Libro con la dedica 600

Il Negozio come Teatro: come trasformare uno spazio commerciale in un Set cinematografico

 

* Perché il Negozio è uno dei Set più ricchi che esistano

C'è un tipo di spazio che il cinema ha sempre amato e che la sceneggiatura tende a sottovalutare: il negozio. Non il grande magazzino, non il centro commerciale: quello è un non-luogo, un'architettura dell'anonimato. Intendiamo il negozio nel senso pieno e vecchio della parola: la bottega, l'esercizio, il locale con la saracinesca che si apre la mattina e si chiude la sera, con il titolare che conosce i clienti per nome, con gli oggetti esposti come un catalogo della vita umana.

Il negozio è uno spazio drammaticamente straordinario per almeno cinque ragioni che uno sceneggiatore deve tenere sempre presenti.

Prima: È uno spazio di confine tra pubblico e privato. Il cliente entra portando la propria vita privata ovvero i propri bisogni, i propri desideri, i propri segreti, in uno spazio formalmente pubblico. Questo confine crea tensione drammatica strutturale: le cose che si dicono al farmacista, al barbiere, al rigattiere, non si dicono altrove proprio perché quel confine crea una zona di semi-confidenzialità. Il negoziante non è un amico (non si è obbligati alla piena onestà con lui) ma non è nemmeno un estraneo totale. È un testimone neutro che conosce le vite dei propri clienti in modo frammentario ma profondo.

Seconda: È uno spazio degli oggetti. Ogni negozio è pieno di cose: prodotti, attrezzature, scaffali, vetrinette,... ed ogni oggetto è un potenziale elemento narrativo. La sceneggiatura di ambientazione in un negozio ha a disposizione una quantità enorme di oggetti concreti, fisici, toccabili, che possono diventare simboli, strumenti di scena, catalizzatori di azioni e di dialoghi. L'oggetto che il cliente cerca, l'oggetto che il negoziante gli mostra, l'oggetto che viene rotto, dimenticato, restituito: in un negozio ogni cosa è potenzialmente una chiave narrativa.

Terza: È uno spazio di tempo limitato. L'interazione in un negozio ha una durata naturale e circoscritta: da quando il cliente entra a quando esce, la scena ha un inizio ed una fine intrinseci. Questo è prezioso per la sceneggiatura di un cortometraggio, che ha bisogno di unità di tempo e di spazio: il negozio le fornisce entrambe senza che lo sceneggiatore debba costruirle artificialmente.

Quarta: È uno spazio di classe sociale. Il tipo di negozio, dal negozio di lusso o la ferramenta di quartiere, dalla libreria di pregio fino il banco dei pegni, definisce immediatamente il contesto sociale della storia. I personaggi che entrano in certi negozi sono già parzialmente definiti dall'atto stesso di entrare lì.

Quinta: È uno spazio di routine e di eccezione. Il negozio ha i suoi clienti abituali, le sue dinamiche ordinarie, i suoi ritmi, e quando qualcosa rompe quei ritmi, la rottura si sente immediatamente perché contrasta con la normalità stabilita. Un cliente insolito, una richiesta inusuale, un oggetto fuori posto: in un negozio, ogni eccezione alla routine è già l'inizio di una storia.

 

La guida alle Location: 8 Negozi, 8 Storie, 16 Finali

Location n° 1 - LA FARMACIA

La farmacia è probabilmente il negozio più cinematograficamente denso che esista. È uno spazio in cui le persone entrano con i propri mali - fisici, psicologici, familiari - e in cui la transazione commerciale (comprare un medicinale) è quasi sempre solo la superficie di qualcosa di più profondo. La farmacia conosce i segreti del corpo di una comunità intera: le malattie croniche, le gravidanze non pianificate, i problemi sessuali, le dipendenze, le solitudini. Il farmacista, almeno in Italia, dove la farmacia di quartiere ha ancora questo ruolo sociale, è una figura di fiducia che riceve confidenze che non si farebbero ai familiari, agli amici.

