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Scrittura Sceneggiatura 500

* Cosa NON si scrive: il decalogo delle omissioni necessarie

La qualità di una sceneggiatura si misura spesso da ciò che non c'è rispetto a ciò che c'è. Ecco un elenco dettagliato di ciò che deve essere sistematicamente escluso.

- Non si indicano le inquadrature

Questa regola è probabilmente la più controversa e quella su cui si discute di più, ma nella sceneggiatura professionale è sostanzialmente assoluta: lo sceneggiatore non indica le inquadrature. Non scrive "PRIMO PIANO su Marco" o "CAMPO LUNGO della piazza" o "CARRELLATA IN AVANTI verso la porta". Queste sono decisioni che appartengono al regista e al direttore della fotografia, non allo sceneggiatore.

Ci sono due ragioni per questa regola. La prima è pratica: leggere una sceneggiatura piena di indicazioni tecniche di camera è noioso, rallenta il ritmo della lettura, e suggerisce che lo sceneggiatore non si fida del regista. La seconda è più profonda: la sceneggiatura deve raccontare la storia, non girarla. Il regista deve sentire la libertà di trovare le soluzioni visive che la sua sensibilità suggerisce - non seguire un elenco di istruzioni fotografiche scritte da qualcun altro.

Esistono eccezioni riconosciute. Quando l'inquadratura non è una scelta estetica ma è parte integrante del significato narrativo della scena: un dettaglio su un oggetto che il pubblico deve vedere chiaramente per capire la trama, un primo piano che ha un valore drammatico insostituibile in un momento preciso, solo allora lo sceneggiatore può indicarlo con discrezione, integrandolo nel testo in modo narrativo piuttosto che come indicazione tecnica:

Invece di scrivere "PRIMO PIANO sulle mani di Elena" si scrive "Le mani di Elena. Tremano appena." Il risultato è lo stesso: il lettore capisce che questo dettaglio è importante e deve essere visto chiaramente - ma è ottenuto attraverso una scelta narrativa, non una istruzione tecnica.

- Non si descrivono i movimenti di camera

Per le stesse ragioni, non si scrivono movimenti di camera: niente "la camera si avvicina lentamente", niente "la camera ruota intorno ai due personaggi", niente "zoom sul volto di Marco". Queste sono indicazioni di regia, non di sceneggiatura.

- Non si descrive la musica

Salvo rarissime eccezioni, se non quando la musica è parte della narrativa, come in un film in cui un personaggio suona uno strumento od in una scena in cui una canzone specifica ha un valore diegetico preciso, lo sceneggiatore non indica la colonna sonora. Scrivere "una musica malinconica accompagna la scena" o "un brano jazz sottolinea il dialogo" è una prevaricazione sulla creatività del compositore e del regista.

- Non si spiega il significato simbolico delle scene

La sceneggiatura non è un saggio critico su se stessa. Lo sceneggiatore non scrive "questa scena rappresenta il momento in cui Marco capisce che la sua vita è stata uno spreco" o "l'orologio sul muro simboleggia il tempo che passa". Questi significati devono emergere dalla scena stessa e se non emergono spontaneamente, il problema non è che manca la spiegazione: il problema è che la scena non è scritta bene.

- Non si indicano tagli di montaggio

Scrivere "TAGLIO A:" tra ogni scena è un residuo del cinema classico che nel cinema moderno risulta ridondante ed ingombrante. Si usa il semplice spazio tra un blocco di scene e l'altro, e si assume che il passaggio avvenga tramite taglio semplice. Le indicazioni di transizione si riservano ai casi in cui si voglia esplicitamente indicare un tipo diverso di passaggio - dissolvenza, iris, tendina - che abbia un preciso valore narrativo.


* Le note tecniche in sceneggiatura: quando si possono inserire e come

Questa è la questione su cui le opinioni si dividono di più, e vale la pena affrontarla con onestà e sfumatura. La risposta breve è: dipende. La risposta lunga è più interessante.

Nel cinema professionale americano, la sceneggiatura che circola tra produttori, finanziatori e agenti - la cosiddetta spec script, cioè la sceneggiatura scritta di propria iniziativa per essere venduta - è quasi completamente priva di note tecniche. La ragione è che quella sceneggiatura deve essere il più possibile aperta, leggibile, cinematicamente evocativa ma non prescrittiva. Chiunque la legga deve sentire la libertà di immaginare il film a modo suo.

La shooting script, cioè la sceneggiatura tecnica preparata durante la pre-produzione di un film che si sta per girare, è invece piena di note tecniche: numeri di scena, indicazioni di split scena per il breakdown produttivo, talvolta indicazioni su effetti speciali o sui requisiti tecnici di determinate sequenze.

Nel contesto del cortometraggio indipendente, ed in particolar modo in quello in cui lo sceneggiatore coincide con il regista o lavora in strettissima collaborazione con lui fin dall'inizio, la questione si pone in modo diverso. Qui la sceneggiatura non è un documento che deve convincere qualcuno: è un progetto di lavoro condiviso. E in questo contesto l'inserimento di note tecniche orientative è non solo accettabile ma spesso utile.

