Negozio di dischi 600

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Location n° 4 - IL NEGOZIO DI DISCHI VINTAGE

Il negozio di dischi in vinile cioè quello che è sopravvissuto alla digitalizzazione come scelta culturale deliberata, non per mancanza di alternative, è uno degli spazi commerciali più carichi di significato generazionale e sentimentale che esistano. Non vende soltanto musica: vende memoria, identità, appartenenza. Chi entra in un negozio di dischi vintage porta con sé un'idea di sé stesso legata a certi artisti, certi anni, certi momenti della propria vita in cui una canzone ha definito qualcosa di permanente.

Come set cinematografico, il negozio di dischi offre una densità sensoriale unica: i colori vivaci delle copertine degli album (che sono già in sé opere d'arte), il suono di fondo della musica che il negoziante sceglie di mettere, la ritualità fisica di sfogliare i dischi nelle cassette — un gesto che non ha equivalente digitale e che è esso stesso un tipo di meditazione. L'ascolto di un pezzo sullo stereo del negozio, con le cuffie che il negoziante offre ai clienti che vogliono provare, crea uno spazio di intimità sonora in mezzo a uno spazio pubblico.


Il Cortometraggio:

Titolo: "Il Lato B"
Genere: Dramma sentimentale con elementi di commedia
Temi: Il lutto, la musica come contenitore di memoria, la difficoltà dei padri e dei figli

I Personaggi:

LUCA, 34 anni. Graphic designer, cresciuto sentendo il padre parlare di musica come se fosse la cosa più importante del mondo. Il padre è morto sei mesi prima. Luca non ha mai capito davvero quella passione: preferiva la musica in streaming come tutti, ma oggi è qui perché tra le cose del padre ha trovato un disco con un post-it attaccato che dice soltanto "ascolta il lato B".

SARA, 50 anni. Titolare del negozio, con una conoscenza enciclopedica della musica dagli anni Sessanta in poi e un modo di parlare dei dischi che li trasforma in personaggi. Non vende un disco a nessuno senza prima farglielo ascoltare: "I dischi si sposano, non si comprano."

La storia: Luca entra con il disco sotto il braccio, è un vecchio 33 giri di Fabrizio De André, e lo mette sul bancone chiedendo se può ascoltarlo. Sara lo guarda, poi guarda il disco, poi di nuovo lui. "È suo?" "Era di mio padre." Sara non chiede altro: mette il disco sul piatto, lo fa partire dal lato B. La prima canzone è "La canzone di Marinella". Luca ascolta in piedi, senza sedersi, con le braccia lungo i fianchi nel modo di chi non sa dove mettere il corpo. Verso la fine del brano, la voce gli si crepa leggermente. Sara abbassa il volume di uno o due tacche, non lo spegne, abbassa appena, come si fa quando si vuole lasciare uno spazio privato a qualcuno in un luogo pubblico. Luca finisce di ascoltare, poi dice: "Non capivo perché mio padre piangeva sempre ascoltando questo." Sara risponde: "Adesso lo capisce?" Luca annuisce, una volta sola.

Finale principale: Luca compra il disco, anche se è già suo, lo compra di nuovo, come se volergli bene richiedesse un gesto economico. Sara lo mette in una busta di carta con il logo del negozio. Mentre Luca si avvia verso la porta, Sara mette sul piatto un altro disco. La prima nota della canzone successiva, qualcosa che Luca non conosce ma che è bellissima, lo ferma sulla soglia. "Cosa è questo?" "Quello che avrebbe messo suo padre dopo."

Finale alternativo: Luca alla porta. Si volta. "Sa se mio padre veniva spesso qui?" Sara lo guarda. Va dietro al bancone, apre un cassetto, tira fuori un piccolo quaderno. Lo sfoglia. "De André, Gaber, Tenco, Brassens in italiano... sì. Ogni mese, quasi. L'ultima volta tre settimane prima di..." Si ferma. "Mi diceva sempre che stava comprando i dischi per suo figlio. Che li avrebbe capiti quando fosse stato il momento giusto." Luca rimane sulla soglia. "Non gliel'ho mai detto." "Lo sa adesso", dice Sara, e chiude il quaderno.

 

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Location n° 5 - LA SARTORIA ARTIGIANALE

La sartoria artigianale e non il negozio di abbigliamento, non la boutique, ma il laboratorio del sarto o della sarta che lavora su misura, con le mani, un abito per volta, è uno degli spazi commerciali più anacronistici e più affascinanti che sopravvivano nelle città italiane. È un luogo fuori dal tempo: i modelli di carta, i rotoli di tessuto, i manichini, le macchine da cucire affiancate agli strumenti a mano: tutto concorre a creare un ambiente in cui la lentezza è il metodo, non il difetto.

