Un film che parla di buio, desiderio, gioventù e morte…
con pudore e brutalità insieme
Profumo di donna (1974) è uno di quei film che, a distanza di decenni, continua a funzionare per un motivo semplice: non ti spiega la vita, te la fa sentire addosso. È un racconto di viaggio, ma soprattutto un viaggio dentro un uomo che si è spezzato e che reagisce trasformando il dolore in un’arma. È tratto dal romanzo “Il buio e il miele” di Giovanni Arpino.
Il film fu presentato in concorso a Cannes e valse a Vittorio Gassman il premio per la miglior interpretazione maschile. Ottenne anche due candidature agli Oscar 1976 (miglior film straniero e miglior sceneggiatura non originale/adattamento).
Eppure, accanto a chi lo definì un colpo magistrale di cinema italiano, ci fu anche chi lo giudicò “normale”: una storia robusta, ben recitata, ma non “rivoluzionaria”.
La verità è che Profumo di donna non vuole essere rivoluzionario. Vuole essere inquietantemente umano.
1) Di cosa parla davvero (oltre la trama)
Trama essenziale: un road movie con una bomba emotiva in tasca
Il protagonista è Fausto Consolo, ex capitano cieco e mutilato (ha perso una mano in un incidente con una granata) che decide di compiere un viaggio verso Napoli. Con lui parte Giovanni Bertazzi, una recluta diciottenne assegnatagli come attendente.
Il viaggio attraversa tappe ed incontri (tra città e soste) e fa emergere il vero cuore del film: un uomo che vuole decidere come finire la sua vita, ed un ragazzo che non ha ancora deciso come cominciare.
Non è solo un itinerario geografico: è una progressione psicologica. Ogni tappa toglie un pezzo di maschera al protagonista e, contemporaneamente, costringe il ragazzo a crescere.
2) Perché questo film “ti prende” anche quando è sgradevole
L’aggancio: un protagonista impossibile… ma magnetico
Fausto è uno di quei personaggi che, sulla carta, possono respingerti perchè:
- sarcastico, crudele, sessualmente provocatorio,
- offensivo, classista, imprevedibile,
- lucidissimo e autodistruttivo.
Eppure lo segui. Perché?
Perché Risi e Gassman costruiscono Fausto come un uomo che non chiede pietà, ma pretende attenzione. Il suo cinismo non è una posa: è una difesa aggressiva contro l’umiliazione. La sua brutalità è spesso intollerabile, e proprio per questo credibile: quando il dolore è incontrollabile, certe persone scelgono una strategia precisa… diventare loro il pericolo, per non sentirsi preda.
Lezione di scrittura: l’empatia non nasce dalla bontà. Nasce dalla ferita e da un obiettivo chiaro. Fausto ha un obiettivo terribile, ma chiarissimo. E lo spettatore, anche se non lo approva, vuole capire dove va a finire.
3) La coppia Fausto-Giovanni: un motore narrativo perfetto
Fausto = esperienza corrosa
Fausto è un adulto che ha visto troppo e ha deciso che il mondo non merita più gentilezza. Ma non è “freddo”: è incandescente.
Giovanni = gioventù che non sa difendersi
Giovanni ha l’età del “primo amore” e delle prime illusioni: non è stupido, è semplicemente non ancora corazzato.
Il film lo mette nella posizione più efficace possibile: testimone e bersaglio. Giovanni vede Fausto da vicino, subisce il suo dominio, ma lentamente sviluppa qualcosa di decisivo: la propria autonomia morale.
Lezione di sceneggiatura: la crescita del giovane non è didascalica. È un risultato “sporco”, ottenuto per piccoli urti: umiliazioni, scelte, silenzi, paura.
4) Pudore e brutalità: l’equilibrio che conquista
Molti film parlano di disabilità, morte, desiderio e disperazione scegliendo una sola strada:
- o diventano melodrammi,
- o diventano provocazioni fredde.
Profumo di donna sta nel mezzo, e lì è pericoloso:
- è serio quando parla di suicidio ed annientamento,
- è faceto (a volte feroce) quando fa esplodere il grottesco della vita quotidiana.
Questo tono “misto” è tipico della grande tradizione italiana: ridi, poi ti rendi conto che stai ridendo di qualcosa che ti riguarda, e ti si blocca il sorriso.
