KIT DI SCRITTURA ISPIRATI ALLA FILOSOFIA DEL FILM
"ARRIVEDERCI PROFESSORE"
La filosofia e il significato profondo del film
Arrivederci Professore (The Professor, 2018) utilizza la consapevolezza della fine come detonatore per interrogarsi su quanto della propria vita sia stato realmente vissuto e quanto invece sacrificato alle convenzioni.
La libertà del protagonista nasce quando smette di recitare il ruolo che gli altri si aspettano da lui e comincia finalmente a dire ciò che pensa, scegliere chi amare e riconoscere ciò che conta.
Dietro l'ironia e la provocazione, il film parla soprattutto di tempo, autenticità, paura, relazioni e possibilità di cambiare quando sembra ormai troppo tardi.
Il punto più fertile per nuove storie non è quindi la malattia, ma la domanda: che cosa farebbe una persona se scoprisse improvvisamente di non poter più rimandare la propria vita?
I tre kit seguenti partono da questa domanda, ma sviluppano personaggi, situazioni e finali completamente originali, pensati per cortometraggi di circa 15-20 minuti e realizzabili con budget contenuti.
Kit n° 1 - Titolo: "L'UOMO CHE SMETTE DI CHIEDERE PERMESSO"
- Genere
Commedia drammatica con elementi grotteschi.
- Logline
A Roma, un impiegato comunale di cinquantotto anni scopre che il suo ufficio verrà chiuso e che gli restano soltanto cinque giorni prima di un pensionamento anticipato che non ha mai desiderato.
Dopo trentacinque anni trascorsi a dire sempre sì, decide di utilizzare l'ultima settimana per dire finalmente ciò che pensa. Ma la sua improvvisa sincerità rischia di distruggere proprio il rapporto con l'unica persona che avrebbe voluto salvare.
- Il protagonista
Alberto Serra, 58 anni, è un impiegato dell'Ufficio Oggetti Smarriti del Comune di Roma. È ordinato, gentile, preciso, invisibile. Ha trascorso tutta la vita evitando conflitti.
Quando qualcosa lo infastidisce dice: «Va bene.». Quando qualcuno gli passa davanti: «Prego.». Quando il direttore gli assegna un lavoro che non gli compete: «Ci penso io.»
Non è debole. Ha semplicemente trasformato l'educazione in una forma di rinuncia.
La sua caratteristica più importante è che conserva nel magazzino dell'ufficio alcuni oggetti mai reclamati ai quali ha attribuito mentalmente delle storie. Sono una fotografia, un ombrello rosso, un quaderno, una scarpa da bambino.
È un uomo che ha trascorso la vita custodendo le cose perdute dagli altri senza rendersi conto di aver perso qualcosa di sé.
- Gli altri personaggi principali
Marta, 32 anni, nuova impiegata precaria. Ironica, intelligente, insofferente alle regole inutili. È l'opposto di Alberto e nello stesso tempo la persona che comprende meglio la sua solitudine.
Renzi, 61 anni, responsabile dell'ufficio. Non è realmente cattivo. È un burocrate che ha trasformato qualsiasi decisione in un modulo.
Claudia, 56 anni, ex moglie di Alberto. Si sono lasciati senza odio, ma anche senza avere mai affrontato veramente il motivo della separazione.
Tommaso, 25 anni, figlio di Alberto. Compare poco ma rappresenta il rapporto che Alberto ha continuato a rimandare.
* La storia
Roma, lunedì mattina. Alberto apre l'Ufficio Oggetti Smarriti esattamente alle 8.00. Sistema le penne parallele, accende il computer, raddrizza una targhetta che era già perfettamente dritta.
Marta arriva in ritardo con due caffè e gli dice che uno è per lui. Alberto risponde che non beve caffè durante l'orario di lavoro, ma dopo qualche secondo prende il bicchiere.
Il direttore Renzi convoca i dipendenti. Comunica che l'ufficio verrà accorpato ad un servizio digitale e che Alberto, per ragioni amministrative, sarà pensionato anticipatamente. Mancano cinque giorni. Tutti si aspettano una protesta. Alberto risponde soltanto: «Capisco.»
Torna alla propria scrivania. Marta lo guarda e gli domanda: «Ma capisci veramente od è il tuo modo di dire che non vuoi fare casino?» Alberto non risponde.
Quella sera rimane solo nell'archivio. Guarda centinaia di oggetti che nessuno è mai tornato a cercare.
Trova una vecchia fotografia di un padre con un bambino sulle spalle. Per qualche ragione pensa a Tommaso.
Il giorno seguente una signora arrogante pretende di recuperare un telefono senza poter dimostrare che sia suo. Alberto, che normalmente avrebbe ceduto, le risponde con calma: «No.»
La donna rimane sorpresa. Anche Alberto rimane sorpreso.
Quel piccolo no diventa l'inizio di una trasformazione.
Durante la giornata comincia a rispondere sinceramente alle persone. Dice a Renzi che alcune procedure dell'ufficio sono assurde. Dice a Marta che è molto più brava di quanto faccia credere e che dovrebbe smettere di fingere che non le importi di nulla.
Telefona finalmente al figlio. Il figlio però rifiuta di incontrarlo, accusandolo di essersi sempre nascosto dietro il lavoro. Alberto capisce che essere improvvisamente sincero non cancella trent'anni di silenzio.
