spettatore: il meccanismo dell'identificazione
Il cinematografo Ingmar Bergman diceva che il cinema funziona perché avviene nel buio: siamo soli, nella stanza buia della sala, e quello schermo luminoso diventa l'unico punto di riferimento. In quelle condizioni, il cervello umano fa qualcosa di straordinario: si immedesima nel personaggio che vede, adottando la sua prospettiva, condividendo la sua angoscia, aspirando ai suoi desideri.
Questo meccanismo, chiamato identificazione, è la magia più antica del cinema. E funziona non perché il protagonista sia buono, ma perché è vivo e perché ha desideri chiari, paure reali, contraddizioni autentiche. Siamo portati ad identificarci con i personaggi che capiamo, non con quelli che ammiriamo.
Ecco perché un assassino come il protagonista di "Professione: reporter" di Antonioni ci tiene incollati allo schermo. Ecco perché Scarlett O'Hara, egoista e manipolatrice, è uno dei protagonisti più amati della storia del cinema. Capire non significa approvare ma significa sentire la logica interna di una vita umana, anche se quella logica ci è estranea o ci disturba.
* I diversi tipi di protagonista nel cinema
Il protagonista classico (od "eroe") Il tipo più antico e più diffuso: un personaggio relativamente buono che affronta forze ostili esterne. Indiana Jones, Frodo Baggins, Ellen Ripley di "Alien". Il loro conflitto principale è esteriore, la loro bontà di fondo non è in discussione. La tensione viene dal dubbio sul se riusciranno a superare gli ostacoli, non su chi siano davvero.
Il protagonista difettoso Ha chiari problemi morali o psicologici che contribuiscono ai suoi stessi guai. Michael Corleone ne "Il Padrino" inizia come il figlio "buono" della famiglia e diventa, attraverso scelte sue, il più spietato di tutti. Il suo difetto cioè l'orgoglio, la lealtà familiare portata all'estremo, è al tempo stesso la sua forza e la sua rovina. Questi protagonisti sono tra i più interessanti perché la causa della loro caduta è interna, non esterna.
Il protagonista anti-eroe Moralmente ambiguo fin dall'inizio, spesso più vicino all'antagonista nel sistema di valori che all'eroe classico. Han Solo nel primo Star Wars (che spara per primo e lo fa per soldi), il protagonista di "Taxi Driver" Travis Bickle (violento e paranoico, ma in guerra con un sistema corrotto), Clint Eastwood nel personaggio senza nome dei film di Leone. L'anti-eroe funziona perché incarna la verità che la vita reale spesso conferma: le distinzioni nette tra bene e male sono rare, e le persone moralmente impure possono ugualmente fare cose giuste.
Il protagonista tragico Il tipo più antico di tutti, ereditato dalla tragedia greca: il protagonista che porta in sé il seme della propria rovina. Macbeth, Edipo, Jay Gatsby, Citizen Kane. L'ambizione, l'arroganza, l'incapacità di vedere la realtà per quello che è: questi difetti interiori producono la caduta con la stessa inevitabilità di una legge fisica. Guardare un protagonista tragico è come guardare qualcuno camminare verso un precipizio che lui non vede e noi sì.
PARTE SECONDA: L'ANTAGONISTA
* La più grande incomprensione del cinema
L'antagonista è il personaggio più frainteso del cinema. Nella cultura popolare, l'antagonista è "il cattivo" ovvero colui che fa cose malvagie, che si oppone all'eroe, che alla fine (di solito) perde. Questa lettura è così riduttiva da essere quasi inutile.
L'antagonista, nella sua forma più potente e più cinematograficamente ricca, non è un ostacolo ma è una prospettiva. È un sistema di valori e di visione del mondo che si scontra con quello del protagonista. È, spesso, qualcuno che crede di avere ragione tanto quanto il protagonista crede di averla.
Questa è la distinzione che separa i grandi antagonisti della storia del cinema dai villain di cartone: i grandi antagonisti credono in qualcosa. Hanno una logica interna coerente. Hanno una loro verità. E, spesso, quella verità contiene una parte di realtà che è scomodo riconoscere.
* La funzione narrativa dell'antagonista
L'antagonista non esiste per fare cose cattive. Esiste per fare una cosa specifica ed insostituibile: rendere impossibile per il protagonista raggiungere ciò che desidera senza cambiare qualcosa di fondamentale in se stesso.
Questa è la definizione tecnica più precisa dell'antagonista: è il personaggio o la forza che impedisce al protagonista di prendere la strada più comoda, che lo costringe a confrontarsi con i propri limiti, con le proprie paure, con le proprie contraddizioni.
Senza l'antagonista, il protagonista non avrebbe ragione di crescere. Non avrebbe bisogno di scoprire chi è davvero. Potrebbe rimanere il personaggio ristretto e confortevole di pagina uno, senza mai diventare qualcosa di più.
In questo senso, l'antagonista è il regalo che la storia fa al protagonista, anche se si manifesta come una minaccia. È la pressione che trasforma il carbone in diamante.