Come set cinematografico, la sartoria ha qualità teatrali intrinseche: il cliente che si mette in piedi davanti allo specchio, il sarto che gira intorno con gli spilli, le misure prese con il metro a nastro... tutta questa ritualità fisica produce una dinamica di intimità corporea che raramente si vede in altri contesti commerciali. Il sarto tocca il corpo del cliente, misura le sue proporzioni, osserva come la stoffa cade su quella forma specifica. È uno dei pochi mestieri in cui la conoscenza del corpo dell'altro è condizione necessaria del lavoro.

Il Cortometraggio:

Titolo: "Le Ultime Misure"
Genere: Thriller psicologico / Dramma
Temi: Il segreto di famiglia, la complicità silenziosa, il momento in cui si sceglie da che parte stare

I Personaggi:

FRANCESCA, 42 anni. Avvocata, precisa, con una vita costruita sulla controllo. Viene in questa sartoria ogni anno ad aggiornare il suo guardaroba professionale. La sarta la conosce da dodici anni, conosce le sue misure a memoria, i suoi gusti, i suoi modi.

ORNELLA, 68 anni. Sarta con cinquant'anni di esperienza, la terza generazione di una famiglia di sarti. Ha cucito abiti da sposa e abiti da cerimonia funebre, abiti per le grandi occasioni ed abiti per il quotidiano. Ha la discrezione assoluta di chi sa che nel laboratorio di una sartoria si confida molto più di quanto si dica.

La storia: Francesca viene per un abito nuovo, dice. Ma Ornella la conosce troppo bene: quella non è la postura di qualcuno che viene per un abito. È la postura di qualcuno che deve parlare con qualcuno che non la giudicherà. Ornella prende il metro, comincia le misure in silenzio. Francesca aspetta il momento giusto, poi dice: "Ho trovato dei documenti. Nel cassetto di mio marito. Prove di qualcosa che lui non sa che so." Ornella tiene il metro all'altezza del petto, non smette di lavorare. "Che tipo di prove?" "Il tipo che finisce in tribunale." Ornella segna la misura sul quaderno. "E lei cosa vuole fare?" Francesca allo specchio guarda la propria immagine riflessa, non il viso, la sagoma. "Non lo so ancora. Per questo sono venuta qui." "Per l'abito?" "Per pensare."

Finale principale: Ornella finisce le misure, chiude il quaderno. "Le faccio l'abito che ho in mente. Austero, elegante, forte." Francesca la guarda. "Per il tribunale?" "Per qualunque cosa decida di fare." Francesca si riveste. All'uscita dice: "Ornella, lei ha mai cucito un abito sapendo che non sarebbe stato indossato per l'occasione per cui era stato fatto?" Ornella sorride. "Sempre. Gli abiti più belli sono quelli che cambiano destinazione."

Finale alternativo: Tre settimane dopo. Francesca rientra a ritirare l'abito. Ornella glielo mostra: è esattamente quello che aveva in mente: sobrio, potente, inconfondibile. Francesca lo indossa davanti allo specchio. Poi dice: "Ho presentato i documenti al magistrato ieri mattina." Ornella la guarda. "Come si sente?" Francesca si guarda allo specchio ancora un momento. "Come mi sta l'abito." Ornella: "Benissimo." Francesca: "Esatto."

 

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Location n° 6 - LA LAVANDERIA A GETTONI

La lavanderia automatica (la coin laundry) è uno degli spazi più democratici e più onestamente umani che le città moderne producano. Non ci sono distinzioni di classe: si aspetta tutti allo stesso modo, seduti sulle stesse sedie di plastica, guardando girare i propri panni con la stessa intensità meditativa. È uno spazio del tempo-sospeso, dell'attesa involontaria, dell'incontro non pianificato tra persone che non si sarebbero mai cercate.

Come set cinematografico, la lavanderia a gettoni ha caratteristiche che la rendono quasi perfetta per la commedia e per il dramma urbano: la luce al neon, il rumore di fondo dei macchinari, il ritmo circolare delle lavatrici che scandisce il tempo della scena, la disposizione fisica delle sedie che mette le persone fianco a fianco in modo inevitabile. Chi aspetta in una lavanderia a gettoni ha nient'altro da fare che essere presente nel luogo in cui si trova: non può fare shopping, non può passeggiare, e questa presenza forzata è la condizione ideale per l'incontro drammatico.