È qui che il film ha spiazzato e convinto il pubblico e la critica: non ti permette di restare comodo. Ti sposta continuamente la sedia su cui sei seduto.
5) Disagio, gioventù, primo amore: senza romanticizzare
Il film è pieno di momenti in cui la giovinezza di Giovanni incontra:
- la sensualità (spesso vista da Fausto in modo provocatorio, quasi “predatorio”),
- il pudore e la timidezza,
- il bisogno disperato di non essere “sbagliato”.
Qui la regia è intelligente: evita la morale facile. Non c’è una lezione scolastica sul “diventare uomo”. C’è una cosa molto più vera: un ragazzo che scopre che crescere significa reggere l’ambiguità.
6) Ciechi, morte, autodistruzione: il film non “spiega”, mostra
Fausto non è trattato come simbolo o come un “caso umano”. È trattato come una persona intera:
- con desideri (anche scomodi),
- con rabbia,
- con bisogno di controllo,
- con un’intelligenza tagliente.
La cecità non è un trucco narrativo. È un elemento che cambia il modo di stare nel mondo per:
- la percezione sensoriale,
- l’aggressività come difesa,
- la dipendenza dagli altri vissuta come umiliazione.
E poi c’è la morte: presente come possibilità reale, non come poesia. Questa è una delle ragioni della potenza del film: non addolcisce, ma non indulge nel compiacimento.

7) Un punto tecnico fondamentale: la regia di Risi è “invisibile”, quindi efficace
Dino Risi lavora su una grammatica che sembra semplice, ma non lo è, infatti ci sono:
- scene spesso costruite come duelli (due personaggi, tensione, escalation),,
- tempi comici chirurgici (anche quando la scena non è comica),
- uso del viaggio come “struttura episodica” che però accumula conseguenze.
La scelta visiva (il colore, l'ampiezza panoramica dello schermo) è ironica: racconti il buio di un uomo cieco usando un’immagine che appartiene al cinema “pieno”, ricco, luminoso. È un contrasto che aggiunge un senso ben preciso.
8) Fotografia, musica, montaggio: elementi che sostengono l’emozione
La scheda tecnica attribuisce la fotografia a Claudio Cirillo, la musica ad Armando Trovajoli, il montaggio ad Alberto Gallitti. E qui vale una cosa importantissima: il film non cerca l’estetica “bella”, cerca l’estetica funzionale.
- Fotografia: con realismo, ambienti “vissuti”, contrasti non urlati.
- Montaggio: il ritmo che alterna respiro e scosse, senza frenesia.
- Musica: Trovajoli non commenta come “colonna sonora invadente”, ma accompagna con un gusto che resta elegante pur dentro la storia sporca.
9) Perché il film conquistò positivamente
Motivi della conquista
- Gassman è gigantesco, ma non solo “mattatore”: è umano e feroce nello stesso corpo. (Il premio a Cannes lo certifica storicamente.)
- Il film unisce generi: non è solo un dramma, non è solo una commedia. È vita.
- La struttura del viaggio permette un montaggio emotivo naturale: ogni incontro fa salire la tensione.
- Il tema della disabilità non diventa retorica: non chiede lacrime, chiede coraggio.
- Il finale (e l’idea della fine) dà gravità a tutto ciò che sembra “solo dialogo”.
Perché alcuni lo trovano “normale”
Perché è girato con un’artigianalità solidissima, non con effetti o virtuosismi appariscenti. È un cinema che non grida “guardami”. E spesso, quando un film è così controllato, chi cerca il colpo di scena formale lo considera “classico”.
Ma la sua grandezza sta proprio nel classico: ti porta dove fa male senza fare spettacolo del dolore.
10) Cosa si può imparare (davvero) da “Profumo di donna”
Lezioni per chi scrive cortometraggi o sceneggiature
1) Costruire empatia con un personaggio duro
Fallo parlare male, sì. Ma dagli:
- una ferita non estetica,
- un obiettivo netto,
- una logica interna coerente,
- momenti di verità che trapelano.
2) La “coppia” è una macchina narrativa
Metti insieme due mondi incompatibili e crea:
- conflitto continuo,
- dipendenza reciproca,
- trasformazione per attrito.