* Le quattro caratteristiche fondamentali dell'antagonista
1. La propria Visione del mondo
L'antagonista degno di questo nome non si oppone al protagonista per capriccio o per malvagità gratuita. Si oppone perché ha una visione del mondo diversa e spesso quella visione ha una sua logica interna che lo spettatore può comprendere, anche se non la condivide.
Hannibal Lecter crede nell'eccellenza e nella bellezza, e considera la mediocrità un'offesa al mondo degna di punizione. Darth Vader crede nell'ordine e nella forza come unici strumenti contro il caos. Hans Landa in "Bastardi senza gloria" crede nel proprio opportunismo razionale come forma di sopravvivenza superiore. Ognuno di loro ha una filosofia. Ognuno, all'interno di quella filosofia, ha una sua coerenza.
2. Una Motivazione comprensibile
La differenza tra un antagonista memorabile ed uno dimenticabile è quasi sempre nella motivazione. Se la risposta alla domanda "perché l'antagonista fa quello che fa?" è "perché è malvagio" o "perché è pazzo", l'antagonista è piatto. Se la risposta è una storia, una ferita, una logica solo allora l'antagonista è vivo.
Erik Killmonger in "Black Panther" vuole vendicare secoli di oppressione e liberare i popoli africani con la forza. La sua motivazione è, nei fatti, comprensibile, quasi simpatica. Il problema è il metodo. Anton Chigurh in "Non è un paese per i vecchi" crede nel caso come forza assoluta e imparziale dell'universo quindi la sua violenza non è personale, è filosofica. Loki nei film Marvel è mosso da un senso di esclusione ed inadeguatezza che chiunque abbia mai sentito di non appartenere a qualche parte può riconoscere.
3. La capacità di Minacciare davvero
Un antagonista che non minaccia realmente il protagonista non crea tensione. La minaccia deve essere credibile, concreta e proporzionata alla posta in gioco della storia. Questo non significa che la minaccia debba essere fisica ma può essere emotiva, morale, identitaria. Ma deve essere reale.
Il problema di molti antagonisti nel cinema contemporaneo è che sembrano pericolosi nel design (costume, trucco, CGI) ma non lo sono nella sostanza narrativa. Il pubblico sente istintivamente questa differenza: una minaccia vera produce tensione, una minaccia costruita artificialmente produce spettacolo vuoto.
4. Una Relazione specifica con il protagonista
I migliori antagonisti non sono nemici generici del protagonista ma sono nemici specifici. C'è qualcosa che lega i due in un modo che va oltre il semplice conflitto. Spesso condividono un'origine, un desiderio, un sistema di valori, ma lo hanno declinato in direzioni opposte.
Questa è la struttura del doppio narrativo: il protagonista e l'antagonista come specchi l'uno dell'altro, che riflettono la stessa materia umana in forme diverse. Batman ed il Joker. Moby Dick e il Capitano Achab. Harry Potter e Voldemort. In tutti questi casi, la vera domanda che la storia pone non è "chi vincerà?" ma "in cosa differiscono, e perché quella differenza conta?"
* L'antagonista che non è una persona
Una delle evoluzioni più importanti del cinema moderno è la comprensione che l'antagonista non deve necessariamente essere un individuo. Le forze che si oppongono al protagonista possono essere:
La Società - Il protagonista si scontra con un sistema, una struttura, una norma culturale che lo opprime o lo imprigiona. In "Il processo" di Orson Welles (tratto da Kafka), l'antagonista è una burocrazia incomprensibile e kafkiana. In "Erin Brockovich", è una corporation ed il suo potere legale. In "Parasite" di Bong Joon-ho, è la struttura di classe della società coreana: invisibile come l'aria, opprimente come la gravità.
La Natura - L'uomo contro gli elementi. In "Sopravvissuto - The Martian", l'antagonista è Marte ed il suo ambiente ostile. In "Grizzly Man", è la natura selvaggia che Herzog filma con terrore e meraviglia insieme. In "Cast Away", è l'isolamento fisico e psicologico. Questi antagonisti sono particolarmente potenti perché sono indifferenti: la natura non odia il protagonista, non lo vuole punire, semplicemente è così com'è, e questo rende la lotta ancora più solitaria e più esistenzialmente significativa.
Se Stesso - Il conflitto interiore portato a livello di antagonista. In "Black Swan", il nemico principale di Nina è la parte oscura di se stessa che teme ed al tempo stesso desidera. In "Requiem for a Dream", ogni personaggio è antagonista di se stesso attraverso la dipendenza. In "Whiplash", Fletcher è sicuramente un antagonista esterno, ma il vero scontro di Andrew Neiman è con il proprio bisogno di eccellenza a qualsiasi costo.
Il Tempo - L'antagonista più universale e più inesorabile. In "Amour" di Haneke, la malattia che avanza è l'antagonista: è il tempo che si riduce, che deteriora, che alla fine prende tutto. In molti film noir, è il passato irrecuperabile che perseguita il protagonista. In "Interstellar", il tempo è fisicamente l'antagonista, è la relatività che separa un padre dai suoi figli.
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