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Parte 3°: Come si Amalgamano - Il sistema emotivo completo
La Sinestesia narrativa
Fin qui abbiamo parlato dei singoli elementi come se fossero separabili, analizzabili in isolamento. Ma la verità è che un film che vuole produrre emozioni vere non funziona attraverso i singoli elementi: funziona attraverso la loro integrazione, attraverso quello che si chiama sinestesia narrativa (ovvero l’associazione espressiva tra due parole pertinenti a due diverse sfere sensoriali, per esempio parole calde): il momento in cui tutti gli elementi smettono di essere distinguibili l'uno dall'altro e diventano una singola esperienza sensoriale ed emotiva.
Pensate a come funziona una scena davvero grande, una di quelle scene che vi è rimasta impressa, che sapete a memoria anche se non ci avete pensato intenzionalmente. La scena del cavallo nella nebbia in "Apocalypse Now". La scena della doppia birreria in "Juno". La scena del ballo in "La La Land". Il monologo finale di "Schindler's List". Provate ad analizzare perché quella scena vi ha colpito, e scoprirete che non riuscite ad isolare un singolo elemento responsabile dell'emozione. È tutto l'insieme: il personaggio in quel momento specifico della sua storia, con quel conflitto specifico ancora irrisolto, in quell'immagine specifica, con quella musica specifica, dopo tutto ciò che la storia ha costruito nei minuti precedenti. Togliete uno qualsiasi di questi elementi e la scena non funziona più allo stesso modo.
Questa è la sinestesia narrativa: il punto in cui la storia cessa di essere una somma di elementi diversi e diventa un'esperienza unitaria, in cui il personaggio e l'immagine ed il suono ed il ritmo ed il tema sono tutti la stessa cosa. È il punto in cui la storia smette di essere un prodotto artigianale e diventa qualcosa di più difficile da nominare.
Come si costruisce la sinestesia: il principio della Convergenza
La sinestesia narrativa non accade per caso, si costruisce deliberatamente attraverso quello che chiamiamo il principio di convergenza: la scelta consapevole di fare in modo che tutti gli elementi della storia puntino nella stessa direzione nel momento di massima intensità emotiva.
La convergenza non è la stessa cosa dell'accordo: non significa che tutti gli elementi dicano la stessa cosa nello stesso modo. Significa che tutti contribuiscono alla stessa esperienza emotiva finale, ognuno nel proprio linguaggio specifico. L'immagine può dire qualcosa di diverso dal dialogo, la musica può essere in contrasto con il tono emotivo dichiarato della scena, il ritmo può rallentare mentre la tensione aumenta,... e nonostante queste apparenti contraddizioni, o forse proprio attraverso di esse, tutti questi elementi stanno lavorando verso la stessa destinazione emotiva.
Il momento di convergenza perfetta, quello che gli spettatori ricordano come il momento più intenso del film, è quasi sempre costruito attraverso una serie di scelte convergenti che sono state preparate a lungo prima che diventassero visibili. Il personaggio deve essere arrivato a quel punto attraverso un percorso preciso. Il conflitto deve essere maturato fino al punto di massima pressione. L'immagine deve essere stata preparata visivamente attraverso immagini precedenti che le danno il suo peso. Il ritmo deve aver costruito la tensione nel modo giusto. Il tema deve essere risuonato abbastanza a lungo da essere diventato parte dell'esperienza emotiva dello spettatore.
La curva dell'Investimento emotivo
Uno degli strumenti più pratici che ho sviluppato nel corso degli anni per valutare se una storia stia costruendo la propria emozione nel modo giusto è quello che chiamo la curva dell'investimento emotivo.
Immaginate un grafico in cui l'asse orizzontale rappresenta il tempo della storia e l'asse verticale rappresenta il livello di investimento emotivo dello spettatore. La curva ideale di una storia emotivamente efficace non è una linea ascendente continua perchè quella produrrebbe insensibilizzazione. Non è piatta perchè produrrebbe distacco. È una linea che oscilla cioè che sale e scende in modo ritmico, con una tendenza generale all'aumento, e con picchi di intensità emotiva che diventano progressivamente più alti man mano che la storia avanza.
Ogni scena dovrebbe posizionarsi in modo consapevole su questa curva. Alcune scene sono scene di investimento che aumentano il legame emotivo dello spettatore con il personaggio, costruiscono il debito emotivo che verrà riscosso più tardi. Alcune scene sono scene di respiro che riducono momentaneamente l'intensità per permettere allo spettatore di elaborare ciò che ha vissuto e prepararsi per il prossimo picco. Alcune scene sono invece scene di svolta che cambiano la qualità dell'investimento emotivo, spostano la storia in una direzione diversa e producendo un riposizionamento emotivo dello spettatore.