Il Cortometraggio:

Titolo: "Ciclo Delicati"
Genere: Commedia drammatica
Temi: La perdita del controllo come liberazione, l'incontro tra mondi diversi, la gentilezza come atto sovversivo

I Personaggi:

MARCO, 38 anni. Manager di una società di consulenza, sempre in giacca e cravatta, con l'abitudine di ottimizzare ogni minuto della propria giornata. La lavatrice di casa si è rotta stamattina e lui ha un colloquio importante nel pomeriggio: è qui con una borsa di capi da lavoro che devono essere lavati entro due ore. Non è mai entrato in una lavanderia a gettoni in vita sua.

GIOVANNA, 72 anni. Pensionata, vedova, con la lavanderia a gettoni come appuntamento settimanale che aspetta ogni giovedì perché è uno dei pochi luoghi in cui incontra persone. Porta sempre uno dei romanzi gialli che legge a velocità industriale e una borsa termica con il caffè.

La storia: Marco entra come se stesse entrando in una sala riunioni: analizza la situazione, conta le macchine libere, sceglie la più grande. Non sa come si usa. Giovanna lo guarda dal suo posto fisso. la seconda sedia da sinistra, quella con la migliore visuale sulle macchine. e aspetta pazientemente che lui abbia passato tre minuti a fissare il pannello di controllo prima di offrire aiuto. "Vuole che gliela imposto io?" Marco la guarda come se le stesse facendo un favore ad accettare. "Prego." Giovanna imposta la lavatrice, mette i gettoni, fa partire il ciclo. Marco controlla l'orologio. "Quarantacinque minuti?" "Cinquantadue, con lo strizzaggio." Marco si siede. non sulla sedia accanto a Giovanna, su quella dall'altro lato. Dopo dieci minuti di silenzio e di tentativi di lavorare sul telefono senza rete: "Cosa sta leggendo?" Giovanna alza il libro senza commentare. "Ne ha altri?" Marco si sposta sulla sedia accanto.

Finale principale: Le lavatrici si fermano. Marco ha passato cinquantadue minuti a sentire Giovanna riassumere il giallo che sta leggendo con una competenza narrativa che trovava nei migliori consulenti. Tira fuori i capi puliti. Sono raggrinziti. "Li stendo io", dice Giovanna. "Sa come si fa?" "No." "Si impara." Marco. che nel pomeriggio ha il colloquio più importante dell'anno. passa i successivi dieci minuti ad imparare a stendere una camicia da una donna di settantadue anni in una lavanderia a gettoni di via Torino.

Finale alternativo: Marco al telefono. il colloquio è stato spostato. Ha tempo. Giovanna prepara il caffè dalla borsa termica. Gliene offre una tazza nel coperchio di plastica. Marco la prende. "Ha mai pensato di fare il consulente?" Giovanna lo guarda. "Cosa intende?" "Lei in venti minuti mi ha spiegato come gestire i tempi di attesa, ha ottimizzato l'uso delle macchine e mi ha tenuto lontano dal telefono abbastanza a lungo da farmi capire che quel colloquio non mi importa quanto credevo." Giovanna beve il suo caffè. "Quanto paga i suoi consulenti?" Marco ride per la prima volta da settimane. "Troppo poco."

 

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Location n° 7 - IL NEGOZIO DI FOTOGRAFIA E SVILUPPO

Il negozio di fotografia, non il grande negozio di elettronica, ma il piccolo esercizio che vende macchine fotografiche analogiche, sviluppa pellicole, stampa fotografie, è uno dei negozi più toccanti che sopravvivano nel commercio contemporaneo, proprio perché lavora su quello che le fotografie custodiscono: la memoria, il tempo, la versione del passato che qualcuno ha scelto di conservare.

Chi porta le pellicole da sviluppare porta letteralmente il proprio passato in un involucro opaco, e lo consegna a un estraneo che lo porterà alla luce. C'è qualcosa di quasi sacrale in questo gesto: il fotografo ha registrato qualcosa che nessuno ha ancora visto, ed il momento dello sviluppo è un atto di rivelazione. Le fotografie stampate possono confermare i ricordi, contraddirli, rivelarne altri che si erano dimenticati.