Come set cinematografico, la farmacia offre un contrasto visivo potente: la luce al neon bianca e clinica, gli scaffali geometrici ed ordinati, i colori neutri e rassicuranti: tutto questo crea un ambiente formale che si scontra con la natura intima e spesso vulnerabile delle conversazioni che vi avvengono. Il bancone separa fisicamente il farmacista dal cliente, creando una barriera che è anche un invito alla confidenza: come il confessionale, come il banco del bar.

Il Cortometraggio:

Titolo: "Il Dosaggio Giusto"
Genere: Dramma psicologico
Temi: La solitudine degli anziani, la cura come atto d'amore, la difficoltà di chiedere aiuto

I Personaggi:

ANTONIO, 71 anni. Vedovo da tre anni, ex professore di matematica, con una precisione quasi maniacale nei confronti dei dettagli. Entra in farmacia ogni mattina alle nove, sempre la stessa farmacia, da trent'anni, a comprare qualcosa di diverso ogni volta: un antidolorifico, una pomata, un integratore. La realtà è che non ha quasi mai bisogno di quello che compra: viene per parlare con qualcuno. Non lo ammetterebbe mai.

MARTA, 38 anni. Farmacista titolare, figlia del vecchio titolare che ha rilevato l'esercizio alla sua morte. Conosce Antonio da quando aveva dieci anni, lo chiama "professore" per rispetto e per la stessa ragione lo lascia raccontare tutto, dalla notizia dei nipoti, le ultime partite della Juventus, fino al meteo del giorno precedente, più a lungo di quanto la fila di clienti le permetterebbe. Da tre anni, da quando è morta la moglie di Antonio, ha notato che le sue visite si sono fatte più frequenti ed i suoi acquisti più inutili.

La storia: Antonio entra alle nove in punto con il suo cappotto grigio ed il suo passo misurato. Chiede un collirio che non ha mai usato in vita sua. Marta glielo dà senza fare domande, ma questa mattina è diversa dalle altre: il vecchio non parla, non racconta niente, tiene gli occhi bassi sul bancone. Marta aspetta. Poi Antonio tira fuori dal taschino un foglio, la ricetta per uno psicologo scritta dal suo medico di base, e lo mette sul bancone senza alzare gli occhi. "Non so se ci vado", dice. "Cosa ne pensi?" Marta guarda la ricetta, poi guarda lui. Risponde: "Professore, lei viene qui ogni mattina da tre anni a comprare cose che non le servono. Ci è già andato, da uno psicologo. E' questa farmacia." Un lungo silenzio. Poi Antonio sorride: è il primo sorriso vero che Marta gli vede da tre anni, e le chiedee: "Quanto ti devo?"

Finale principale: Antonio prende la ricetta, la rimette in tasca, ringrazia Marta con un cenno della testa e si avvicina alla porta. Poi si ferma, si volta, e dice: "Domani mattina ho il nipote che viene a trovarmi. Non passerò." Marta annuisce. "Allora a dopodomani, professore." La porta si chiude. Marta rimane un momento ferma, poi torna al lavoro. Il collirio è ancora sul bancone: Antonio ha dimenticato di prenderlo.

Finale alternativo: Antonio esce. Marta inizia a servire il cliente successivo. Poi suona il campanello della porta: Antonio è rientrato. Ha ancora il foglio in mano. Lo stende di nuovo sul bancone e dice, con tutta la dignione di un uomo che ha passato la vita a insegnare: "Puoi aiutarmi a capire come si prenota?" Marta prende il telefono. "Certo, professore. Aspetti un momento." La farmacia, per un istante, sembra vuota di tutto tranne di loro due.

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Location n° 2 - LA LIBRERIA DI SECONDA MANO

La libreria di libri usati è un labirinto. Non solo fisicamente con gli scaffali che arrivano al soffitto, i corridoi stretti, i libri impilati in modo improbabile su ogni superficie disponibile, ma narrativamente: è un luogo in cui ogni oggetto in vendita ha già avuto una vita, in cui le dediche scritte sulle prime pagine sono finestre su storie che non si conoscerà mai, in cui il caso determina cosa si trova e cosa si incontra.

