Padri e Figlie 2015 1Padri e Figlie (2015) di Gabriele Muccino è un film completamente diverso: un dramma intimo e familiare che racconta il rapporto tra un padre scrittore in crisi psichica e sua figlia, su due linee temporali parallele distanziate di 25 anni. Niente catastrofi cosmiche ma solo la catastrofe silenziosa e devastante di una famiglia che si rompe e cerca di ricomporsi nel tempo.

Procediamo dunque con l'analisi del film, che è ricchissimo di spunti per vari cortometraggi. Eccola completa.

"PADRI E FIGLIE": ANALISI TEMATICA
E CINQUE NUOVE IDEE PER CORTOMETRAGGI


PRIMA PARTE: ANALISI DEL FILM: TEMI, IMMAGINI, SITUAZIONI

* IL CUORE TEMATICO DEL FILM

Padri e Figlie non racconta una storia d'amore romantica, né una storia di redenzione semplice. Racconta qualcosa di più difficile e più raro nel cinema contemporaneo: come un'assenza si trasmette. Come il vuoto lasciato da un padre e non per abbandono volontario, ma per malattia, per fragilità, per le circostanze, poi si deposita nell'anima di una figlia e ridisegna silenziosamente il modo in cui lei vive, ama, si protegge e, alla fine, si apre.

La struttura temporale a doppio binario, il padre Jake negli anni '80-'90, la figlia Katie vent'anni dopo, è la scelta narrativa più coraggiosa del film. Dice qualcosa di preciso: il passato non è passato. Agisce nel presente. Le ferite di ieri sono le scelte di oggi. E questa idea, che è al tempo stesso psicologica, narrativa e visiva, è liberamente trasponibile in qualunque storia, con qualunque budget.

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TEMA 1: IL PADRE IMPERFETTO: L'AMORE CHE NON SA COME ESSERE

Jake è un padre che ama sua figlia in modo totale e assoluto, ma che non riesce ad essere il padre che lei ha bisogno che sia. Non perché non voglia, ma perché la malattia mentale lo sopraffà in modo intermittente ed imprevedibile. Questa dinamica crea una delle tensioni emotive più difficili da rappresentare sullo schermo: l'amore autentico che coesiste con il fallimento reale.

Il film ha il coraggio di non assolvere Jake e di non condannarlo. Lo mostra nella sua contraddizione intera: l'uomo di talento straordinario e l'uomo che lascia sua figlia sola nelle notti peggiori. Questa ambivalenza è il dono più prezioso che il film offre allo spettatore: la possibilità di amare qualcuno e riconoscerne il danno nello stesso momento.

Come personalizzarla: un padre non deve essere malato di mente per essere "imperfetto nel modo giusto" per una storia. Basta un padre che ha scelto il lavoro, o la fuga, o la propria sofferenza ma senza cattiveria, senza la consapevolezza piena. La domanda narrativa che rimane è sempre la stessa: può una figlia perdonare qualcuno che non ha scelto di farle del male, ma gliene ha fatto lo stesso?

TEMA 2: LA FIGLIA ADULTA: COME SI SOPRAVVIVE AD UN'INFANZIA MANCANTE

Katie adulta è una donna che funziona: ha una carriera, una vita sociale, relazioni, ma che porta dentro di sé una modalità difensiva attivata molto presto e mai del tutto spenta. Non si fida degli uomini che la amano davvero. Si avvicina a chi non può darle quello che vuole perché così non rischia di riceverlo e perderlo di nuovo.

Questa psicologia, la donna che sabota le relazioni sane per paura inconscia dell'abbandono, è tra le più riconoscibili e meno banalmente rappresentate del film. Muccino non la spiega attraverso dialoghi esplicativi: la mostra nelle scelte di Katie, nelle reazioni sproporzionate, nella difficoltà a ricevere amore senza immediatamente cercare l'uscita di sicurezza.

Come personalizzarla: questo schema cioè l'adulto che replica nell'amore i pattern dell'infanzia ferita, è universale e cinematograficamente potentissimo. Non richiede flashback, non richiede esplicitazioni psicologiche. Basta una scena in cui qualcuno, di fronte a qualcosa di bello che gli viene offerto, fa esattamente la cosa sbagliata: e lo spettatore capisce tutto.

TEMA 3: LA SCRITTURA COME SOPRAVVIVENZA E COME FUGA

Jake è uno scrittore. La sua opera più importante è il romanzo che scrive proprio negli anni del crollo, ed in quel romanzo mette sua figlia, il suo amore, la sua colpa, la sua speranza. La scrittura nel film non è un mestiere: è il modo in cui Jake riesce ad essere il padre che non riesce ad essere nella vita. È la forma che dà a tutto ciò che non riesce a dire ad alta voce.

