Voglia di tenerezza: che cosa si può imparare da un film che unisce commedia sentimentale e dramma umano

film Voglia di tenerezza 01Parlare di Voglia di tenerezza (Terms of Endearment, 1983) significa entrare in uno di quei film che, ad una prima occhiata, sembrano più semplici di quanto siano davvero. È un film diretto, scritto e prodotto da James L. Brooks, tratto dal romanzo omonimo di Larry McMurtry del 1975; ha come figure centrali Aurora Greenway (Shirley MacLaine), Emma Horton (Debra Winger), Garrett Breedlove (Jack Nicholson), e costruisce il proprio cuore emotivo lungo l’arco di molti anni, seguendo il rapporto madre-figlia, le scelte sentimentali, il matrimonio, la disillusione, l’amicizia e infine la malattia. Sul piano storico-industriale, il film fu un successo enorme: ottenne 11 nomination agli Oscar e ne vinse 5 cioè Miglior film, Regia, Sceneggiatura non originale, Attrice protagonista e Attore non protagonista, diventando uno dei titoli dominanti della stagione 1983-84.

La cosa più interessante, però, è che Voglia di tenerezza non è rimasto importante solo per i premi. È rimasto importante perché ha saputo parlare ad un pubblico molto ampio di cose che il cinema spesso semplifica od abbellisce: la dipendenza affettiva tra madre e figlia, il matrimonio come scelta che non salva nessuno da sé stesso, la fatica della vita quotidiana, la paura della solitudine, il bisogno di essere amati in modo imperfetto, ed il fatto che la riconciliazione più vera a volte arrivi tardi, ma non troppo tardi per avere un peso. Proprio qui sta una delle grandi lezioni del film: non racconta la famiglia come luogo rassicurante, ma come campo di forze, di ferite, di battute feroci, di tenerezza maldestra e di sopravvivenza emotiva.

Perché questo film ha colpito così tanto

film Voglia di tenerezza 02Una parte del pubblico e della critica ne fu conquistata quasi contro le proprie difese. Non era un film “di moda”, non era un’opera appariscente, non puntava su un meccanismo di genere puro, eppure riuscì a diventare un fenomeno. Fu un grande successo commerciale e suscitò recensioni entusiaste che ne lodavano i personaggi umani ed il coraggio di occuparsi della relazione madre-figlia in un panorama hollywoodiano più attratto da spettacoli rumorosi; allo stesso tempo, non mancarono reazioni contrarie, con accuse di essere un film “manipolatorio”. Anche questa doppia reazione, in fondo, dice molto: Voglia di tenerezza costringe a sentire, e quando un film costringe a sentire troppo, una parte degli spettatori risponde con gratitudine, un’altra con sospetto.

La sua forza sta nel fatto che non è mai una sola cosa. È una commedia sentimentale, perché ha dialoghi taglienti, tempi comici, scene di osservazione sociale, personaggi eccentrici ed una leggerezza che non scompare neppure nelle zone più scure. Ma è anche un dramma umano perché tutto ciò che avviene, per quanto scritto con brillantezza, tocca nodi concreti e non ornamentali: il possesso materno, il desiderio di emancipazione, l’inadeguatezza maschile, il tradimento, la povertà del quotidiano, la malattia, la morte. Brooks non chiede mai allo spettatore di scegliere tra ridere e soffrire: gli chiede di accettare che la vita vera contiene entrambe le cose nello stesso spazio emotivo. Questa coesistenza è uno degli insegnamenti più forti del film.