3) Il tono misto è un superpotere
Comico e tragico insieme funzionano quando:
- non fai barzellette,
- fai emergere l’assurdo dal reale.
4) La disabilità va trattata come vita, non come messaggio
Non scrivere “il cieco insegna la vita agli altri”.
Scrivi: “un uomo vive, desidera, sbaglia, ferisce, ama, crolla”.
Punti positivi del film (analisi concreta)
- Interpretazione di Gassman: dominante, stratificata, mai “piatta”.
- Protagonista memorabile: sgradevole ma irresistibile.
- Coppia narrativa potentissima: conflitto + crescita reciproca.
- Struttura “a viaggio” che regge perfettamente un film di personaggi.
- Equilibrio raro tra cinismo, ironia e disperazione.
- Dialoghi taglienti e credibili, con sottotesto costante.
- Trattamento della disabilità privo di sentimentalismi.
- Rappresentazione del desiderio senza pudibonderie (pur restando controllata).
- Gioventù raccontata senza idealizzazione.
- Finale emotivamente inevitabile: non “furbo”, ma coerente.
- Regia di Risi sobria e precisa: niente orpelli, solo efficacia.
- Ritmo ben calibrato: alternanza di scene tese e scene di respiro.
- Musica di Trovajoli elegante e non invadente.
- Ambienti reali, credibili, mai di “cartolina”.
- Il film “non ti coccola”: ti rispetta come spettatore.
- Il grottesco è psicologico, non solo comico.
- Crescita del personaggio giovane progressiva e non didascalica.
- Uso intelligente del non detto: molte emozioni restano sotto, e quindi pesano di più.
- Capacità di far convivere crudeltà e tenerezza nello stesso dialogo.
- Impatto culturale e riconoscimento internazionale (Cannes, Oscar).
Punti critici (con onestà, senza demolire)
- Alcune battute e atteggiamenti di Fausto oggi possono risultare sessisti od eccessivamente aggressivi.
- Certi momenti rischiano la sensazione di “episodi” più che di trama unica (effetto road movie).
- Alcuni personaggi secondari sono più funzionali che profondi.
- A tratti il film sfiora una visione “maschile” del mondo molto dominante.
- Alcune scene possono risultare datate nei codici sociali e nei comportamenti.
- Qualche passaggio di tono può sembrare brusco (dal comico al tragico).
- Il dolore di Fausto, in certi punti, è così aggressivo da risultare respingente per alcuni spettatori.
- Il film non spiega molto: chi vuole “chiarezza psicologica” potrebbe sentirsi spiazzato.
- La figura femminile, pur intensa, non è sempre sviluppata quanto i due protagonisti.
- Il rischio del “mattatore” (Gassman) può oscurare l’equilibrio corale.
- Alcuni snodi emotivi sono lasciati sottotraccia: non tutti li colgono.
- Per chi cerca una drammaturgia classica con svolte nette, l’andamento può sembrare “lineare”.
- Alcune situazioni al limite potrebbero apparire “forzate” a chi non entra nel tono del film.
- Lo spettatore moderno, abituato ad un ritmo serrato, può percepire lentezze in alcune transizioni.
- La componente “faceta” non sempre è gradita a chi vorrebbe un dramma puro.
- La rappresentazione della prostituzione può essere letta come problematica o stereotipata.
- Alcuni dialoghi “teatrali” possono sembrare costruiti, anche se efficaci.
- L’idea del “destino” pesa molto: chi preferisce finali aperti può sentirla rigida.
- Il film richiede attenzione: non è “facile” emotivamente, e qualcuno lo vive come a distanza.
- L’impatto dipende molto dalla tolleranza dello spettatore verso personaggi moralmente abrasivi.
Perché “Profumo di donna” resta importante
Perché è un film che non semplifica la sofferenza e non la rende elegante per piacere.
La mette in scena così com’è: contraddittoria, umiliante, ironica, feroce.
Parla di cecità, di morte, di giovinezza e di desiderio senza trasformare nulla in “tema”.
Lo trasforma in carne, in comportamento, in parole che graffiano.
Ed è proprio questo che conquista: il film non ti chiede di commuoverti. Ti chiede di guardare. E di non scappare.