La scena di climax, quella che produce l'emozione più intensa dell'intero film, funziona perché è il punto di massima convergenza di tutti gli investimenti emotivi precedenti. Ogni scena di investimento che ha preceduto il climax ha depositato qualcosa nella coscienza emotiva dello spettatore, ed il climax è il momento in cui tutti questi depositi vengono ritirati simultaneamente.
Il finale come Compimento emotivo
Il finale di una storia emotivamente efficace non è la risoluzione del conflitto narrativo, anche se può coincidere con essa. È il compimento dell'esperienza emotiva dello spettatore: il momento in cui tutto ciò che la storia ha costruito trova la propria forma definitiva, la propria ultima vibrazione.
Scrivendo di finali, la cosa che ho imparato con più difficoltà ed è quella che ancora mi costa fatica ogni volta, è: il finale non deve risolvere. Deve completare.
La differenza è enorme. Risolvere significa chiudere il conflitto narrativo in modo pulito, dare risposte alle domande poste dalla storia, portare ogni elemento ad una conclusione logica. Completare significa fare qualcosa di molto più difficile: trovare l'immagine, il gesto, la parola, il silenzio che porta tutta l'esperienza emotiva della storia alla propria massima intensità e poi la lascia andare anche se non risolta, non necessariamente consolata, ma definitiva nel senso di non aver bisogno di nient'altro.
I finali che non si riescono a dimenticare sono quasi sempre finali aperti, cioè finali che non risolvono ma che completano in modo così preciso da non lasciare nessun senso di incompiutezza. Sono finali che trovano la forma visiva o sonora o verbale esatta che contiene tutta la storia in un singolo momento. Sono finali che sanno quando fermarsi, e fermarsi è forse la cosa più difficile che uno sceneggiatore debba fare.
Come si costruisce il Finale Emotivo
Il finale emotivo si costruisce lavorando al contrario: si parte dall'emozione finale che si vuole lasciare allo spettatore e non dall'evento narrativo finale, ma dall'emozione, e si lavora a ritroso per costruire tutto ciò che serve perché quella emozione sia possibile nel momento giusto in cui arriva.
Questa emozione finale non è mai semplice. Non è solo tristezza, non è solo gioia, non è solo sollievo. È sempre un'emozione complessa e contraddittoria cioè qualcosa che contiene dentro di sé molteplici risonanze emotive simultanee. Il finale che produce un'emozione semplice come un lieto fine pulito, un finale tragico senza ambiguità, produce un'emozione che si dissolve rapidamente perché non ha la complessità necessaria a durare.
Il finale che resta è quello che produce quella specifica qualità di emozione che in italiano non ha un nome preciso ma che i giapponesi chiamano: mono no aware (物の哀れ) cioè la malinconia consapevole della bellezza che passa, la tristezza dolce delle cose che finiscono, la commozione di fronte a qualcosa che vale la pena perdere proprio perché vale la pena. È l'emozione, la commozione profonda di chi ha vissuto qualcosa di bello e ne sente già la fine avvicinarsi, di chi ha amato qualcosa abbastanza da sentirne la perdita come una ricchezza invece che come un impoverimento.
Questo tipo di emozione, complessa, contraddittoria, irriducibile in una parola sola, è ciò che i migliori finali cinematografici producono. Ed è ciò verso cui ogni sceneggiatore che vuole regalare emozioni vere deve tendere con ogni strumento che possiede.
Parte 4°: L'Amalgama finale - Quando la Storia diventa Emozione
Il Momento in cui la tecnica scompare
C'è un momento nella scrittura di ogni buona storia in cui qualcosa cambia: la tecnica scompare. Non nel senso che non viene più usata, ma nel senso che non è più percepibile perchè è completamente assorbita dalla storia, completamente integrata nel racconto, invisibile perché perfettamente funzionale. Questo è il momento in cui la storia smette di essere un prodotto della sceneggiatura e diventa un'esperienza emotiva autonoma.
Raggiungere questo punto non è un processo misterioso od ispirato ma è il risultato di un lavoro lungo, sistematico e doloroso di revisione e riscrittura. Ogni revisione rimuove un altro strato di artificiosità, un altro momento in cui la meccanica narrativa è ancora visibile, un altro posto in cui la storia "si vede" invece di essere semplicemente vissuta. Ogni riscrittura avvicina la storia a quella qualità di inevitabilità che i grandi film sembrano sempre avere, quella sensazione che le cose non potrebbero andare diversamente, che quella storia non avrebbe potuto essere raccontata in nessun altro modo.
Quando la tecnica è completamente invisibile, quando ogni elemento della storia funziona così perfettamente nella sua relazione con tutti gli altri elementi da non essere più distinguibile come elemento separato, la storia è pronta. Non perfetta: la perfezione non esiste, ed i tentativi di raggiungerla producono storie morte. Ma pronta: capace di produrre l'emozione per cui è stata costruita, capace di mantenere il proprio patto con lo spettatore, capace di regalare qualcosa di vero.