Il nucleo della sceneggiatura: una storia di rapporti, non di eventi

film Voglia di tenerezza 03La prima grande lezione di sceneggiatura che si può ricavare da Voglia di tenerezza è che un film può reggersi non su una trama nel senso tradizionale, ma su una architettura di rapporti. Sulla carta, infatti, il film non ha una premessa “forte” nel senso convenzionale. Non c’è un mistero da risolvere, non c’è una missione, non c’è un obiettivo lineare. C’è una madre vedova, Aurora, che ama la figlia Emma in modo eccessivo e possessivo; c’è Emma che vuole uscire dalla sfera materna e si sposa con Flap Horton; c’è la vita che passa, con il logorarsi del matrimonio, con nuovi uomini che entrano nel quadro, con la stanchezza, con i figli, con una malattia terminale, con una tardiva riconciliazione. Eppure il film tiene sempre. Perché? Perché ogni scena non è costruita per “informare” ma per modificare la temperatura emotiva delle relazioni.

James L. Brooks arrivò al progetto dopo che i diritti passarono a Paramount e fu assunto per scrivere la sceneggiatura; il catalogo segnala anche che Brooks passò tre mesi di ricerca in Texas e scrisse la sceneggiatura nei sei mesi successivi, mosso anche da un interesse profondo per il rapporto madre-figlia e per il tema dell’identità femminile. Questo dato è importante, perché aiuta a capire che il film non nasce da una semplice “riduzione” del romanzo, ma da un lavoro di osservazione e di ripensamento drammatico: il materiale letterario viene piegato in direzione di un cinema dei comportamenti, dei dialoghi, dei piccoli urti continui tra caratteri.

Adattare liberamente: una delle vere lezioni del film

film Voglia di tenerezza 04Il film è tratto dal romanzo di Larry McMurtry, ma ciò che conta davvero, da un punto di vista didattico, è il modo in cui Brooks ne fa materiale cinematografico. La lezione qui è chiarissima: un adattamento funziona quando non si limita a trasferire il racconto, ma individua il suo nucleo emotivo e lo riscrive secondo le leggi del cinema. Brooks non costruisce il film come una traduzione illustrativa del libro. Lo organizza invece come un lungo, mobile studio di personaggi, dove la forza narrativa deriva dalle frizioni quotidiane, dalle telefonate, dagli scambi di battute, dai rientri, dalle attese, dai silenzi imbarazzati, dai momenti in cui qualcuno dice troppo o troppo poco. L’adattamento premiato all’Oscar non vince per fedeltà servile, ma per intelligenza drammatica.

Qui c’è già un insegnamento prezioso per chi scrive: quando si adatta un romanzo, bisogna chiedersi non “che cosa succede?” ma “che cosa deve restare vivo?”. In Voglia di tenerezza resta vivo soprattutto il sentimento contraddittorio dell’intimità familiare: il modo in cui l’amore può essere un sostegno, un ricatto, un’abitudine, una protezione ed una prigione nello stesso tempo.

Aurora ed Emma: il vero motore del film

Aurora Greenway è uno dei personaggi più riusciti del cinema americano di quegli anni. Non è un mostro, non è una madre caricaturale, non è soltanto una donna divertente e difficile. È una vedova che ha costruito il proprio equilibrio intorno alla figlia e che non sa amare senza controllare. La grandezza della scrittura sta nel fatto che Aurora viene resa insieme ridicola, brillante, affilata, commovente, fastidiosa e disperata. Non c’è mai un momento in cui il film la riduce ad un unico tratto. Lo stesso vale per Emma: non è semplicemente la figlia vittima di una madre ingombrante, ma una donna che cerca normalità, che sposa un uomo forse per uscire dall’orbita materna, che finisce intrappolata in una vita più triste di quanto sperasse, e che porta dentro di sé insieme rabbia, tenerezza, disillusione e bisogno di riconoscimento.

La sceneggiatura funziona perché non “spiega” mai troppo. Fa vedere un rapporto che cambia nel tempo ma non si scioglie mai del tutto. Madre e figlia non smettono di ferirsi, ma non smettono neanche di cercarsi. Qui il film è modernissimo: non racconta l’emancipazione come un taglio netto, né il legame familiare come un porto sicuro. Racconta la dipendenza affettiva come una materia ambigua, in cui si combatte per separarsi ma anche per non essere dimenticati.

