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Lo storyboard come strumento di produzione

Lo storyboard non serve solo al regista. Serve alla produzione. Un produttore può leggerlo e capire quanto una scena sarà costosa, complicata o rapida da girare. Se ci sono troppe inquadrature, troppi movimenti, troppi cambi di posizione camera, troppi cambi di luce, lo storyboard lo rivela subito.

Per un cortometraggio a basso budget, questo è preziosissimo. Lo storyboard permette di capire quali scene richiedono più tempo, quali possono essere girate con lo stesso setup, quali inquadrature sono indispensabili e quali possono essere eliminate senza danneggiare il racconto.

In “Il tavolo lungo”, se la maggior parte del film si svolge in una sala da pranzo, lo storyboard aiuta a sfruttare quella singola location nel modo più intelligente possibile. Permette di evitare la monotonia, ma anche di non complicare inutilmente il lavoro. Si può decidere che alcune scene siano girate dal lato corto del tavolo, altre dal lato lungo, altre con la camera vicina ad una finestra, altre con un dettaglio degli oggetti. La stanza resta la stessa, ma il punto di vista cambia insieme al conflitto.

Lo storyboard aiuta anche l’aiuto regista nella preparazione del piano di lavorazione. Se una scena richiede molte inquadrature larghe, conviene preparare prima la sala in modo completo. Se invece una sequenza è fatta di dettagli, si possono organizzare gli oggetti con attenzione. Se una sedia vuota compare spesso, deve essere sempre nella posizione corretta. Se una scatola di fotografie viene aperta a metà film, bisogna preparare il contenuto prima delle riprese.

Lo storyboard rende visibili i problemi prima del set. Ed ogni problema risolto prima del set significa tempo risparmiato, soldi risparmiati, meno stress e maggiore qualità.


Come lo storyboard aiuta il regista

Il regista legge lo storyboard come una partitura visiva. Non deve limitarsi a controllare se le scene sono disegnate bene. Deve domandarsi se la sequenza delle immagini racconta davvero la trasformazione emotiva dei personaggi.

Nel caso di “Il tavolo lungo”, il regista deve verificare che all’inizio il tavolo sia un elemento di separazione. I fratelli siedono lontani, parlano senza ascoltarsi, occupano angoli diversi del quadro. Poi deve controllare se le immagini centrali fanno crescere la tensione: sguardi laterali, mani che trattengono oggetti, sedie vuote, spazi inutilizzati. Infine deve verificare se il finale mostra un cambiamento reale: non necessariamente una riconciliazione totale, ma almeno un piccolo spostamento. Un personaggio che si alza e si avvicina. Una sedia che viene trascinata. Due persone che per la prima volta entrano nello stesso lato del quadro.

Il regista deve leggere lo storyboard ponendosi domande precise. Dove si trova lo spettatore in questa scena? È seduto idealmente a tavola con i personaggi oppure li osserva da lontano? Sta dalla parte di uno dei fratelli o guarda la famiglia nel suo insieme? La scena deve creare tensione, imbarazzo, nostalgia, rabbia, tenerezza? L’inquadratura scelta produce questa emozione?

Un buon regista non usa lo storyboard solo per sapere dove mettere la camera. Lo usa per controllare il punto di vista morale del film.

Nel nostro esempio, la domanda principale è: lo storyboard fa sentire la distanza familiare prima ancora che i personaggi la dichiarino? Se la risposta è no, bisogna ripensarlo. Perché il cuore del cortometraggio non è la discussione sulla casa, ma lo spazio emotivo che separa i personaggi.

 

Come lo storyboard viene letto dal direttore della fotografia

Il direttore della fotografia legge lo storyboard in modo diverso dal regista, anche se le due letture devono dialogare continuamente. Il regista cerca soprattutto senso, emozione, ritmo, punto di vista. Il direttore della fotografia cerca luce, ottiche, esposizione, contrasto, profondità, movimento, praticabilità tecnica.

Davanti ad ogni vignetta, il direttore della fotografia si chiede quale obiettivo potrebbe servire, quanto spazio occorre tra camera ed attori, dove si può mettere la luce, che tipo di ombra si vuole ottenere, se il quadro richiede profondità di campo od apparire sfocato, se ci sono superfici riflettenti, se la camera sarà fissa, a mano, su slider, su cavalletto o su un supporto leggero.