Questa idea (che l'arte sia la lingua di chi non riesce a parlare direttamente) ha una potenza narrativa enorme ed un costo di produzione quasi nullo. Una scena di qualcuno che scrive, o disegna, o suona, o fotografa, ed in quell'atto comunica più di quanto potrebbe mai dire a parole, è una delle più efficaci del cinema.

Come personalizzarla: il medium può essere qualunque cosa come un musicista che compone per un figlio che non vede, un pittore che ritrae la figlia senza che lei lo sappia, un artigiano che costruisce qualcosa con le mani perché non sa costruirlo con le parole. L'opera diventa il messaggio che il linguaggio ordinario non riesce a consegnare.

TEMA 4: IL SISTEMA DI PROTEZIONE DELL'INFANZIA COME ANTAGONISTA BUROCRATICO

Una delle linee narrative più dolorose del film riguarda la battaglia legale per la custodia di Katie. Il sistema, dagli assistenti sociali, ai tribunali, e famiglie affidatarie, è rappresentato non come malvagio ma come inadeguato: fatto di persone che fanno il loro lavoro con le migliori intenzioni e che producono lo stesso effetti devastanti. Jake perde la figlia non perché qualcuno voglia fargli del male, ma perché il sistema non ha strumenti per distinguere tra il padre pericoloso ed il padre malato che ama.

Questo tema è di un'attualità bruciante e quasi mai è affrontato con questa sfumatura nel cinema italiano. La burocrazia dell'affido, i servizi sociali, i tribunali dei minori sono sistemi pensati per proteggere i più vulnerabili ma che a volte producono nuove ferite: e sono territori narrativi quasi vergini per il cortometraggio italiano.

Come personalizzarla: un padre od una madre che combatte contro un sistema burocratico non per recuperare un diritto legale, ma per recuperare un rapporto umano che nessuna sentenza può restituire davvero: questa è una storia che si può girare in un corridoio di tribunale, in una sala d'attesa, in un parcheggio fuori da una scuola.

TEMA 5: LA MEMORIA COME IDENTITÀ: COSA RIMANE DI UN PADRE MORTO

La linea temporale di Katie adulta è, in sostanza, un film sul lutto posticipato. Katie non ha mai potuto vivere il lutto di suo padre correttamente: perché lui non era del tutto presente quando era vivo, e perché la sua morte ha lasciato aperte tutte le domande a cui la vita non aveva risposto. Chi era mio padre davvero? Mi amava abbastanza? Sono la persona che sarei stata se lui fosse stato diverso?

Queste domande, che Katie porta oggi nel corpo, nelle relazioni, nei sogni, sono le domande di moltissime persone reali. Ed il film ha il merito raro di non rispondervi con una soluzione narrativa pulita: a lei risponde con un incontro, una lettura, un gesto finale che non risolve tutto ma apre qualcosa.

Come personalizzarla: il lutto irrisolto per un genitore (non necessariamente morto, ma assente, malato, lontano, inadeguato) è uno dei territori emotivi più universali e meno esplorati nel cortometraggio italiano. Una storia che parte dalla scoperta postuma di qualcosa che un genitore ha lasciato come una lettera, un oggetto, un'opera incompiuta... ha tutto il potenziale per diventare un film memorabile.

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* IMMAGINI ARCHETIPICHE DEL FILM ED IL LORO POTENZIALE TRASFORMATIVO

Il bambino che aspetta. Una delle immagini ricorrenti nel film è Katie bambina che aspetta: aspetta che il padre torni, aspetta che stia bene, aspetta che la situazione si stabilizzi. Questa postura, il bambino in attesa, fermo in un luogo mentre il mondo degli adulti si muove intorno a lui in modo incomprensibile, è una delle più potenti del cinema dell'infanzia. Non richiede nulla di speciale: basta una sedia, una finestra, e un bambino che guarda fuori.

Il manoscritto. Il romanzo di Jake, che Katie leggerà da adulta come se leggesse il cuore del padre, è un oggetto narrativo straordinario. Un testo fisico che attraversa il tempo, che porta con sé la voce di chi non c'è più, che dice ciò che la vita non gli ha permesso di dire. Ogni oggetto che attraversa il tempo in un film porta con sé questo potere e non solo i manoscritti, ma le fotografie, i diari, le registrazioni audio, i disegni.

La scena del parco. Nel film ci sono momenti di normalità rubata: padre e figlia in un parco, nel brevissimo tempo in cui la malattia si ritira e Jake è semplicemente un padre con sua figlia. Questi momenti hanno una dolcezza che fa male proprio perché sappiamo che sono precari. La gioia sotto pressione, la felicità che sa di sé stessa, è uno degli strumenti emotivi più potenti del cinema.

