Come interpretare un ruolo:
dare vita ad un personaggio oltre la pagina scritta

attore nei generi 700Ogni copione, per quanto ben scritto, è solo una parte del personaggio che l'Attore dovrà portare in scena. Le battute dicono cosa il personaggio pronuncia, le didascalie suggeriscono qualche azione essenziale, ma tutto il resto (come respira, come guarda, cosa fa con le mani mentre ascolta, cosa pensa nei tre secondi di silenzio prima di rispondere) quello, nessuna sceneggiatura lo scrive mai fino in fondo. È lì, in quello spazio bianco tra le righe, che si gioca la differenza tra un attore che recita un testo ed un attore che fa esistere un essere umano.
In questo articolo proviamo a spiegare come muoversi in quello spazio, senza tradire mai la storia che si sta raccontando.


Prima regola: il non scritto nasce dallo scritto, non lo sostituisce

Prima di aggiungere qualunque dettaglio personale al personaggio, bisogna aver fatto un lavoro solido su quello che è già scritto: quali sono gli obiettivi del personaggio in ogni scena, cosa vuole davvero al di là di quello che dice di volere, da dove viene, cosa lo ferisce, cosa lo fa ridere. Solo quando questo lavoro di base è completo ha senso iniziare a chiedersi: cosa posso aggiungere che non è scritto, ma che sarebbe perfettamente coerente con questa persona? Un tic, un'abitudine, un modo di camminare inventati a caso, senza radici nel resto del personaggio, si notano sempre, e distraggono invece di arricchire. Un dettaglio non scritto ma coerente, al contrario, sembra sempre essere sempre stato lì, come se l'attore lo avesse solo "scoperto" invece che inventato.


Gli strumenti concreti per aggiungere spessore

Ci sono alcune tecniche che gli attori usano da sempre, in teatro come al cinema, per costruire quella sensazione di persona vera che va oltre il testo.

Un rapporto fisico con un oggetto. Dare al personaggio un piccolo gesto ricorrente legato ad un oggetto, come far girare un anello quando è nervoso, toccarsi il colletto della camicia prima di mentire, tenere sempre qualcosa in tasca da stringere, crea un'ancora visiva che il pubblico riconosce inconsciamente scena dopo scena, e che comunica uno stato d'animo senza bisogno di dialogo.

Un ritmo di parola personale. Il modo in cui un personaggio si prende le pause, esita, ripete una parola quando è in difficoltà, od al contrario parla sempre un pò più veloce di quanto servirebbe, è un tratto distintivo potentissimo, spesso più riconoscibile del volto stesso dell'attore. Vale la pena costruirlo con cura fin dalle prime prove, e mantenerlo con coerenza per tutto il film.

Una contraddizione interna. I personaggi più magnetici sul grande schermo sono quasi sempre quelli in cui le parole dicono una cosa ed il corpo ne comunica un'altra: un personaggio che sorride mentre gli occhi restano tristi, uno che si dichiara calmo mentre le mani tradiscono tensione. Questa contraddizione, se costruita con precisione, tiene lo spettatore incollato, perché lo obbliga a "leggere" il personaggio invece di limitarsi ad ascoltarlo.

Una vita immaginata fuori scena. Anche se non verrà mai mostrato, immaginare cosa il personaggio fa la mattina prima di uscire di casa, cosa mangia, come dorme, aiuta l'attore a portare in ogni scena un senso di continuità e di storia personale che il pubblico percepisce, anche senza saperlo spiegare razionalmente.

Un modo particolare di guardare gli altri. Decidere consapevolmente come il proprio personaggio guarda gli altri personaggi: mai dritto negli occhi, oppure con uno sguardo che si sofferma un secondo di troppo, oppure che scappa sempre verso il basso quando si parla di un certo argomento, è uno degli strumenti più semplici ed efficaci per costruire personalità, perché lo sguardo è la prima cosa che un pubblico legge in un primo piano.


Applicare questi strumenti ai diversi generi

Ogni genere cinematografico chiede all'attore di calibrare questi strumenti in modo diverso, perché il "linguaggio" con cui il pubblico legge un personaggio cambia a seconda delle aspettative del genere.