Il matrimonio con Flap: la delusione come struttura narrativa

Un altro grande insegnamento del film riguarda il modo in cui il matrimonio di Emma con Flap Horton viene scritto. Flap non è un grande antagonista, non è un uomo terribile, e proprio per questo è interessante. È insufficiente, immaturo, infedele, sfuggente, ma non è costruito come un cattivo melodrammatico. Brooks capisce che la vera tragedia sentimentale non nasce sempre dal male estremo: molto più spesso nasce dalla mediocrità emotiva, dalla distanza, dalla stanchezza, dall’egoismo ordinario. Emma non entra in un inferno spettacolare; entra in una vita che si svuota poco per volta. E questa, per il pubblico, è una forma di verità molto forte.

Il film insegna dunque che il dramma familiare e sentimentale non ha bisogno di grandi colpi di scena per essere incisivo. Gli basta mostrare con precisione il logorio, l’asimmetria tra aspettative e realtà, la caduta lenta dell’illusione. È una lezione di scrittura fondamentale: la tensione drammatica può nascere dall’erosione, non solo dall’esplosione.

Garrett Breedlove e il controcanto della commedia

Il personaggio di Garrett Breedlove, interpretato da Jack Nicholson, è decisivo per capire perché il film non collassa nel puro dolore. Garrett è il vicino astronauta in pensione, seduttore, vanitoso, scomposto, ed in apparenza appartiene ad un altro film. In realtà serve a far respirare Voglia di tenerezza. Introduce una linea di commedia sentimentale adulta, ironica, quasi spudorata, che mette Aurora in una zona nuova: quella del desiderio, della goffaggine erotica, della possibilità di essere donna oltre che madre. È una funzione drammaturgica preziosa, perché impedisce al personaggio di chiudersi nel solo ruolo materno. Il film ricorda così che ogni figura umana ha più di un bisogno, più di un registro, più di una stagione.

Qui c’è un’altra lezione importante: nei film drammatici forti, i personaggi secondari o paralleli non servono solo a “spezzare il tono”, ma a moltiplicare i piani della vita. Garrett non è semplice alleggerimento. È la prova che la commedia, in mano ad un grande sceneggiatore, non distrugge il dramma: lo rende più credibile.

Pudore, satira e brutalità: la miscela che rende il film unico

Una delle domande più interessanti è questa: perché il film parla di cose potenzialmente melodrammatiche cioè vedovanza, controllo materno, matrimonio fallito, infedeltà, malattia incurabile e morte, eppure non appare quasi mai ricattatorio nel senso più banale? La risposta sta nella miscela di pudore, satira e brutalità.

Il pudore è nel modo in cui Brooks non sentimentalizza continuamente i personaggi. Li lascia sbagliare, essere ridicoli, antipatici, stonati. La satira è nel modo in cui guarda le convenzioni sociali, il narcisismo, il corteggiamento, i piccoli egoismi borghesi, i rituali familiari. La brutalità è nel fatto che, quando il film deve affrontare il dolore, lo fa senza nasconderlo sotto eleganze superflue. La malattia di Emma non è trattata come un’astrazione poetica: entra nella struttura del film come un dato che costringe tutti a scoprire chi sono davvero.

Questa combinazione spiega anche perché alcuni spettatori lo considerino straordinario e altri meno. Chi si lascia toccare dalla sua franchezza tonale vede un film ricco, umano, coraggioso. Chi invece percepisce i suoi dispositivi emotivi come troppo calcolati può sentirlo manipolatorio. Ma il fatto che susciti questa spaccatura è parte della sua identità.

Il film come lezione di tono

Sul piano tecnico-scrittorio, Voglia di tenerezza è una lezione magistrale di tono. Tenere insieme commedia e dramma è una delle cose più difficili da fare. Se sbagli, il film si spezza in due. Brooks invece riesce a far convivere i registri perché non li tratta mai come opposti. La comicità nasce dal carattere, non dalla gag; il dolore nasce dalla vita, non dall’enfasi; ed i passaggi da un registro all’altro sono assorbiti dal comportamento dei personaggi. Il tono, qui, non è una superficie, ma una morale dello sguardo: nessuno è mai solo comico, nessuno è mai solo tragico. Tutti sono contemporaneamente buffi, colpevoli, vulnerabili e degni di pietà.