Il volto di chi capisce senza parole. Katie adulta, nella sua relazione con lo psicologo con cui lavora, ha momenti in cui qualcuno la guarda e capisce qualcosa di lei che lei non ha ancora nominato. Questo sguardo, di comprensione che arriva prima della parola, è uno degli strumenti più economici e più potenti del cinema. Costa solo un attore capace di ascoltare.

La lettera/il messaggio postumo. Il romanzo che Jake lascia è, in fondo, una lettera a sua figlia. Questo archetipo cioè il messaggio che attraversa la morte per raggiungere chi si ama, è tra i più antichi della narrativa e tra i più efficaci del cinema. Non stanca mai, se è usato con onestà.


* SITUAZIONI CHIAVE DEL FILM E LE LORO VERSIONI LIBERE

La battaglia per la custodia. Due adulti che combattono per un bambino davanti ad un sistema che non li conosce davvero: questa situazione contiene tutto: amore, paura, orgoglio ferito, burocrazia, malinteso, dignità sotto pressione. Nella sua versione libera non deve essere necessariamente una battaglia legale: può essere qualunque situazione in cui due persone rivendicano lo stesso diritto su qualcosa di prezioso e il sistema deve scegliere.

Il figlio che scopre il genitore. Katie adulta che legge il romanzo del padre: è il momento in cui una figlia smette di vedere suo padre come "il mio papà" e comincia a vederlo come una persona intera cioè con un'interiorità, una storia, dei sogni propri che esistevano prima di lei. Questo momento di scoperta ovvero realizzare che un genitore era una persona prima di essere un genitore, è cinematograficamente inesauribile.

L'amore che non funziona perché viene dal passato. Katie adulta si innamora di un uomo sbagliato per le ragioni giuste, o di un uomo giusto nel modo sbagliato. La sua incapacità di ricevere amore sano viene direttamente dalla sua infanzia, ma lei non lo sa consciamente. Mostrare questo meccanismo senza spiegarlo è una delle sfide più alte della sceneggiatura.

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SECONDA PARTE - CINQUE MICRO-IDEE PER CORTOMETRAGGI


Cortometraggio 1 - Titolo: "LE PAROLE CHE HAI LASCIATO"

Logline: Una donna di 35 anni trova tra le cose del padre morto un quaderno di appunti scritti per lei, ed in una sola notte deve decidere se quelle parole la liberano o la condannano a fare i conti con tutto quello che il padre non ha mai detto.

Personaggi principali:

MARTA CONTI - 35 anni, avvocata a Roma, figlia unica. Ha un rapporto con suo padre che si era chiuso in una ferita mai del tutto rimarginata: lui era un uomo di grande intelligenza e scarsa presenza, un professore universitario che dedicava ai suoi studenti la lucidità che a casa diventava distanza. Morto tre mesi fa, Marta non ha ancora pianto davvero.

ROBERTO CONTI - il padre, presente solo attraverso la voce registrata e gli scritti. Ma è il personaggio più presente del film.

ELENA - 62 anni, madre di Marta, che ha vissuto quarant'anni accanto a Roberto sapendo esattamente chi era e scegliendo di amarlo lo stesso. Non è una vittima ma è una donna che ha fatto una scelta consapevole e che porta quella scelta con serena chiarezza.

GIORGIO - 38 anni, il compagno di Marta. Ama Marta genuinamente e capisce poco di lei. Questa notte, forse, comincerà a capire.

La storia: Marta sta svuotando il box dello studio del padre, l'unico spazio che la madre le ha chiesto di gestire lei, perché "tu sai cosa c'è lì, io non voglio sapere". Tra i libri accatastati, le riviste accademiche, le minute di articoli mai pubblicati, trova un quaderno con la sua grafia sulla copertina: Per Marta, quando sarà il momento.

Il quaderno non è un diario. Non è una lettera. È una raccolta di appunti scritti nel corso di anni: osservazioni su di lei, ricordi di momenti precisi, riflessioni che Roberto non aveva mai detto ad alta voce. Non è un documento sentimentale né una resa dei conti: è qualcosa di più strano e più prezioso. È il tentativo di un uomo di lingua inadeguata di trovare un formato per esprimere quello che sentiva.

Marta porta il quaderno a casa. Giorgio è sveglio, ma lei non gli dice cosa ha trovato. Va in cucina, si fa un caffè, apre il quaderno.

Il film si struttura come una lettura: Marta che legge, e la voce del padre che si sovrappone come voiceover, ed i frammenti di memoria che entrano come immagini brevi, quasi fotogrammi. Non flashback classici: più simili a polaroid che vengono a fuoco lentamente.