- Come inserire note tecniche senza compromettere la sceneggiatura

La soluzione migliore per inserire note tecniche senza inquinare il testo narrativo è usare un formato separato e visivamente distinto. Le due pratiche più usate sono le seguenti.

La prima consiste nell'inserire le note tecniche tra parentesi quadre, in corsivo, subito dopo l'elemento a cui si riferiscono. Questo le rende visivamente separate dal testo narrativo e immediatamente identificabili come non-narrative. Esempio:

INT. APPARTAMENTO DI LUCA - SERA

Tutto buio, tranne il bagliore del monitor.

[Suggerimento foto: luce fredda a basso contrasto, quasi monocromatica. Può ricordare la fotografia
di "Her" di Villeneuve come punto di riferimento.]

LUCA è seduto al computer. Digita velocemente.
Si ferma. Legge. Il respiro si fa più lento.

 

La seconda pratica, più formale e adatta a sceneggiature destinate ad una produzione strutturata, prevede l'uso di note a piè di pagina o di un documento separato di note di produzione allegato alla sceneggiatura. In questo modo il testo narrativo resta pulito e leggibile, mentre le note tecniche sono disponibili per chi ne ha bisogno - direttore della fotografia, scenografo, costumista - senza interferire con la lettura creativa del testo.

Una terza soluzione, usata talvolta nei cortometraggi scritti e diretti dalla stessa persona, è separare la sceneggiatura in due colonne: la colonna sinistra con il testo narrativo nel formato standard, la colonna destra con note visive, riferimenti cinematografici, suggerimenti tecnici. Questo formato non è standard nel cinema professionale, ma funziona bene come documento di lavoro personale o per una comunicazione diretta con il direttore della fotografia.

- Cosa vale la pena annotare e cosa no

Se si sceglie di inserire note tecniche, è importante selezionare con cura quali informazioni vale la pena comunicare in questo modo.

Vale la pena annotare: i riferimenti cinematografici precisi che si vogliono usare come punto di partenza per la ricerca dello stile visivo, le esigenze tecniche particolari di una scena - come la necessità di un drone, di un particolare tipo di lente, di attrezzatura specifica - che impattano sul budget e sulla pianificazione produttiva, le specificità acustiche di una location che il fonico deve conoscere in anticipo, i requisiti speciali di scenografia o di oggetti di scena che devono essere preparati prima delle riprese.

Non vale la pena annotare: le ovvietà visive che qualsiasi regista o direttore della fotografia capirà da solo leggendo il testo, le preferenze personali che non hanno impatto pratico sulla produzione, i suggerimenti di montaggio che potranno essere affrontati in una fase diversa del lavoro.

 

* La struttura narrativa del cortometraggio: costruire in poco spazio

La struttura drammatica classica, cioè la divisione in tre atti di introduzione, sviluppo e risoluzione che deriva dalla Poetica di Aristotele e che è stata codificata da Syd Field per il cinema moderno, si applica anche al cortometraggio, ma con proporzioni radicalmente diverse e con una densità molto maggiore.

In un cortometraggio di quindici minuti, il primo atto occupa mediamente le prime due o tre pagine: bisogna stabilire il chi, il dove, il quando ed il problema drammatico in un tempo brevissimo. Non c'è spazio per introduzioni graduali o per la costruzione lenta del mondo narrativo. Il cortometraggio entra nella storia spesso nel momento più vicino possibile al suo punto di crisi.

Una tecnica molto usata nel cortometraggio è quella di iniziare in medias res - nel mezzo dell'azione, nel momento più intenso della vicenda - e costruire il contesto in modo retroattivo attraverso i dialoghi e le azioni che seguono. Questa struttura evita il problema dell'esposizione lenta e cattura immediatamente l'attenzione dello spettatore.

La struttura in un atto unico - senza suddivisioni formali, con una sola curva drammatica continua - è un'altra forma molto usata nel cortometraggio. In questo caso l'intera storia è costruita attorno a un singolo conflitto, un singolo incontro, un singolo momento di cambiamento, che viene affrontato, sviluppato e risolto in modo lineare.

- La scena madre

Ogni cortometraggio ha, o deve avere, una scena madre: la scena centrale attorno a cui tutto il resto è costruito, la scena che porta il massimo carico emotivo e drammatico, la scena che contiene il senso del film. Identificare questa scena prima ancora di iniziare a scrivere è spesso la strategia migliore: si scrive prima quella, poi si costruisce tutto ciò che deve precedere per prepararla e tutto ciò che deve seguire per risolverla.

 

* Un esempio di sceneggiatura completa per cortometraggio

Di seguito un esempio di prima pagina di sceneggiatura per un cortometraggio breve, scritto nel rispetto di tutte le regole discusse.

DISSOLVENZA IN APERTURA:

EXT. AUTOGRILL - NOTTE

Un autogrill sull'autostrada. Ore piccole.
Il parcheggio 
quasi vuoto. Insegne al neon riflesse sul cemento bagnato.