Per questo il film è utilissimo da studiare per chiunque voglia capire come si scrive un’opera che faccia ridere e soffrire nello stesso tempo senza sembrare artificiale.

La costruzione del tempo

Un altro elemento da apprezzare è la gestione del tempo narrativo. Il film copre molti anni, ma non si appoggia ad un montaggio puramente illustrativo del “passare del tempo”. Al contrario, sceglie episodi, salti, concentrazioni, e lascia che lo spettatore riempia i vuoti. Questa è una tecnica molto fine: la sceneggiatura non mostra tutto, ma mostra ciò che basta per far sentire come si trasformano i rapporti.

Da questo si può imparare una regola importante: quando si racconta una storia familiare lunga, il segreto non è moltiplicare le scene, ma scegliere i punti in cui il legame cambia natura. In Voglia di tenerezza ogni salto temporale non serve a “riassumere”; serve a mostrare una nuova fase del rapporto Aurora/Emma e delle illusioni che lo circondano.

La parte tecnica: una forma invisibile ma molto precisa

Sul piano tecnico, il film è meno appariscente di altri grandi titoli premiati, ma proprio per questo merita attenzione. L’AFI Catalog accredita Andrzej Bartkowiak come direttore della fotografia, Richard Marks al montaggio, Polly Platt come production designer e Michael Gore per la musica. Inoltre, agli Oscar fu candidato anche per montaggio, colonna sonora, suono e art direction, oltre alle categorie maggiori. Questo dato è importante: dimostra che, pur sembrando un film tutto “di scrittura e attori”, è in realtà sostenuto da una costruzione tecnica molto forte.

Fotografia

La fotografia di Bartkowiak è esemplare perché non cerca di imporre uno stile vistoso sopra il materiale, ma di accompagnarlo con chiarezza, naturalezza e sensibilità tonale. Le immagini non sono povere: sono sobrie, il che è diverso. La luce costruisce gli spazi domestici e relazionali senza trasformarli in set esibiti. Questo permette agli attori ed ai dialoghi di respirare. Una fotografia più “autorialmente dichiarata” avrebbe forse spinto il film verso il melodramma o verso il cinema d’arte. Bartkowiak invece sceglie una via di apparente trasparenza che si rivela perfetta per un film basato sulle sfumature del vivere.

Montaggio

Il montaggio di Richard Marks è un altro dei segreti del film. Non si nota molto, e questo è il segno della sua qualità. Regola i passaggi tonali, i salti temporali, i momenti di alleggerimento, le scene di maggiore durezza, senza strappi gratuiti. Nei film di questo tipo il montaggio deve fare una cosa difficilissima: dare fluidità alla vita senza far sembrare tutto episodico. Voglia di tenerezza ci riesce perché il montaggio non corre dietro agli eventi, ma segue il battito emotivo dei personaggi. La nomination all’Oscar non fu casuale.

Scenografia e spazi

La scenografia di Polly Platt lavora in modo sotterraneo ma decisivo. Le case, gli ambienti, le differenze tra spazi, il modo in cui i personaggi li abitano, tutto contribuisce a raccontare il loro stato interiore e sociale. Questo è un punto da non sottovalutare: il film parla continuamente di appartenenza, soffocamento, distanza, ruolo familiare, e gli spazi diventano il primo luogo in cui questi temi prendono forma.

Musica

La musica di Michael Gore non invade; accompagna. Questo è fondamentale. In un film così esposto al rischio di diventare ricattatorio, una colonna sonora troppo insistita avrebbe potuto spezzare l’equilibrio. Invece il commento musicale è usato per sostenere, non per imporre l’emozione. Anche questa è una lezione tecnica preziosa.