A un certo punto Marta chiama la madre. Elena risponde al primo squillo, come se stesse aspettando. "Hai trovato il quaderno," dice. Non è una domanda. Marta chiede: "Lo sapevi?" Elena risponde: "Sì." Silenzio. "Perché non me lo hai dato tu?" "Perché dovevi trovarlo tu. Lui lo sapeva."

Verso le tre di notte Giorgio si sveglia e trova Marta in cucina con il quaderno. Non chiede. Si siede di fronte a lei. Marta gli legge tre frasi: solo tre, quelle che ha scelto. Poi chiude il quaderno.

"Stava bene?" chiede Giorgio, indicando il padre.

"No," risponde Marta. "Ma mi vedeva."

La scena finale: Marta rimette il quaderno nella borsa. Non lo ha finito di leggere, gliene rimangono una ventina di pagine. Decide di finirlo domani. Per la prima volta da mesi, sa già cosa farà domani mattina. C'è qualcosa che l'aspetta. Questa consapevolezza - piccola, concreta, reale - è il finale del film.

Genere: Dramma intimo, film di personaggio.

Temi: Il lutto come processo di scoperta. La comunicazione mancata tra genitori e figli. L'amore che non trova la forma giusta. Il perdono come atto solitario che non richiede l'altro.

Finale alternativo: Nelle ultime pagine del quaderno, Marta trova una busta chiusa con il suo nome. Dentro, una chiave. Nessuna spiegazione. Marta la guarda a lungo. Poi la mostra a Giorgio. "Sai cos'è?" Lui scuote la testa. Marta chiama la madre solo tre squilli, poi la segreteria. Lascia un messaggio: "Mamma, nel quaderno c'era una chiave. Non so di cosa. Chiamami." Pausa. "E grazie." Riattacca. Guarda la chiave nel palmo della mano. Il film finisce qui, con una domanda aperta, con una porta da qualche parte che attende di essere aperta, con Marta che per la prima volta non ha paura di non sapere cosa c'è dall'altra parte.

* NOTA BENE: Questa storia è stata ampliata e diventerà presto un Cortometraggio.

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Cortometraggio 2 - Titolo: "OGNI DOMENICA"

Logline: Un padre separato con una forma lieve di disturbo bipolare ha sei ore di contatto ogni domenica con sua figlia di otto anni, ed in queste sei ore deve essere tutto quello che non riesce ad essere il resto della settimana.

Personaggi principali:

DANIELE RUSSO - 41 anni, grafico freelance, Roma nord. È un uomo che funziona, per la maggior parte del tempo: lavora, paga l'affitto, ha amici. Ma ha fasi di ritiro che la sua ex moglie non è mai riuscita ad accettare, e che il tribunale ha annotato nel fascicolo della separazione come "instabilità emotiva intermittente". Daniele ama sua figlia con una precisione ed una profondità che lo spaventano perché sa quanto dipende da lui, e sa quanto è fragile.

SOFIA - 8 anni, figlia di Daniele e Chiara. È una bambina intelligentissima con una sensibilità barometrica nei confronti degli adulti: sente tutto, capta tutto, elabora in silenzio. Non fa domande difficili ad alta voce. Le fa con gli occhi.

CHIARA - 38 anni, ex moglie di Daniele, madre di Sofia. Non è la cattiva della storia, è solo una donna stanca che ha dovuto fare tutto da sola per anni e che adesso protegge sua figlia nel solo modo che conosce: il controllo. Il suo rapporto con Daniele è civile in superficie e pieno di dolore non elaborato sotto.

MARCO - 44 anni, fratello di Daniele. Entra nel film in un momento preciso ed è la voce che dice a Daniele quello che nessun altro riesce a dirgli.

La storia: La domenica di Daniele e Sofia comincia sempre nello stesso modo: lui la prende alle nove, lei ha già fatto colazione ma Daniele le fa lo stesso il suo pancake con la marmellata di albicocche perché "è la tradizione", lei ride e lo mangia lo stesso.

Questa domenica è diversa. Daniele ha avuto una settimana difficile: un progetto saltato, una notte quasi insonne, la sensazione familiare di qualcosa che si ritira dentro di lui. Non è una crisi, sa riconoscere le crisi vere, e questa non lo è. È solo la versione grigia di sé stesso, quella che cerca di nascondere a tutti e che con Sofia non riesce mai del tutto a nascondere.

Sofia lo sente. Non dice niente ma sceglie le attività del giorno in modo diverso dal solito: invece di chiedere il parco od il cinema, chiede di stare a casa, di disegnare insieme, di fare quello che vuole fare papà. È un atto di cura che Daniele riconosce e che lo fa stare peggio e meglio insieme.