La Trasparenza come obiettivo finale
L'obiettivo finale di tutto il lavoro tecnico fin qui descritto: il personaggio, il conflitto, la verità emotiva, il ritmo, il dialogo, il silenzio, l'immagine, la struttura, il tema,... è quello che si chiama trasparenza narrativa: la qualità per cui la storia non si vede, si sente.
Uno spettatore davanti ad un film trasparente non pensa alla "bella fotografia" od al "dialogo scritto bene" od alla "struttura narrativa efficace". Non pensa niente di tutto questo, perché non c'è spazio mentale per questi pensieri: lo spazio è completamente occupato dall'esperienza emotiva che la storia sta producendo. Pensa invece, o meglio, sente, perché non è un pensiero ma un'esperienza fisica, che quelle persone sono reali, che quella situazione è reale, che ciò che sta accadendo conta davvero.
La trasparenza narrativa è il compimento di ogni arte narrativa: il punto in cui il mezzo scompare e resta solo il messaggio, in cui la storia diventa così fluida e così inevitabile da essere percepita non come prodotto artigianale ma come frammento di vita.
La storia come Dono
Abbiamo cominciato questo articolo con una domanda: come fanno certe storie a farci sentire qualcosa di così preciso, di così fisicamente reale? E dopo tutto questo percorso attraverso il personaggio ed il conflitto, la verità emotiva ed il ritmo, il dialogo ed il silenzio, la struttura ed il tema, la convergenza ed il compimento,... possiamo dare una risposta che sentiamo come vera.
Le storie che producono emozioni vere le producono perché sono doni. Non nel senso commerciale o strategico del termine, non sono prodotti confezionati per produrre una certa risposta emotiva in un certo mercato. Sono doni nel senso letterale: qualcosa che qualcuno ha preso da dentro di sé, dalla propria esperienza, dalla propria verità, dalla propria visione del mondo, ed ha offerto a degli sconosciuti senza la certezza di essere capito, senza la garanzia di essere apprezzato, con solo la speranza che ciò che era vero per lui potesse essere vero anche per loro.
Un film che regala emozioni vere è un film in cui qualcuno ha avuto il coraggio di essere onesto: onesto su cosa fa male, su cosa è bello, su cosa è complicato ed irrisolto e contraddittorio nell'esperienza di essere umano. Ha preso questa onestà e l'ha trasformata in una storia, in personaggi, in immagini, in dialoghi, in silenzi. E poi l'ha offerta allo spettatore dicendo implicitamente: "Questo è ciò che ho visto io. Dimmi se lo riconosci."
E quando lo spettatore lo riconosce, cioè quando nel buio della sala o davanti allo schermo del proprio computer sente quella vibrazione precisa di riconoscimento che è il cuore di ogni emozione cinematografica, accade qualcosa di straordinario. Due esseri umani che non si sono mai incontrati e che forse non si incontreranno mai si trovano per un momento nella stessa esperienza emotiva, abitano per un momento la stessa verità, si riconoscono a vicenda attraverso la mediazione di una storia inventata.
Questo è ciò che significa regalare emozioni attraverso una storia.
Non produrre una risposta emotiva: quella è manipolazione, e lo spettatore lo sente. Ma offrire qualcosa di così vero da permettere allo spettatore di trovare dentro di essa la propria verità.
È la cosa più difficile che uno sceneggiatore possa fare. Ed è l'unica che vale davvero la pena di fare.
* Una Nota Personale
Ogni volta che io comincio a scrivere una storia mi faccio la stessa domanda. Non "sarà buona?" o "funzionerà?" o "piacerà?". Mi chiedo: è vera? Non vera nel senso biografico perchè non sto scrivendo la mia autobiografia. Vera nel senso emotivo: posso stare davanti a questa storia e dire con onestà che so com'è? Che l'ho sentita dentro prima di scriverla? Che i personaggi mi sembrano persone reali prima ancora che siano personaggi?
Se la risposta è sì, allora la continuo a scrivere. Se la risposta è no, mi fermo.
Perché alla fine di tutto, dopo aver parlato di struttura e di ritmo, di dialogo e silenzio, di convergenza e compimento, la cosa più semplice e più difficile rimane questa: per regalare un'emozione vera a qualcuno, devi prima averla sentita tu. Non puoi costruire artificialmente ciò che non hai vissuto almeno tu nell'immaginazione. Non puoi produrre risonanza emotiva con strumenti freddi in assenza di calore.
La tecnica serve a non sprecare la verità che hai. Ma la verità devi portartela tu da casa.





































































































































































