Stessa storia, altra lingua:
perché il cinema italiano continua a "rubare" ai francesi

Chi frequenta le sale con una certa costanza lo avrà notato: capita sempre più spesso di uscire da un cinema italiano con la strana sensazione di aver già visto quel film. Non per un déjà-vu, ma perché quella commedia, quel dramma familiare, quella storia agrodolce con equivoci e rivelazioni a cena, esistono davvero già, solo che sono usciti qualche anno prima a Parigi, con altri attori ed un altro accento. Non parliamo di plagio, né di semplice ispirazione: parliamo di remake veri e propri, autorizzati, spesso con gli stessi produttori coinvolti, che prendono una sceneggiatura francese di successo e la "vestono" con attori, città e sfumature italiane, lasciando intatta l'ossatura della storia.

È un fenomeno talmente diffuso da essere diventato quasi un genere a sé nel panorama della commedia nostrana contemporanea, e vale la pena capire da dove viene, perché funziona così bene proprio con la Francia e non con altri paesi, e quali curiosità nasconde dietro le quinte.


Un'abitudine più antica di quanto si pensi

Il rapporto di scambio, prestito e travaso fra il cinema italiano e quello francese non nasce negli anni Duemila: affonda le radici addirittura nella nascita del sonoro. Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, quando il cinema imparò improvvisamente a parlare, l'industria si trovò davanti ad un problema enorme: un film sonoro in una lingua non poteva più circolare liberamente in tutti i mercati, come accadeva invece con le pellicole mute, dove bastava cambiare gli intertitoli. La tecnica del doppiaggio non era ancora matura, così molti studi europei e americani adottarono una soluzione oggi quasi dimenticata: le cosiddette "versioni multiple".
Si giravano cioè le stesse scene, con la stessa sceneggiatura e spesso sullo stesso set, più volte, in lingue diverse, talvolta con gli stessi attori protagonisti costretti a recitare a memoria battute in francese, tedesco, spagnolo ed italiano, ed anche con cast nazionali completamente diversi per ogni edizione linguistica.
È un aneddoto curioso, ma illuminante, quello di Stanlio e Ollio: agli albori del sonoro, i due comici furono obbligati dal loro produttore a girare le proprie gag in più lingue, storpiando le parole in un modo che generava un effetto comico involontario, tanto che quello stile "sgangherato" venne poi imposto perfino ai loro doppiatori italiani, tra cui un giovanissimo Alberto Sordi.

Quella pratica sparì quando il doppiaggio si perfezionò e divenne più economico che rigirare intere scene. Ma il principio di fondo, un impianto narrativo che passa da un paese all'altro cambiando solo la superficie, l'interprete e la lingua, non è mai davvero scomparso: si è solo spostato da un fenomeno tecnico legato all'avvento del sonoro a una precisa scelta industriale e creativa, che oggi chiamiamo remake.


Perché la Francia, tra tutti?

Il cinema italiano potrebbe attingere ad Hollywood, alla Spagna, ai paesi scandinavi, all'Asia: eppure, quando si parla di commedie rifatte "in salsa nostrana", la fonte è quasi sempre francese. Le ragioni sono molteplici e si intrecciano.

La prima è una parentela culturale profonda. Italia e Francia condividono radici latine e cattoliche, una simile idea di famiglia allargata, di cena come rito sociale, di ipocrisie borghesi da smascherare a tavola. Condividono soprattutto una tradizione teatrale comune: la commedia degli equivoci, il vaudeville, il "boulevard" francese e la nostra commedia all'italiana nascono dallo stesso ceppo, quello della farsa borghese in cui un piccolo segreto o una bugia innocente scatena una reazione a catena di rivelazioni.
Non stupisce che diversi di questi remake abbiano origine addirittura da un testo teatrale prima ancora che cinematografico: è il caso della pièce "Le Prénom", scritta da Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, portata sullo schermo in Francia nel 2012 col titolo che in Italia fu tradotto "Cena tra amici", e diventata nel 2015 il film italiano "Il nome del figlio", diretto da Francesca Archibugi con Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Micaela Ramazzotti e Rocco Papaleo. In casi come questo si potrebbe quasi parlare non di un remake nel senso stretto, ma di una nuova messa in scena della stessa opera teatrale, un pò come accade quando un testo di Goldoni viene riallestito da compagnie diverse.