Nel pomeriggio arriva Marco, inaspettatamente. Sofia dorme sul divano. I due fratelli parlano in cucina a voce bassa, è una conversazione che è in realtà molte conversazioni vecchie che trovano finalmente uno spazio. Marco dice a Daniele qualcosa che nessuno gli ha mai detto così direttamente: "Il problema non sei tu quando stai male. Il problema è che non chiedi aiuto quando stai male. E Sofia lo impara da te."

Daniele non risponde subito. Poi dice: "Lei sta bene."

Marco: "Lo so. Ma domani stai meglio tu, o stai uguale?"

Silenzio. È la domanda giusta.

Quando Sofia si sveglia, Daniele le dice che ha chiamato la mamma per chiederle se può fermarsi a dormire da lui questa sera ma una cosa che non ha mai chiesto, perché fuori dal suo giorno stabilito non chiede mai nulla. Chiara dice di sì, con una sorpresa nella voce che Daniele sente chiaramente.

La scena finale: Sofia e Daniele sul balcone, lei sul suo grembo, guardano le luci di Roma che si accendono mentre fa buio. Sofia chiede: "Papà, quando sei triste, pensi a me?" Daniele risponde: "Sempre." Sofia: "Anch'io, quando sono triste, penso a te." Pausa. "Funziona?" Daniele: "Sì. Funziona."

Genere: Dramma familiare, film di relazione.

Temi: La paternità come atto continuo di volontà. La malattia mentale lieve come invisibile e reale. Il figlio che cura il genitore senza saperlo. La comunicazione come atto di coraggio tra adulti.

Finale alternativo: Chiara viene a riprendere Sofia la sera. Mentre Sofia prende le sue cose, Chiara rimane sulla porta con Daniele. Un silenzio lungo. Poi Chiara dice, senza guardarlo: "Oggi stava bene. L'ho sentita al telefono a pranzo." Daniele annuisce. Poi Chiara aggiunge, sempre senza guardarlo: "Anche tu sembri stare meglio." Arriva Sofia di corsa con la borsa. La conversazione finisce prima di finire. Sulla soglia, mentre Chiara e Sofia scendono le scale, Sofia si gira e fa ciao con la mano. Daniele fa ciao anche lui. La porta si chiude. Daniele rimane fermo un momento, poi torna in cucina. Sul tavolo c'è un disegno che Sofia ha lasciato: lui e lei sul balcone, con le stelle sopra, e sotto, con la sua grafia da bambina: "papà e io guardamo roma". L'errore ortografico è il dettaglio che spacca tutto.

 

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Cortometraggio 3 -Titolo: "TUTTO QUELLO CHE NON SO DI TE"

Logline: Una psicologa dell'infanzia che lavora con minori in affido scopre che il bambino più chiuso tra i suoi pazienti le ricorda esattamente chi era lei a sette anni, e deve scegliere tra il distacco professionale e la verità che potrebbe aiutarlo davvero.

Personaggi principali:

FRANCESCA MARINO - 39 anni, psicologa specializzata in trauma infantile, lavora per una cooperativa sociale a Roma. Ha una vita professionale solida ed una vita privata ordinata. Non ha figli per scelta o per paura, non ha ancora deciso quale delle due sia la verità.

LEO - 7 anni, in affido temporaneo da quattro mesi dopo una situazione familiare difficile. Non parla quasi mai durante le sessioni. Disegna. I suoi disegni sono tecnicamente molto avanzati per la sua età e emotivamente ermetici: case senza porte, figure senza volti, paesaggi senza cielo.

ANNA - 55 anni, supervisore di Francesca, donna di grande esperienza e grande lucidità. Il suo ruolo nel film è quello di specchio professionale infatti dice a Francesca le cose che Francesca sa già ma non vuole ammettere.

GIANNI - 42 anni, compagno di Francesca. Non lavora nel settore, fa l'ingegnere, è una persona concreta e affettuosa che spesso non sa come entrare nel mondo di Francesca. Questa storia glielo mostrerà.

La storia: Leo viene da Francesca ogni martedì. Non parla, o meglio, risponde a domande dirette con risposte minime e corrette, come se avesse imparato che rispondere è il modo più veloce per non essere interrogati oltre. Ma disegna costantemente, ed i suoi disegni raccontano una storia che le parole non dicono.

Un martedì, Leo disegna qualcosa di nuovo: una figura di bambino di fronte ad una porta chiusa, con una donna dall'altro lato che non si vede. Il bambino ha in mano qualcosa di piccolo, è impossibile capire cosa sia. Francesca chiede, con la calma professionale che ha costruito in anni di lavoro: "Chi è la persona dall'altra parte della porta?" Leo risponde senza alzare gli occhi dal foglio: "La mamma." Pausa. "O qualcuno che sembra la mamma."