Come set cinematografico, la libreria usata offre una densità visiva straordinaria: i colori dei dorsi, le texture delle copertine, la varietà quasi caotica dei formati e delle epoche. Ma offre soprattutto qualcosa di raro nel cinema contemporaneo: un ambiente in cui il tempo si percepisce fisicamente, in cui il passato è letteralmente presente sotto forma di oggetti che qualcuno ha tenuto, usato, amato, poi lasciato andare.

Il titolare di una libreria usata è quasi inevitabilmente un personaggio: chiunque scelga di fare quel mestiere ha un rapporto con i libri che va oltre il commerciale, e con essi un rapporto con le storie, sia reali che fittizie, che influenza il modo in cui vede le persone che entrano nel suo negozio.

Il Cortometraggio:

Titolo: "La Dedica"
Genere: Dramma romantico
Temi: Il rimpianto, la coincidenza come destino, le cose che non si è detto in tempo

I Personaggi:

ELENA, 45 anni. Architetta, razionale, organizzata, con una vita che funziona esattamente come l'ha progettata ed una sensazione crescente che funzionare non sia la stessa cosa che vivere. Entra nella libreria per caso, cercando un regalo per la figlia: non era la libreria che cercava, è entrata perché pioveva.

GIORGIO, 62 anni. Titolare della libreria da trent'anni, con una memoria enciclopedica per i libri e per i clienti. Non parla mai per primo con i clienti: aspetta che siano loro a fare le domande. Osserva tutto con la discrezione di chi ha capito che le persone rivelano chi sono nel modo in cui cercano i libri.

La storia: Elena sfoglia distrattamente uno scaffale di romanzi. Prende un libro, lo apre a caso alla prima pagina, e trova una dedica scritta a mano: "A Sara, che ha aspettato quando non avrebbe dovuto. Con tutta la vita che avrei dovuto darti. Marco. 14 giugno 1998." Elena rimane ferma con il libro in mano più a lungo del normale. Giorgio, che la osserva da dietro il bancone, si avvicina senza far rumore. "Ha trovato qualcosa?" Elena mostra la dedica senza commentare. Giorgio la legge, poi guarda Elena. "Lo sa che le dediche sono la cosa più onesta che esista? Sono le uniche cose scritte che le persone non riscrivono mai." Elena chiude il libro, lo rimette sullo scaffale. Poi ci ripensa, lo riprende. "Quanto costa?" Giorgio risponde senza guardare il prezzo: "Tre euro." Elena tira fuori il portafoglio. "Lo prendo." Non lo darà alla figlia.

Finale principale: Elena esce dalla libreria con il libro sotto il braccio e la pioggia che si è fermata. Fa tre passi sul marciapiede, poi si ferma, tira fuori il telefono, cerca un numero che non chiama da anni. Lo guarda a lungo. Lo rimette in tasca. Cammina. Il libro stringe forte sotto il braccio.

Finale alternativo: Elena al bancone mentre Giorgio incarta il libro. "Ha mai trovato qualcuno che cercasse un libro specifico per recuperare una dedica?" Giorgio ci pensa. "Una volta. Trent'anni fa. Era una donna, chiedeva di un libro con una dedica del marito. L'aveva venduto per sbaglio dopo il divorzio. Non l'ho mai trovato." "E lei è tornata a cercarlo?" "Ogni giorno per vent'anni." Pausa. "È ancora sua moglie?" Giorgio sorride, indica la foto sul bancone. "Da ventanni." Elena guarda la foto. Poi tira fuori il telefono e chiama un numero che non chiama da anni.

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Location n° 3 - IL BANCO DEI PEGNI

Il banco dei pegni (il Monte di Pietà, nella versione italiana storica) od il moderno "compro oro" nelle sue varianti contemporanee, è forse il negozio con il carico emotivo più pesante che esista. È il luogo in cui le persone portano gli oggetti più preziosi che hanno come l'anello di fidanzamento, l'orologio del nonno, un gioiello di famiglia, in cambio di denaro immediato. Ogni oggetto che entra in quel negozio porta con sé una storia di necessità, di perdita, di scelta dolorosa.