La seconda ragione è di natura più commerciale. Un umorismo fatto di doppi sensi, giochi di parole, riferimenti sociali molto specifici viaggia male attraverso il doppiaggio: molte battute perdono mordente quando vengono semplicemente tradotte parola per parola. Rigirare la scena da capo, invece, permette di riscrivere davvero le battute, cambiare le professioni dei personaggi, spostare l'ambientazione da Parigi a Roma, Milano od un parco divertimenti sul lago di Garda, adattare tic e riferimenti regionali. Il pubblico italiano, insomma, ride della stessa situazione ma con parole e contesti che sente davvero suoi.


La logica (spietata) dell'industria

C'è poi una ragione più prosaica, ma decisiva: il rischio d'impresa. Realizzare un film comporta un investimento importante e nessun produttore ama scommettere alla cieca su una sceneggiatura mai testata. Un film francese che ha già incassato bene in patria, magari accolto con favore dalla critica o premiato ai César, offre invece una garanzia rara nel cinema: la certezza che quella struttura narrativa funziona, che quel meccanismo comico "tiene" davanti a un pubblico pagante.
Comprare i diritti di un successo francese significa quindi ridurre drasticamente l'incognita creativa, concentrando gli sforzi (ed il budget) su ciò che davvero fa la differenza per il pubblico italiano: il cast.

Ed è proprio il cast il secondo tassello della strategia. Il pubblico italiano generalista, quello che riempie le sale nei mesi di marzo o novembre con le commedie di stagione, si affeziona a facce e nomi nostrani: Pierfrancesco Favino, Miriam Leone, Luca Argentero, Valentina Lodovini, Alessandro Gassmann. Attori francesi come Franck Dubosc o Vincent Elbaz, per quanto amatissimi oltralpe, non hanno lo stesso richiamo box office da noi.
Il remake permette di trasferire un meccanismo narrativo collaudato su un volto che il pubblico italiano è disposto a pagare per vedere al cinema.


Alcuni casi esemplari

Vale la pena guardare da vicino qualche esempio concreto, perché ognuno racconta una piccola storia a sé.

"Il nome del figlio" (2015) da "Cena tra amici" / "Le Prénom" (2012). Cinque amici, una cena, una domanda apparentemente banale sul nome scelto per un nascituro che fa esplodere rancori sopiti da anni. Francesca Archibugi, insieme allo sceneggiatore Francesco Piccolo, ha dichiarato di essersi ripresa l'intero percorso narrativo della commedia francese come un "mezzo di trasporto", trasformando ogni personaggio in una figura riconoscibile del proprio immaginario, qualcuno che potesse sembrare vicino di casa più che controfigura di un attore parigino.

"Mamma o papà?" (2017) da "Papa ou maman?" (2015). Diretto da Riccardo Milani, racconta la disperata guerra di due coniugi in fase di separazione, ciascuno intenzionato a "liberarsi" dell'affidamento dei figli anziché contendersene la custodia: un rovesciamento comico dei classici drammi da separazione, funzionante in entrambe le lingue perché gioca su una dinamica familiare universale.

"Corro da te" (2022) da "Tutti in piedi" / "Tout le monde debout" (2018). Un seduttore seriale finge una disabilità per conquistare una donna, salvo innamorarsi davvero della sorella di lei, realmente su sedia a rotelle. Riccardo Milani firma anche questo adattamento, con Pierfrancesco Favino e Miriam Leone al posto di Franck Dubosc (che nell'originale francese era autore, regista e protagonista) e Alexandra Lamy.

"Una famiglia sottosopra" (2025) da "Le sens de la famille" (2020). Il remake più recente, diretto da Alessandro Genovesi con Luca Argentero e Valentina Lodovini, racconta una famiglia disfunzionale che dopo una notte in un parco divertimenti si risveglia con i corpi scambiati fra i suoi membri. Lo stesso Genovesi, con un'autoironia rara per chi firma un adattamento, ha ammesso in un'intervista che di originale nel suo film c'è "molto poco, se non la lingua", riconoscendo con onestà la natura dichiaratamente derivativa dell'operazione, pur rivendicandone la cura nella messa in scena italiana.