Perché il pubblico si è sentito conquistato

Il film ha lasciato il pubblico profondamente colpito perché tocca esperienze comuni senza ridurle a formule. Chiunque abbia conosciuto un rapporto familiare intenso e difficile, un amore ineguale, una delusione matrimoniale, un genitore invadente, una riconciliazione tardiva, o la malattia come momento in cui tutte le recite cadono, trova nel film qualcosa che lo riguarda. Eppure Brooks non costruisce mai il film come un “catalogo di temi seri”. Lo costruisce come una vita in movimento. È questo che crea coinvolgimento: non l’argomento in sé, ma il modo in cui l’argomento viene incarnato.

In più, il film riesce in qualcosa di raro: dà spazio alla sofferenza senza togliere dignità al piacere di guardarlo. Non è un’opera austera o punitiva. È vivace, brillante, mobile. Ti porta dentro il dolore passando anche per il desiderio, la vanità, le frasi cattive, i piccoli egoismi, i gesti buffi. In questo senso, la sua umanità è più larga di quella di molti film “seri”.

Perché alcuni lo hanno trovato non eccezionale

Dire che il film è stato amato non significa dire che sia unanimemente considerato perfetto. Alcuni lo hanno giudicato meno eccezionale di quanto il suo palmarès farebbe pensare. E non è una posizione assurda. Ci sono almeno tre ragioni per cui può generare resistenza.

La prima è che il film usa il coinvolgimento emotivo in modo molto scoperto. Per alcuni, questo è un merito; per altri, un segno di manipolazione. TCM (Turnier Classic Movies) ricorda proprio che, accanto alle recensioni entusiaste, ne uscirono anche di fortemente critiche su questo punto.

La seconda è che la struttura ad episodi ed un lungo arco temporale può sembrare, a tratti, meno compatta di opere più rigorose. Il film accumula vite, passaggi, personaggi, relazioni, e non tutto ha lo stesso peso. Questo fa parte del suo fascino, ma anche della sua irregolarità.

La terza è che il personaggio di Garrett/Nicholson, amatissimo da molti, può essere percepito da altri come un controcanto troppo “facile” o troppo seduttivo dentro un tessuto più dolente. Anche qui dipende dalla sensibilità dello spettatore: c’è chi vede in quella linea una necessaria ossigenazione, e chi la trova meno incisiva del nucleo madre-figlia.

Che cosa si può imparare davvero da questo film

Se si guarda Voglia di tenerezza come opera da studiare e non solo da amare o rifiutare, le lezioni sono numerosissime.

La prima è che i personaggi contraddittori sono più memorabili di quelli coerenti in modo rigido. Aurora è grande perché è insieme odiosa e commovente.

La seconda è che il tono misto non va costruito a tavolino come un’alternanza meccanica di scene comiche e drammatiche; va fatto nascere dal carattere e dalle relazioni.

La terza è che l’adattamento funziona quando trova il cuore del testo di partenza e lo riorganizza per il cinema.

La quarta è che il dramma più forte spesso non nasce da eventi straordinari, ma dall’erosione quotidiana delle aspettative.

La quinta è che il pudore è più potente del sentimentalismo aperto, purché non significhi freddezza.

La sesta è che il pubblico può accettare grandi emozioni, perfino una certa manipolazione, se sente che i personaggi sono vivi.

L’anima del film

Entrare davvero nell’anima di Voglia di tenerezza significa capire che è un film sul fatto che gli esseri umani si amano male, ma si amano lo stesso. Non è un film ottimista in senso facile, né cinico. È più crudele e più compassionevole di così. Dice che le famiglie possono essere luoghi di soffocamento e di salvezza, spesso nello stesso momento. Dice che il romanticismo può essere ridicolo e necessario. Dice che il matrimonio non garantisce nulla. Dice che la malattia non nobilita automaticamente nessuno, ma costringe ad una verità. Dice che il perdono, quando arriva, non cancella le ferite: le mette in una forma finalmente sopportabile.