Una Punto grigia è ferma, motore spento, da un pò.

INT. AUTOMOBILE - STESSO MOMENTO

GIULIA, 38 anni, capelli ancora in ordine da lavoro, giacca che non si è tolta.
Le mani sul volante. Il motore spento.

Sul sedile passeggero: una cartella di documenti. Una scatola da scarpe con dentro qualcosa che non si vede.

Giulia guarda fuori. Dentro. Fuori.

Prende il telefono. Cerca un numero. Non chiama.

Rimette giù il telefono.

Dal finestrino, attraverso il vetro, osserva il bancone del bar all'interno.
Un ragazzo di vent'anni pulisce i tavoli.

Solo lui ed il barista. Una televisione accesa nel vuoto della sala.

Giulia apre la portiera. Si ferma.

Richiude.

INT. AUTOGRILL - BAR - CONTINUATO

Il ragazzo che pulisce i tavoli si chiama ANDREA. 
Giulia non lo sa che si chiama Andrea.

Andrea solleva lo sguardo verso il parcheggio.

Attraverso il vetro: la Punto grigia. Ferma.

Andrea appoggia il panno.

EXT. AUTOGRILL - PARCHEGGIO - POCO DOPO

Andrea si avvicina all'automobile. Bussa sul finestrino con le nocche, piano.

Giulia abbassa il finestrino di cinque centimetri.

ANDREA
Fa abbastanza freddo stanotte.

GIULIA
Sì.

ANDREA
Vuole un caffè? La cucina è chiusa ma il caffè lo faccio io, no problem.

Giulia lo guarda. Lo valuta.

GIULIA
Non bevo caffè di notte.

ANDREA
Ho anche la camomilla.

Un silenzio.

GIULIA
(quasi a se stessa)
La camomilla.

ANDREA
Con lo zucchero o senza?


Questo inizio non spiega niente di Giulia. Non dice perché è ferma in quel parcheggio di notte, cosa contiene la scatola da scarpe, a chi voleva telefonare. Tutte queste cose le mostrerà man mano, attraverso azioni e dialogo. Ma già da queste poche righe lo spettatore sa che Giulia è in un momento di crisi, che c'è qualcosa che non riesce a fare, che l'incontro con Andrea potrebbe cambiare qualcosa. E sa tutto questo attraverso immagini concrete come le mani sul volante, il telefono preso e riposto, il finestrino abbassato di soli cinque centimetri.


* La rilettura e la riscrittura: il lavoro che nessuno vede

Nessuna sceneggiatura è buona alla prima stesura. La prima stesura esiste per avere qualcosa su cui lavorare. La qualità vera di una sceneggiatura emerge nella riscrittura, nella seconda e terza e quarta versione, in cui ogni scena viene messa in discussione, ogni battuta viene pesata, ogni parola viene valutata in funzione della necessità.

Il processo di revisione di una sceneggiatura per cortometraggio dovrebbe sempre rispondere almeno a queste domande: ogni scena è necessaria alla storia o potrebbe essere eliminata senza perdere nulla di essenziale? Ogni battuta dice qualcosa che non potrebbe essere detto meglio attraverso un'azione fisica? Ogni personaggio ha una voce riconoscibile e distinta dagli altri? Il ritmo della lettura corrisponde al ritmo visivo che si vuole per il film? C'è qualcosa che si sta spiegando invece di mostrare?

Rispondere onestamente a queste domande richiede distanza dal testo: non si può rileggere utilmente una sceneggiatura subito dopo averla scritta. Bisogna lasciarla riposare almeno qualche giorno, poi rileggerla come se fosse di qualcun altro, con la stessa freddezza critica con cui si giudicherebbe il lavoro di uno sconosciuto.

* Conclusione: la sceneggiatura come architettura del possibile

Scrivere una sceneggiatura per cortometraggio è un atto di umiltà e di precisione. È costruire un progetto per qualcosa che non esiste ancora, sapendo che altri lo trasformeranno in qualcosa che il testo non può prevedere completamente. È dare una struttura solida ed una direzione chiara lasciando al tempo stesso lo spazio necessario perché regista, attori e tecnici portino la loro creatività al servizio della storia.

Chi scrive sceneggiature per cortometraggi impara qualcosa che vale per tutta la scrittura cinematografica: la brevità non è una limitazione, è una disciplina. Ogni vincolo, dalla lunghezza, al formato, alle regole del mestiere, ognuno non restringe la creatività ma la concentra, la affina, la obbliga ad essere precisa dove potrebbe essere vaga e necessaria dove potrebbe essere decorativa.

Il foglio bianco davanti ad uno sceneggiatore alle prime armi è un campo aperto che sembra richiedere di essere riempito.
Il foglio bianco davanti ad uno sceneggiatore esperto è uno spazio prezioso che richiede di essere abitato solo da ciò che è indispensabile.
Imparare questa differenza cioè imparare il valore di ciò che non si scrive, è forse la cosa più importante che un giovane sceneggiatore possa fare. Ed il cortometraggio, con la sua brevità spietata, è il luogo migliore dove imparare.