Nel formato come il 16:9 il direttore della fotografia deve fare un lavoro molto attento sulla larghezza del quadro. Il rischio è riempire l’immagine senza criterio oppure lasciare spazi vuoti privi di significato. Nel formato 16:9 lo spazio laterale può diventare narrativo: una persona isolata a sinistra, un’altra a destra, un oggetto al centro, una finestra sullo sfondo, una porta aperta che suggerisce fuga od assenza.

In “Il tavolo lungo”, il direttore della fotografia dovrebbe chiedersi come rendere il tavolo una presenza visiva forte senza farlo diventare monotono. Potrebbe usare una luce laterale che attraversa la superficie del legno. Potrebbe lasciare zone d’ombra alle estremità. Potrebbe creare una progressione luminosa: all’inizio la stanza appare fredda ed ordinata, durante il conflitto diventa più dura, nel finale la luce si ammorbidisce o si raccoglie sui personaggi finalmente più vicini.

Il direttore della fotografia deve anche proteggere i volti degli attori. In un film di dialoghi e tensioni familiari, il volto è centrale. Ma il formato permette di non chiudersi sempre sul primo piano. Si può raccontare un personaggio anche attraverso la sua posizione nello spazio. Un fratello può sembrare ostinato perché rimane all’estremità del tavolo. Una sorella può apparire fragile perché è circondata da sedie vuote. Un personaggio può essere emotivamente solo anche se nello stesso quadro ci sono gli altri.

Il direttore della fotografia deve leggere lo storyboard per capire questa grammatica e trasformarla in luce, ottica, distanza ed atmosfera.

 

Lo storyboard ed il montaggio

Uno storyboard ben costruito pensa già al montaggio. Ogni inquadratura deve avere un prima ed un dopo. Non basta che un’immagine sia bella isolatamente. Deve funzionare nella sequenza.

Quando si disegna uno storyboard bisogna chiedersi come si passerà da un quadro all’altro. Un campo largo del tavolo può tagliare su un dettaglio delle chiavi? Un primo piano della sorella può tagliare su una sedia vuota? Un’inquadratura laterale dei fratelli può tagliare su una fotografia della madre? Un movimento lungo il tavolo può sostituire una serie di stacchi? Il montaggio non nasce solo in sala di montaggio. Nasce nella progettazione dello sguardo.

Questo è particolarmente importante nei cortometraggi, dove spesso si gira meno materiale rispetto ad un lungometraggio. Se manca un raccordo, una reazione, un dettaglio, una pausa, il montaggio può diventare difficile. Lo storyboard aiuta a prevedere le immagini di connessione.

A volte l’inquadratura più importante non è quella dell’azione principale, ma quella della reazione. In “Il tavolo lungo” non basta mostrare chi pronuncia una frase dura. Serve vedere chi la riceve. Serve forse vedere una mano che smette di muoversi. Serve il silenzio dell’altro fratello che non interviene. Serve il vuoto lasciato dalla sedia della madre.

Il montaggio vive di questi passaggi.

 

Lo storyboard come strumento per scoprire errori nella sceneggiatura

Disegnare lo storyboard può rivelare debolezze della sceneggiatura. Può accadere che una scena, sulla pagina, sembri chiara, ma quando la si disegna risulti visivamente piatta. Può accadere che due scene siano troppo simili. Può accadere che un passaggio emotivo non abbia un’immagine abbastanza forte. Può accadere che un dialogo stia spiegando qualcosa che un’inquadratura potrebbe raccontare meglio.

Questo è uno dei motivi per cui lo storyboard dovrebbe essere fatto prima delle riprese e non come formalità finale. Aiuta a riscrivere. Aiuta ad eliminare. Aiuta a trovare il vero cinema nascosto nella sceneggiatura.

Se in “Il tavolo lungo” i personaggi ripetono più volte di sentirsi lontani, forse il problema è che la sceneggiatura sta dicendo ciò che l’immagine dovrebbe mostrare. Basterebbe forse un campo largo in cui i tre fratelli sono seduti nello stesso ambiente ma sembrano appartenere a tre isole diverse. Oppure un’inquadratura della tavola apparecchiata per quattro, con un posto vuoto che nessuno osa occupare.