Come set cinematografico, il banco dei pegni è un archivio della vulnerabilità umana. Gli scaffali pieni di oggetti in attesa di essere riacquistati come gioielli, orologi, strumenti musicali, fotocamere, argenteria, sono frammenti di vite che qualcuno ha messo in pausa per mancanza di soldi. La transazione economica che vi avviene è la più cruda e la più onesta: il valore sentimentale di un oggetto viene convertito in valore monetario, e quella conversione è sempre, in qualche misura, una piccola violenza.

Il gestore di un banco dei pegni sviluppa necessariamente una capacità di osservazione psicologica acutissima: deve valutare non solo l'oggetto ma la persona che lo porta, capire quanto ha bisogno, decidere quanto offrire. È un mestiere che richiede freddezza ed empatia in misura uguale.

Il Cortometraggio:

Titolo: "Il Peso dell'Oro"
Genere: Dramma sociale
Temi: La dignità nella necessità, il valore degli oggetti contro il valore affettivo, la solidarietà silenziosa

I Personaggi:

CLAUDIA, 52 anni. Ex impiegata, rimasta senza lavoro dopo una ristrutturazione aziendale, separata, con un figlio all'università. Ha sempre avuto una vita dignitosa e ordinata; è la prima volta in vita sua che entra in un banco dei pegni. Porta un bracciale d'oro che le ha regalato il padre il giorno della laurea, trent'anni prima.

ROBERTO, 58 anni. Gestore del banco dei pegni da vent'anni, con la reputazione di essere "giusto", non il più generoso, ma onesto. Ha visto passare migliaia di persone attraverso quel bancone ed ha imparato a riconoscere quelle che stanno portando qualcosa di irrecuperabile non nel senso economico ma in quello emotivo.

La storia: Claudia entra tenendo la borsetta stretta come se contenesse qualcosa di fragile. Aspetta che il negozio si svuoti degli altri clienti, poi si avvicina al bancone e mette il bracciale che è in una piccola busta di plastica trasparente sul vetro, come se non volesse toccarlo più di quanto fosse necessario. Roberto prende il bracciale, lo esamina con la lente, lo pesa. "Diciotto carati, circa dodici grammi." Fa una cifra. Claudia la ascolta senza commentare. Poi dice, quasi sottovoce: "Mio padre me lo ha regalato il giorno della laurea." Roberto la guarda, non il bracciale, lei. "Lo so che non cambia la cifra", aggiunge Claudia rapidamente, come per scusarsi. "No", dice Roberto, "non la cambia." Una pausa. Poi: "Ma posso tenerlo da parte sei mesi invece di quattro, se preferisce. Nel caso volesse riscattarlo."

Finale principale: Claudia firma il modulo. Roberto mette il bracciale nella busta numerata e la ripone nell'armadietto con un'attenzione leggermente maggiore di quella che di solito usa. Le dà i soldi, le dà la ricevuta. Claudia esce senza voltarsi. Roberto rimane con l'occhio sull'armadietto un momento prima di richiamare il prossimo cliente.

Finale alternativo: Quattro mesi dopo. Claudia rientra nel banco. Roberto la riconosce immediatamente. Lei ha trovato un lavoro, non dice questo, ma qualcosa nel modo in cui cammina è diverso. Mette un pò di soldi sul bancone per il riscatto. Roberto prende la busta dall'armadietto, la apre, mette il bracciale sul vetro. Claudia lo guarda. Poi dice: "Lo tenga ancora due mesi, per favore, poi le porto il resto." Roberto la guarda. "Così l'ha già riscattato, signora. È suo." Claudia guarda i soldi sul bancone, poi guarda Roberto. "Come mai?" "Perché l'ho riscattato io tre mesi fa. Ho tenuto il posto libero per quando tornava." Claudia prende il bracciale. Non trova le parole. Roberto fa un cenno che significa che non servono.


  * ATTENZIONELe idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.

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