Quella sera Francesca non riesce a lavorare. Tira fuori da un cassetto una cartella che non apre da anni: sono le fotografie della sua infanzia. C'è una fotografia di lei a sette anni, seduta su un gradino, con un'espressione che riconosce immediatamente. È l'espressione di Leo quando aspetta che la sessione finisca.

Il giorno dopo va da Anna. Le racconta del disegno, dell'espressione, della cartella. Anna l'ascolta senza interromperla. Poi dice: "Cosa vorresti fare?" Francesca: "Dirgli che lo capisco." Anna: "In quanto psicologa o in quanto persona?" Silenzio. "Non sono la stessa cosa?" Anna: "No. E tu lo sai."

Il martedì successivo, Francesca fa qualcosa che non ha mai fatto in anni di lavoro: porta in sessione una fotografia sua da bambina. La mette sul tavolo tra lei e Leo, senza spiegare, senza introdurla. Leo la guarda a lungo. Poi chiede: "Sei tu?" Francesca: "Sì. Avevo la tua età." Leo guarda la fotografia ancora. "Eri triste?" Francesca, dopo una pausa: "Stavo aspettando." Leo annuisce come se capisse esattamente cosa significa.

Poi Leo prende un foglio e comincia a disegnare. Per la prima volta, il disegno ha un cielo. Ha nuvole ed un sole piccolo nell'angolo in alto a destra. La casa ha una porta aperta. Non dice niente, ma quando finisce, spinge il foglio verso Francesca. "È per te."

Genere: Dramma psicologico, film di relazione.

Temi: Il transfert come specchio. Il trauma dell'infanzia che riaffiora nell'adulto. I confini professionali ed il loro costo umano. Il linguaggio del disegno come comunicazione alternativa. La guarigione come atto reciproco e inaspettato.

Finale alternativo: Anna, dopo la sessione in cui Francesca ha usato la fotografia, la convoca per una conversazione formale. Le dice che quello che ha fatto come portare un elemento personale in sessione, è una violazione del protocollo. Francesca lo sa. Si aspetta la censura. Ma Anna dice qualcosa di diverso: "Ho letto il report della settimana. Leo ha parlato per ventidue minuti consecutivi per la prima volta da quando è in carico." Silenzio. "Non ti sto dicendo che hai fatto bene. Ti sto dicendo che ha funzionato. E che queste due cose non sono la stessa cosa, e che dovrai conviverci." Francesca esce dall'ufficio di Anna. Nel corridoio, passa davanti alla sala d'aspetto: Leo è lì con la famiglia affidataria, aspetta la sessione della settimana dopo. Quando vede Francesca, le fa un cenno con la testa, un segno piccolo, quasi invisibile. Francesca glielo restituisce. Poi passa oltre.

 

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Cortometraggio 4 - Titolo: "L'UOMO CHE SCRIVEVA DI NOTTE"

Logline: Una donna di 50 anni, sistemando l'appartamento del padre anziano ricoverato in una struttura, trova decine di racconti brevi scritti a mano nell'arco di trent'anni: tutti con la stessa protagonista: una bambina che somiglia esattamente a lei.

Personaggi principali:

LAURA GENTILE - 50 anni, professoressa di storia alle scuole superiori, a Roma. Ha avuto con suo padre un rapporto cordiale e distante perchè lui era un uomo riservato, di poche parole, che non aveva mai mostrato un'interiorità particolare. O così credeva Laura. È divorziata, ha un figlio di 22 anni che studia fuori Roma. Questa scoperta le arriva in un momento di plateau emotivo, non di crisi, ma di quella stanchezza piatta che è forse più difficile da abitare.

ALBERTO GENTILE - 79 anni, padre di Laura, ex impiegato postale. In una struttura per anziani da tre mesi dopo un ictus lieve. Ha difficoltà a parlare ma capisce tutto. Il suo sguardo è quello di chi ha detto molte cose in vita sua senza usare le parole.

ROBERTO - 28 anni, figlio di Laura, che torna a Roma per il weekend proprio mentre la madre fa questa scoperta. Diventa il testimone involontario di qualcosa che cambia sua madre sotto i suoi occhi.

SIGNORA FERRINI - 75 anni, vicina di casa di Alberto da trent'anni. Sa dei racconti. Sa molto più di quanto dica.

La storia: Laura sta svuotando l'appartamento del padre per ridurre i costi di gestione. Il lavoro è meccanico, malinconico, necessario, è il tipo di compito che si fa con le mani mentre la testa è altrove. Nell'ultimo armadio, in alto, trova una scatola da scarpe chiusa con un elastico. Dentro: quaderni. Sedici quaderni a quadretti, scritti fitti fitti, con la grafia minuta e precisa del padre.