Il titolare di un negozio di fotografia analogica ha visto sviluppare, nel corso di una carriera, milioni di momenti della vita delle persone: vacanze, battesimi, funerali, innamoramenti, bambini che crescono, e questa esposizione prolungata alla memoria altrui produce una prospettiva particolare sul tempo e sulla vita.


Il Cortometraggio:

Titolo: "Negativo"
Genere: Thriller psicologico / Dramma
Temi: Il segreto, la lealtà, il momento in cui vedere qualcosa cambia la responsabilità di chi vede

I Personaggi:

RICCARDO, 45 anni. Fotografo amatoriale, con la passione per l'analogico che è diventata negli ultimi anni anche un'ancora di salvezza da quando ha perso il lavoro, la camera fotografica è l'unica cosa che lo fa uscire di casa. Porta una pellicola da sviluppare: l'ha scattata due settimane fa, durante una passeggiata nel parco.

DANIELE, 55 anni. Titolare del negozio da trent'anni, con la calma paziente di chi ha visto troppe fotografie per lasciarsi sorprendere da niente. Sviluppa ancora le pellicole a mano, nella camera oscura sul retro, perché dice che le macchine non capiscono la luce.

La storia: Riccardo porta la pellicola e torna il giorno dopo a ritirare le stampe. Daniele gliele dà in silenzio, come sempre. Riccardo le sfoglia al bancone: il parco, i bambini che giocano, la fontana, un piccolo gazebo,... poi si blocca su una foto. In fondo al viale, quasi fuori fuoco, c'è una figura che riconosce: sua moglie, con qualcuno che non è lui. In un gesto che non è equivoco. Rimane con quella foto in mano più a lungo di quanto sia naturale. Daniele ha già visto la foto durante lo sviluppo: ha sviluppato abbastanza pellicole da sapere riconoscere il tipo di immagine che cambia qualcosa. Ha aspettato tutta la mattina sapendo che sarebbe arrivato questo momento. Riccardo mette la foto sotto le altre, paga, dice grazie. Daniele lo guarda uscire. Poi guarda il negativo che ha tenuto da parte, sul bancone, senza che Riccardo se ne accorgesse.

Finale principale: Riccardo in strada con le fotografie sotto il braccio: tutte tranne quella, che ha lasciato sul bancone senza che Daniele lo vedesse fare, o forse sì. Torna indietro. La foto è ancora lì. "Ho dimenticato questa." Daniele gliela dà. "Sì." "L'ha guardata?" "Faccio questo lavoro da trent'anni, Riccardo." Silenzio. "Cosa avrebbe fatto lei?" Daniele ci pensa davvero. "Avrei finito di guardare le altre foto prima. Le belle ce ne sono molte."

Finale alternativo: Riccardo è già uscito. Daniele prende il negativo che ha tenuto da parte. Lo guarda in controluce. Poi lo porta nella camera oscura, lo mette nell'archivio dei negativi, lo stesso archivio in cui conserva trent'anni di vita della città, e lo registra con una data ed un numero. Poi va al telefono. Chiama Riccardo. "Ha dimenticato il negativo." Pausa. "Lo butterò via se vuole." Pausa più lunga. "O lo tengo qui, se preferisce." La risposta di Riccardo non la sentiamo. Daniele annuisce, una volta sola, e riattacca.

 

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Location n° 8 - LA FERRAMENTA STORICA

La ferramenta di quartiere — quella con il titolare che sa dove si trova ogni singolo bullone tra i diecimila articoli stipati sugli scaffali — è uno degli spazi commerciali più radicati nella vita reale delle città italiane. Non è un negozio glamour, non ha niente di romantico nell'aspetto: è un luogo di cose concrete, pratiche, materiali. Eppure è uno dei luoghi in cui la comunità si incontra con maggiore frequenza e regolarità, in cui si risolvono i problemi quotidiani, in cui il consiglio tecnico si mescola inevitabilmente con la chiacchiera, la notizia, il pettegolezzo.

Come set cinematografico, la ferramenta offre una qualità visiva particolarissima: la moltiplicazione degli oggetti identici o simili (le viti in mille misure, i tubi in tutti i diametri, le serrature in tutte le varianti), il contrasto tra la vastità dell'assortimento e la dimensione spesso ridottissima dello spazio, gli odori specifici di metallo e di plastica e di olio. Ma soprattutto offre la ritualità della consulenza tecnica — quel momento in cui il cliente descrive il problema e il ferramentista lo traduce in soluzione — che è in se stessa una forma di dialogo particolarmente ricca.