Ed è proprio per questo che il film continua a funzionare. Perché non offre una teoria della vita, ma una pratica del sentire: scomoda, buffa, dura, tenera, troppo umana per essere dimenticata.

I punti positivi del film

  1. Straordinaria complessità del rapporto madre-figlia.
  2. Sceneggiatura capace di fondere commedia e dramma senza strappi vistosi.
  3. Personaggio di Aurora scritto in modo ricchissimo e contraddittorio.
  4. Debra Winger e Shirley MacLaine danno vita a un duello emotivo memorabile.
  5. Jack Nicholson introduce energia e respiro senza svuotare il dramma.
  6. Adattamento intelligente dal romanzo, non illustrativo ma cinematico.
  7. Dialoghi brillanti, feroci, spesso molto veri.
  8. Grande capacità di raccontare il passare del tempo.
  9. Rappresentazione realistica della delusione matrimoniale.
  10. Uso efficace dei personaggi secondari come controcanti.
  11. Tono umano, non teorico, vicino alle fragilità concrete.
  12. Regia sobria ma fortemente controllata.
  13. Fotografia elegante nella sua apparente invisibilità.
  14. Montaggio fluido, indispensabile per sostenere il racconto lungo.
  15. Colonna sonora discreta e ben calibrata.
  16. Capacità di essere popolare senza diventare banale.
  17. Malattia e morte trattate con durezza ma non con pornografia emotiva.
  18. Grande osservazione dei comportamenti sociali e familiari.
  19. Film capace di restare nella memoria affettiva degli spettatori.
  20. Esempio eccellente di cinema “classico” che regge benissimo a una lettura contemporanea.

I punti critici del film

  1. In alcuni passaggi può sembrare emotivamente manipolatorio.
  2. La struttura episodica può apparire meno compatta di altri grandi drammi familiari.
  3. Alcune linee narrative secondarie risultano meno necessarie del nucleo centrale.
  4. Il personaggio di Garrett può sembrare sbilanciato rispetto al resto del film.
  5. Il tono brillante di certe scene, per alcuni, alleggerisce troppo il dolore.
  6. Flap rischia di restare meno memorabile degli altri personaggi.
  7. Alcuni spettatori possono trovare il film troppo dipendente dalle performance attoriali.
  8. La durata emotiva di certi momenti può apparire insistita.
  9. Alcuni passaggi di riconciliazione risultano più efficaci che sorprendenti.
  10. Il film tende a privilegiare alcuni personaggi a scapito di altri.
  11. Il ritratto degli uomini è talvolta meno sfumato di quello delle donne.
  12. La costruzione melodrammatica finale, per qualcuno, è troppo scoperta.
  13. La comicità di Nicholson può sembrare appartenere a un film parallelo.
  14. Non tutti gli scarti tonali vengono percepiti come perfettamente armonici.
  15. Il film può essere letto come più “prestigioso” che radicale.
  16. Alcune scene hanno una scrittura molto dichiarata, poco ellittica.
  17. Il successo agli Oscar può far nascere aspettative eccessive.
  18. Chi cerca un linguaggio visivo molto audace può trovarlo formalmente troppo classico.
  19. La forza del tema madre-figlia oscura a volte altri livelli del racconto.
  20. Una parte del pubblico contemporaneo può giudicarne alcuni passaggi più datati sul piano del gusto e del ritmo.

Suggerimento:

Voglia di tenerezza è un film da vedere, rivedere e studiare perché mostra come il cinema possa parlare di cose comunissimem come la madre, la figlia, il matrimonio, la stanchezza, il bisogno d’amore, la malattia, la perdita, ecc.. e trasformarle in un’esperienza emotiva e critica insieme. Non è perfetto, e forse proprio per questo è così vivo. È un film che conosce il ridicolo ed il dolore, la meschinità e la generosità, la crudeltà delle famiglie e la loro necessità. E se ancora oggi continua a toccare il pubblico, è perché non promette consolazione facile: promette verità emotiva, che è una cosa molto più rara.