Non sono diari. Sono racconti. Storie brevi, di due-tre pagine ciascuna, tutte con la stessa bambina protagonista, una bambina di nome Luce, che ha i capelli di Laura e le paure di Laura e la casa dove Laura è cresciuta. Alberto ha scritto di sua figlia per trent'anni, di nascosto, di notte... e non gliel'ha mai detto.

Laura non riesce a smettere di leggere. Chiama Roberto, che arriva la sera. Mentre lui prepara qualcosa in cucina, Laura legge ad alta voce uno dei racconti, uno in cui Luce ha otto anni ed ha paura del buio ed il padre inventa una storia sulle stelle per aiutarla ad addormentarsi. Laura ricorda quella notte. Ricorda la storia delle stelle. Non sapeva che lui l'avesse scritta.

Roberto, dalla cucina, ascolta senza interrompere. Poi entra in salotto e si siede di fronte a sua madre. "Non lo sapevi?" Laura: "No." Roberto: "Come ti senti?" Lunga pausa. "Come se avessi vissuto trent'anni in una stanza e non avessi mai guardato la finestra."

La mattina dopo, Laura va alla struttura con un quaderno in mano, uno, non tutti, uno solo, quello con la storia delle stelle. Lo porta ad Alberto. Si siede accanto a lui. Legge ad alta voce il racconto, come se fosse la prima volta che lo sentisse. Alberto non dice niente, non può dire molto, dopo l'ictus. Ma mentre Laura legge, lui tiene gli occhi chiusi ed ha sul viso qualcosa che Laura non aveva mai visto prima: sollievo.

Alla fine del racconto, Laura rimane in silenzio un momento. Poi dice: "Perché non me li hai mai dati?" Alberto la guarda. Con grandissima fatica, con la voce che l'ictus ha reso lenta e pesante, dice tre parole: "Erano già tuoi."

Genere: Dramma familiare, film della scoperta.

Temi: La comunicazione impossibile tra generazioni che si amano in modo parallelo. La scrittura come atto d'amore segreto. Il perdono che arriva senza essere cercato. La vecchiaia come momento di verità.

Finale alternativo: Quando Laura torna a casa con i sedici quaderni, chiama la signora Ferrini per ringraziarla di aver tenuto d'occhio l'appartamento. Durante la conversazione, la signora le dice qualcosa di inaspettato: "Suo padre mi leggeva i racconti, a volte. La sera, quando non riusciva a dormire, bussava alla mia porta." Una pausa. "Gli chiedevo sempre: ma perché non li dai a Laura? E lui rispondeva sempre la stessa cosa." Laura aspetta la spiegazione. La signora Ferrini continua: "Diceva: 'Perché se li legge adesso, pensa che le stia chiedendo qualcosa. E io non le sto chiedendo niente. Le sto solo dando quello che è suo.'" Laura rimane in silenzio. Poi la signora aggiunge, con una semplicità che fa male: "Era un uomo molto solo, suo padre. Ma era anche molto preciso su quello che voleva."

 

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Cortometraggio 5 - Titolo: "COME SI CADE BENE"

Logline: Una donna di 32 anni che sabota sistematicamente ogni relazione sana, si ritrova per caso a occuparsi per un pomeriggio della figlia di sei anni di un collega, e quella bambina, senza saperlo, le fa le domande giuste.

Personaggi principali:

IRENE COSTA - 32 anni, art director in un'agenzia creativa di Roma. Bella, ironica, indipendente in modo che somiglia molto alla fuga. Ha appena lasciato per la terza volta in quattro anni un uomo che la amava bene e che non riusciva a ricevere. Non analizza il problema, semplicemente lo fa, poi se ne stupisce, e poi ricomincia.

EMMA - 6 anni, figlia di un collega di Irene. Curiosa, diretta, con la logica impeccabile dei bambini che non hanno ancora imparato a filtrare le domande. Non è un personaggio simbolico, è semplicemente una bambina reale, e questo la rende devastante.

LUCA - 35 anni, collega di Irene, padre di Emma. È lui che in emergenza chiede a Irene di tenere Emma per un pomeriggio: la' ppuntamento della baby sitter è saltato, la ex moglie è fuori città, la riunione non si può rimandare. Irene dice di sì prima di pensarci.

SARA - 34 anni, migliore amica di Irene. Compare in una sola scena, al telefono, ma è la scena più onesta del film.

La storia: Irene non ha mai avuto molto a che fare con i bambini, non per avversione, ma per distanza. Emma arriva in ufficio con uno zaino rosa ed un'aria di totale padronanza della situazione. Irene è visibilmente a disagio. Emma la osserva. "Hai paura di me?" chiede. Irene: "No." Emma: "Sembri spaventata." Irene: "Sono solo sorpresa." Emma, dopo un momento di riflessione: "Va bene lo stesso."