Il venerdì prepara una piccola scatola con gli oggetti personali. Prima di uscire nota l'ombrello rosso mai reclamato da quindici anni. Lo prende, nonostante fuori non piova.
Marta gli fa notare che tecnicamente sarebbe proprietà del Comune. Alberto risponde: «Allora, per una volta, il Comune può venire a cercarmi.»
Esce. Fuori dall'edificio trova Tommaso. Alberto pensa che il figlio sia venuto per salutarlo. Tommaso invece gli consegna una vecchia fotografia. È quella di loro due, padre e figlio, molti anni prima.
Alberto comprende che Tommaso era entrato nell'Ufficio Oggetti Smarriti settimane prima ed aveva lasciato volontariamente quella fotografia. Voleva verificare se suo padre sarebbe stato capace di riconoscere qualcosa che aveva perduto.
Alberto abbassa lo sguardo. Tommaso domanda: «Adesso l'hai trovata?» Alberto risponde: «No. Però credo di sapere dove cercare.»
Padre e figlio si allontanano. Marta li osserva attraverso il vetro dell'ufficio.
Sul bancone resta il cartello: OGGETTI SMARRITI.
* Cinque scene con battute
Scena 1 - La comunicazione
Renzi:
«Non è un licenziamento. Tecnicamente è una razionalizzazione anticipata.»
Alberto:
«Capisco.»
Marta:
«Io invece no. Ma forse perché parlo ancora italiano.»
Il tono definisce immediatamente la commedia grottesca.
Scena 2 - Il primo no
Donna:
«Mi dia quel telefono.»
Alberto:
«Non posso.»
Donna:
«Come sarebbe a dire?»
Alberto la guarda.
Alberto:
«Credo che significhi no.»
Piccolissima battuta, ma per il personaggio è un terremoto.
Scena 3 - Alberto e Marta
Marta:
«Che cosa le è successo?»
Alberto:
«Mi hanno dato cinque giorni.»
Marta:
«Per morire?»
Alberto:
«Peggio. Per andare in pensione.»
Il grottesco non cancella la malinconia.
Scena 4 - Telefonata al figlio
Alberto:
«Pensavo che potremmo vederci.»
Tommaso:
«Perché?»
Alberto:
«Perché sei mio figlio.»
Silenzio.
Tommaso:
«Lo ero anche giovedì scorso.»
Qui il corto smette momentaneamente di essere divertente.
Scena 5 - Il finale
Tommaso mostra la fotografia.
Tommaso:
«Questa era tua.»
Alberto:
«Era nostra.»
Tommaso:
«Allora perché l'hai persa?»
Alberto lo guarda.
Alberto:
«Credo di aver perso parecchie cose.»
- Il finale inaspettato
Lo spettatore dovrebbe credere che il grande gesto finale di Alberto sarà ribellarsi all'amministrazione comunale. Non lo farà. La vera rivoluzione è molto più piccola: accetta finalmente di non avere una risposta pronta per il figlio.
Per un uomo che ha trascorso la vita proteggendosi dietro formule educate, ammettere di aver sbagliato rappresenta il gesto più radicale possibile.
- Temi
Il tempo sprecato. La paura del conflitto. Il rapporto padre-figlio. La burocrazia come metafora dell'immobilità. La differenza tra educazione e sottomissione. La possibilità di cambiare anche tardi.
* Suggerimenti per lo sceneggiatore
Non bisogna trasformare Alberto improvvisamente in un ribelle esagerato. La sua trasformazione funziona se rimane proporzionata alla persona che è sempre stata. Il primo "no" dovrebbe essere più importante di una scena nella quale insulta dieci persone.
Si potrebbero disseminare piccoli oggetti che raccontano implicitamente altre vite. Tre o quattro sono sufficienti.
L'Ufficio Oggetti Smarriti dovrebbe diventare metafora del protagonista senza che nessuno la spieghi esplicitamente.
* Suggerimenti al regista
All'inizio Alberto dovrebbe essere spesso inquadrato attraverso gli scaffali, le porte, i vetri, gli archivi.
Come se fosse fisicamente rinchiuso nella propria abitudine.
Progressivamente l'inquadratura può diventare più aperta.
Nel finale, quando esce dall'ufficio, per la prima volta si può utilizzare un campo molto largo.
* Suggerimenti agli attori
L'interprete di Alberto non dovrebbe "fare il triste". Deve essere soprattutto contenuto. La comicità nasce dalla sua serietà.
Marta non deve essere soltanto la ragazza sarcastica: dietro l'ironia deve essere percepibile una sincera simpatia per Alberto.
* Suggerimenti al Direttore della Fotografia
All'inizio: luce neutra, leggermente fredda, ufficio ordinario, colori poco saturi. L'ombrello rosso può diventare l'unico elemento cromatico veramente evidente.
Quando Alberto esce nel finale, la luce naturale può diventare più calda.
Non serve una trasformazione vistosa: bastano pochi gradi di temperatura e una maggiore presenza del sole.
* Suggerimenti al montatore
Prima parte molto regolare. Tempi quasi burocratici. Campi e controcampi ordinati.
Quando Alberto comincia a cambiare, si possono introdurre tagli leggermente più rapidi.
Durante la telefonata al figlio, invece, bisogna rallentare completamente.
Il silenzio dopo «Lo ero anche giovedì scorso.» dovrebbe durare abbastanza da diventare scomodo.
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