Un dettaglio curioso riguarda proprio questo caso: nel passaggio dal francese all'italiano, Genovesi ha semplificato la meccanica dello scambio di corpi, facendo restare i personaggi nel corpo assegnato fino quasi alla fine invece di farli continuare a scambiarsi come nell'originale transalpino. Una scelta che la critica ha in più occasioni giudicato un miglioramento rispetto al film di partenza, a dimostrazione che il remake, quando è pensato con cura, non è mai una fotocopia passiva ma una vera riscrittura con margini di autonomia creativa.

Quando il flusso si inverte

Il rapporto fra i due cinema, va detto per completezza, non è affatto a senso unico. Il caso più clamoroso di scambio inverso è "Perfetti Sconosciuti" (2016) di Paolo Genovese: la storia di un gruppo di amici che durante una cena decide di condividere sul tavolo ogni messaggio e chiamata in arrivo sul cellulare, con conseguenze devastanti per le rispettive vite private, è diventata negli anni il film più remakato della storia del cinema, con oltre venti adattamenti in tutto il mondo, dal Messico alla Corea del Sud, dalla Turchia alla Spagna. Tra questi anche una versione francese, "Le Jeu" (2018), diretta da Fred Cavayé con Bérénice Bejo e Stéphane De Groodt, a riprova che la circolazione di formule narrative fra Roma e Parigi funziona in entrambe le direzioni, e che l'industria del cinema europeo ha ormai imparato a trattare una buona sceneggiatura come un format esportabile, non troppo diversamente da come avviene da decenni nella televisione.

Tradizione dell'adattamento o crisi creativa? Il dibattito tra i critici

Non tutti guardano a questo fenomeno con lo stesso occhio benevolo. C'è chi, tra i critici italiani, lo interpreta come il sintomo di una difficoltà strutturale della commedia nostrana a generare storie originali, un rifugiarsi nel "già collaudato" ogni volta che il genere attraversa una fase di incertezza commerciale, quasi un modo per scaricare il rischio d'impresa su un pubblico francese che ha già fatto da apripista.
È una lettura legittima, che pone una domanda scomoda ma sensata: se è giusto che il paese che ha inventato la commedia all'italiana, capace un tempo di raccontare vizi e virtù nazionali con uno sguardo tagliente e originalissimo, oggi debba aspettare l'uscita della "commedia francese di successo" per trovare materiale narrativo.

Dall'altra parte, c'è chi guarda alla stessa pratica con più indulgenza, leggendola come l'ennesimo capitolo di una tradizione di adattamento antica quanto il teatro stesso, dove una buona struttura drammaturgica viene rimessa in scena, di paese in paese, con interpreti e sensibilità diverse, esattamente come accade da secoli con i grandi classici.
In questa prospettiva un remake ben fatto, capace persino di correggere alcuni difetti dell'originale come nel caso già citato di "Una famiglia sottosopra", non è un tradimento della creatività ma un mestiere paragonabile a quello di un cuoco che reinterpreta una ricetta altrui adattandola agli ingredienti e ai gusti di casa propria: non sarà mai alta cucina sperimentale, ma resta un piatto che funziona, e che il pubblico continua a ordinare volentieri.

Una conclusione aperta

Che lo si consideri un vezzo furbo dell'industria od una tradizione nobile che risale addirittura alle versioni multiple degli anni Trenta, il travaso continuo di storie fra Francia e Italia dice qualcosa di vero sul modo in cui i due paesi si guardano allo specchio: stesse ansie familiari, stesso gusto per la commedia degli equivoci, stessa fiducia nel potere di una buona cena, vera o cinematografica che sia, di far esplodere tutto ciò che di solito si tiene ben nascosto.
E finché quello specchio continuerà a restituire immagini che il pubblico riconosce come proprie, ci sarà sempre un produttore pronto a comprare i diritti dell'ultima commedia francese di successo, ed uno spettatore italiano pronto ad andarla a vedere, magari senza nemmeno sapere che esiste già un'altra versione, girata qualche anno prima, a poche centinaia di chilometri di distanza.