Il pomeriggio si struttura come una serie di situazioni in cui Emma, con la sua logica bambina, entra accidentalmente in territori che Irene tiene normalmente chiusi. Vedono dalla finestra due innamorati che litigano in strada ed Emma chiede: "Perché litigano se si vogliono bene?" Irene risponde: "A volte è difficile stare con le persone che ami." Emma: "Perché?" Irene non risponde subito. Emma, impaziente: "Non lo sai?" Irene: "No."

Poi Emma trova sul telefono di Irene, che le ha dato per giocare, le fotografie di un uomo. "Chi è?" Irene: "Un amico." Emma: "Ti guarda in modo strano." Irene: "In che modo?" Emma: "Come quando mia mamma guardava papà prima di andarsene. Ma al contrario." Irene la guarda. "Al contrario come?" Emma: "Come se non volesse andarsene ma stesse andando via lo stesso."

Irene va in bagno, chiude la porta, chiama Sara. "Sto facendo la stessa cosa, vero?" Sara: "Sì." "Da quanto lo sai?" "Da sempre." Pausa. "Perché non me l'hai detto?" Sara: "Te l'ho detto quattro volte. Non eri pronta a sentirlo."

Quando Irene torna in salotto, Emma sta disegnando. Ha disegnato Irene, è riconoscibile, con i capelli lunghi e l'espressione seria, è di fronte a una porta. La porta è aperta. Emma spiega senza essere chiesta: "Ho messo la porta aperta perché mi sembrava più gentile." Irene guarda il disegno. "Gentile verso chi?" Emma: "Verso te."

Luca torna a prendere Emma. Irene, sulla soglia, prima di salutarla, dice a Emma: "Grazie." Emma: "Di cosa?" Irene: "Di essere stata onesta." Emma la guarda seria, come se stesse valutando la risposta. Poi: "È facile essere onesti con le persone che ci tengono." Poi scende le scale con il padre.

Irene chiude la porta. Prende il telefono. Apre la chat con l'uomo delle fotografie: quella chat che aveva silenziato tre giorni fa. Guarda il cursore. Il film finisce qui, prima che lei scriva qualcosa. Ma la sua postura è diversa da quella dell'inizio. La porta è aperta.

Genere: Commedia drammatica, film di personaggio.

Temi: I pattern emotivi dell'infanzia che si ripetono nell'adulto. La verità detta dai bambini perché non hanno ancora imparato a non dirla. Il coraggio di ricevere amore. La soglia tra la consapevolezza e il cambiamento.

Finale alternativo: Irene apre la chat, scrive un messaggio, poi lo cancella. Lo riscrive. Lo cancella di nuovo. Poi chiude il telefono. Va alla finestra. I due innamorati che litigavano prima non ci sono più. Al loro posto, sul marciapiede, c'è solo il segno di gesso che Emma aveva fatto nel pomeriggio durante una passeggiata: un sole grande con i raggi a spirale, come li disegnano i bambini, come li disegna sempre Emma. Irene guarda il sole di gesso. Poi prende le chiavi, scende in strada, e si ferma sopra il disegno, esattamente al centro. Guarda su, verso il cielo di Roma, è sera, guarda i palazzi. Poi guarda giù, i piedi sul sole di gesso. Non fa niente. Ma sta ferma lì, nel centro del sole disegnato da una bambina di sei anni che non sapeva quello che stava facendo... e forse sì. Il film finisce su questa immagine: una donna di trentadue anni in piedi su un sole di gesso su un marciapiede romano, e la luce che se ne va piano.

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* NOTA FINALE DELLO SCENEGGIATORE

Padri e Figlie è, alla sua radice, un film sulla trasmissione invisibile. Su come i padri e le madri, e le famiglie, e le assenze non finiscono mai davvero: continuano a vivere nelle scelte, nelle paure, nei modi di amare e di smettere di amare dei loro figli.

Questi cinque cortometraggi provano a raccogliere quella trasmissione ed a mostrarla in luoghi e con persone diverse: un corridoio di ospedale, un appartamento da svuotare, uno studio di psicologia, un balcone romano a sera. Nessuno di questi film richiede effetti speciali, location esotiche o budget importanti. Richiedono attori capaci di stare in silenzio, una macchina da presa disposta ad aspettare, e sceneggiatori che abbiano il coraggio di non spiegare quello che lo spettatore è perfettamente in grado di sentire da solo.

Muccino diceva che voleva fare un film sull'amore imperfetto, sull'amore che c'è davvero, non sull'amore come dovrebbe essere.
Prendete questa idea e mettetela in una stanza qualunque di Roma. Basta quello.
È abbastanza per fare cinema vero.

* ATTENZIONE: Le idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.