Nel dramma, la parola chiave è sottrazione. Il pubblico del dramma è abituato a cercare l'emozione sotto la superficie, non sopra: un dettaglio non scritto funziona meglio se comunica quanto il personaggio sta trattenendo, più che quanto sta mostrando. Un respiro controllato prima di una risposta difficile, una mano che si ferma a metà gesto, dicono più di una lacrima plateale. La vulnerabilità nascosta sotto un controllo apparente è quasi sempre più potente della vulnerabilità esibita apertamente.

Nella commedia, il segreto è dare al personaggio una logica interna assolutamente seria, anche quando la situazione è assurda: il personaggio comico più efficace non sa di essere comico, crede fermamente di avere ragione, di comportarsi in modo del tutto normale. È proprio questa convinzione, unita magari ad un piccolo tic fisico calibrato con precisione (un modo goffo di sistemarsi i vestiti, un'abitudine linguistica ricorrente), a generare la risata, perché il pubblico ride del contrasto tra la serietà del personaggio e l'assurdità della situazione, non di una recitazione volutamente buffa.

Nel thriller, l'arma più efficace è l'ambiguità controllata: dare al personaggio gesti che possano essere letti in due modi diversi, una calma che potrebbe essere innocenza oppure controllo criminale, uno sguardo che si sofferma un attimo di troppo su un dettaglio. L'attore, in questo genere, deve avere il coraggio di non "chiarire" mai troppo presto le intenzioni del proprio personaggio attraverso la recitazione, lasciando che sia la storia, non la performance, a sciogliere il dubbio quando è il momento giusto.

Nell'horror, il dettaglio più prezioso da costruire è la reazione istintiva e fisica alla paura, resa il più possibile realistica e non "recitata": il corpo che si blocca invece di scappare, il respiro che si spezza prima ancora dell'urlo, un tremore alle mani che l'attore mantiene con coerenza in tutta la scena. È un genere in cui il pubblico perdona poco l'artificio: più la paura del personaggio somiglia ad una paura vera, osservata nella vita reale, più la scena funziona.

Nel sentimentale e nel romantico, il lavoro più delicato riguarda la progressione della vulnerabilità: un personaggio che si apre troppo in fretta emotivamente perde credibilità, mentre piccoli segnali non scritti, un contatto fisico accennato e poi ritirato, un sorriso trattenuto subito dopo essere apparso, costruiscono quella tensione di avvicinamento che il pubblico del genere romantico cerca e apprezza più di ogni dichiarazione esplicita.

Nell'azione e nell'avventura, il rischio più comune è ridurre il personaggio alla sola fisicità atletica. Un buon attore d'azione costruisce invece una motivazione emotiva chiara dietro ogni gesto fisico: non basta correre o combattere bene, bisogna far percepire perché quel personaggio in quel momento sta lottando, cosa ha da perdere. È quella motivazione, non la coreografia in sé, a rendere memorabile una scena d'azione.


L'equilibrio necessario: arricchire senza rubare la scena

Tutto questo lavoro creativo va sempre fatto con una consapevolezza precisa: l'attore non recita da solo, recita dentro una storia che appartiene anche allo sceneggiatore ed al regista. Un dettaglio non scritto va sempre proposto con generosità, non imposto: è buona norma provarlo durante le prove, osservare la reazione del regista, restare pronti a lasciarlo cadere se non serve alla scena o se distrae da un elemento narrativo più importante. Il miglior test per capire se un'aggiunta personale funziona davvero è chiedersi: questo dettaglio racconta qualcosa in più sul personaggio, o racconta solo qualcosa in più sull'attore che lo interpreta? Solo la prima risposta giustifica di tenerlo in scena.


Un ultimo consiglio pratico

Vale la pena costruire, per ogni personaggio importante, una piccola lista personale di tre o quattro dettagli non scritti scelti con cura, uno fisico, uno legato al ritmo della voce, uno legato allo sguardo, uno legato ad un piccolo segreto emotivo che il personaggio porta con sé anche nelle scene apparentemente neutre.
Non serve usarli tutti in ogni scena: la loro forza sta proprio nella coerenza con cui tornano, discretamente, lungo tutto l'arco del film, fino a diventare, agli occhi del pubblico, indistinguibili dal personaggio stesso. È in quel momento, quando lo spettatore smette di pensare "che bravo attore" e comincia a pensare semplicemente al nome del personaggio come se fosse una persona reale, che il lavoro dell'attore ha davvero raggiunto il suo scopo.