Lo storyboard permette di scoprire queste possibilità. Può rendere la sceneggiatura più cinematografica e meno letteraria.

 

Storyboard e cortometraggio a basso budget

Nel cinema a basso budget, lo storyboard è quasi una forma di assicurazione. Quando ci sono pochi giorni di riprese, pochi soldi, pochi mezzi e magari una troupe ridotta, non ci si può permettere di arrivare sul set senza sapere quali immagini servono davvero.

Uno storyboard permette di lavorare con intelligenza. Si possono raggruppare le inquadrature per posizione camera. Si può decidere quali scene girare nella stessa luce. Si possono evitare continui spostamenti di attrezzatura. Si possono ridurre le coperture inutili. Si può spiegare agli attori che tipo di spazio dovranno occupare. Si può preparare la scenografia solo nelle zone realmente inquadrate.

Questo non significa impoverire il film. Significa concentrare le risorse sulle immagini decisive.

Per un corto come “Il tavolo lungo”, non servono molte location. Potrebbero bastare una sala da pranzo, un corridoio e forse l’ingresso della casa. Ma la sala da pranzo deve essere studiata benissimo. Il tavolo deve avere carattere. Le sedie devono raccontare qualcosa. Gli oggetti devono sembrare appartenere ad una famiglia reale. La luce deve cambiare il tono emotivo. Lo storyboard aiuta a capire quali angoli della stanza useremo davvero e quali non serviranno.

Con pochi mezzi si può ottenere un risultato forte, se ogni inquadratura è pensata.

 

La differenza tra storyboard, shot list e moodboard

È utile distinguere lo storyboard da altri strumenti preparatori.
La moodboard raccoglie riferimenti visivi: colori, luci, texture, atmosfere, fotografie, fotogrammi di altri film, immagini pittoriche. Serve a definire il tono visivo.
La shot list, invece, è una lista tecnica delle inquadrature da girare, spesso con numero di scena, tipo di piano, descrizione, note su ottica e movimento.

Lo storyboard sta tra questi due strumenti. È più concreto della moodboard perché mostra le inquadrature specifiche del film. È più visivo della shot list perché permette di vedere la composizione prima di girarla.

Idealmente, per un cortometraggio ben preparato, dovrebbero esistere tutti e tre. La moodboard comunica l’atmosfera. Lo storyboard comunica la narrazione visiva. La shot list organizza il lavoro sul set.

Per “Il tavolo lungo”, la moodboard potrebbe raccogliere fotografie di interni familiari, tavoli usurati, luci pomeridiane, case svuotate dopo un lutto, ambienti domestici pieni di memoria.
Lo storyboard mostrerebbe invece le inquadrature specifiche: i fratelli distanti, la sedia vuota, il dettaglio delle chiavi, la scatola di fotografie, il gesto finale di avvicinamento.
La shot list tradurrebbe tutto in elenco pratico per le riprese.

 

Come evitare uno storyboard troppo rigido

Uno storyboard troppo rigido può diventare un problema se il regista lo tratta come una legge assoluta. Il set è vivo. Gli attori portano sfumature. La location può suggerire soluzioni nuove. La luce reale può cambiare. Un’inquadratura prevista può non funzionare. Un’altra, improvvisata, può rivelarsi migliore.

Il segreto è usare lo storyboard come base, non come prigione.

Il regista deve sapere perché ogni inquadratura era stata prevista. Se sul set trova una soluzione diversa che serve meglio lo stesso obiettivo, può cambiarla. Ma se non conosce l’obiettivo, rischia di cambiare a caso.

Lo storyboard migliore non dice soltanto “questa è l’inquadratura”. Dice implicitamente “questa è la funzione dell’inquadratura”. Se la funzione è mostrare la distanza tra due fratelli, sul set si può anche trovare una composizione diversa, purché mantenga quella distanza. Se la funzione è far sentire il peso di una sedia vuota, il regista può modificare l’angolo, ma non deve perdere il significato dell’assenza.

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