Il Cortometraggio:

Titolo: "La Serratura Giusta"
Genere: Commedia drammatica
Temi: Il cambiamento come paura, la concretezza come metafora, i padri e le figlie adulte

I Personaggi:

TERESA, 58 anni. Professoressa di lettere alle superiori, con la convinzione incrollabile di saper fare le cose da sola, incluse le riparazioni domestiche che non ha mai imparato a fare. Il marito se n'è andato tre mesi fa dopo trent'anni di matrimonio, e lei sta cercando di cambiare la serratura del portone di casa perché "non vuole che abbia ancora la chiave." Non ha mai cambiato una serratura in vita sua.

MARIO, 65 anni. Ferramentista da quarant'anni, con una conoscenza tecnica assoluta ed una filosofia di vita costruita sulla materialità: i problemi si risolvono con gli strumenti giusti, e trovare lo strumento giusto richiede prima di capire bene il problema. Ha visto passare dalla sua ferramenta trent'anni di vita di quartiere e ha imparato che le persone raramente vengono per quello che dicono di cercare.

La storia: Teresa entra con la sicurezza di chi sa quello che vuole. "Ho bisogno di cambiare la serratura del portone." Mario la guarda. "Che serratura ha?" Teresa non lo sa. "Una serratura normale." Mario: "Di quanti punti?" Teresa non lo sa. Mario: "Ha la chiave con sé?" Teresa tira fuori un mazzo di chiavi: sette chiavi per una persona che vive sola, e ne indica una. Mario la esamina. "Questa è una Yale a tre punti, abbastanza sicura. Vuole proprio cambiarla o vuole solo cambiare il cilindro?" Teresa si ferma. "Qual è la differenza?" "La differenza è che cambiare il cilindro costa trenta euro e le vecchie chiavi non funzionano più. Cambiare tutta la serratura costa centocinquanta euro e il risultato è lo stesso." Silenzio. "Allora cambi il cilindro." Mario la guarda. "Gliene mostro uno uguale o vuole qualcosa di diverso?" Teresa guarda il mazzo di chiavi. "Uguale. Solo che le vecchie chiavi non funzionino."

Finale principale: Mario installa il cilindro nuovo: Teresa ha insistito per guardare mentre lo faceva, "così imparo", e le dà due chiavi nuove. Teresa guarda il mazzo che tiene in mano, con le vecchie chiavi ora inutili. "Le butto?" Mario: "Le tenga. Pesano." "Pesano?" "È sempre meglio avere chiavi che non aprono niente di nuovo che non avere chiavi per niente." Teresa non capisce subito. Poi capisce.

Finale alternativo: Teresa è già alla porta quando si volta. "Mario, lei è mai rimasto chiuso fuori di casa?" Mario ci pensa. "Una volta. Trent'anni fa. Mia moglie mi aveva cambiato la serratura." Silenzio. "Come è andata a finire?" "Ho bussato. Lei ha aperto." Teresa: "E se non avesse aperto?" Mario: "Allora avrei imparato prima il mio mestiere." Teresa esce. Mario rimane con il cilindro vecchio in mano, quello con cui Teresa è entrata, e lo mette sul banco invece di buttarlo.

 

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* Il Negozio come specchio della città

Ogni negozio racconta una città in modo diverso. La farmacia racconta i corpi e le solitudini. La libreria racconta i desideri ed i rimpianti. Il banco dei pegni racconta le necessità e le dignità. Il negozio di dischi racconta le nuove generazioni ed i genitori. La sartoria racconta i segreti e le decisioni. La lavanderia racconta gli incontri e le classi sociali. Il negozio di fotografia racconta la memoria ed il tradimento. La ferramenta racconta i cambiamenti ed i matrimoni.

Ma quello che tutti questi negozi hanno in comune è una cosa sola: sono luoghi in cui le persone entrano per una ragione pratica e spesso escono con qualcosa di diverso da quello che cercavano. È questa discrepanza tra quello che si cerca e quello che si trova cioè tra l'obiettivo dichiarato ed il risultato reale, il motore narrativo più profondo che il negozio come location cinematografica offre ad uno sceneggiatore.

Studiate i negozi della vostra città con questo occhio. Sedetevi nei bar di fronte, osservate chi entra e chi esce, immaginate le conversazioni che avvengono dentro. I set migliori non si costruiscono: si trovano. E sono quasi sempre aperti dalle nove alle tredici e dalle quindici alle diciannove.

 
  * ATTENZIONELe idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.