Le Nuove Star del cinema saranno create dall'Intelligenza Artificiale?
Una domanda che Hollywood preferisce non fare ad alta voce
C'è una domanda che circola sottovoce nei corridoi degli studios di Los Angeles, nei festival del cinema europeo, nelle scuole di recitazione di New York e di Roma, e che nessuno sembra ancora voler affrontare con la franchezza che meriterebbe: l'intelligenza artificiale sostituirà gli attori in carne e ossa? E soprattutto, domanda ancora più inquietante, sarà l'AI a creare le nuove star del cinema del futuro? Non star nel senso metaforico di "protagonisti generati al computer", ma star nel senso pieno e culturale del termine: volti che il pubblico ama, segue, proietta, desidera, imita. Icone. Miti moderni. È possibile che tutto questo possa nascere da un algoritmo?
Per rispondere seriamente bisogna partire da dove siamo oggi, capire dove stiamo andando e soprattutto chiedersi cosa rende una star cinematografica qualcosa di irriducibile alla tecnica o se invece, anche questo, è riducibile.
Dove siamo oggi: il presente dell'AI nel cinema
L'intelligenza artificiale non è più fantascienza applicata al cinema: è già dentro il cinema, da anni, in modi che il grande pubblico spesso non percepisce consciamente. Gli effetti visivi generati con strumenti di machine learning sono presenti in quasi ogni produzione di medio-alto budget. Il de-aging digitale ovvero quella tecnica che permette di mostrare un attore come appariva vent'anni prima, è ormai uno strumento comune: lo abbiamo visto su Robert De Niro in The Irishman di Scorsese, su Samuel L. Jackson nei film Marvel, su Harrison Ford nell'ultimo Indiana Jones, dove l'AI ha ricostruito il suo viso degli anni '80 con una fedeltà che qualche anno prima sarebbe stata impossibile.
Ma il salto qualitativo più significativo è avvenuto nel 2023, quando è emerso con chiarezza che l'AI era ormai in grado non solo di manipolare il volto di un attore esistente, ma di generarne uno completamente nuovo, sintetico, inesistente nella realtà biologica, capace di esprimere emozioni, di muoversi in modo naturale, di essere doppiato in qualsiasi lingua con lip-sync perfetto. Aziende come Metaphysic, Soul Machines e Synthesia hanno dimostrato che i confini tra il reale e il generato stanno diventando, per lo spettatore medio, praticamente invisibili.
Lo sciopero degli attori di Hollywood nel 2023 (il più lungo e combattuto degli ultimi decenni) è esploso proprio su questo tema. La Screen Actors Guild ha fermato l'intera industria per mesi perché gli studios chiedevano il diritto di scansionare il corpo e il volto degli attori una sola volta, pagandoli una volta sola, per poi poterli usare digitalmente all'infinito, in qualsiasi produzione futura, senza più alcun compenso. Era la dichiarazione implicita che il corpo dell'attore, nella visione delle grandi corporations, stava diventando una materia prima da acquisire e poi replicare industrialmente. La risposta degli attori, e della storia, è stata un no compatto e durissimo. Ma il fatto che quella richiesta sia stata avanzata apertamente dice tutto su dove stanno andando le intenzioni dell'industria.
Il deepfake come strumento narrativo: possibilità e pericoli
Prima di parlare di star create dall'AI, bisogna fare i conti con una tecnologia che è già qui e che sta cambiando le regole del gioco: il deepfake. Originariamente nato come strumento di manipolazione malevola, il deepfake ha trovato applicazioni cinematografiche sempre più sofisticate. Il caso più clamoroso e dibattuto è stato quello di Rogue One: A Star Wars Story (2016), dove il volto dell'attrice britannica Peter Cushing (morta nel 1994) è stato ricreato digitalmente per farlo apparire nel film nei panni del Governatore Tarkin, un personaggio che aveva interpretato nel 1977. La famiglia di Cushing aveva dato il permesso, la Disney aveva pagato i diritti, ma l'effetto sul pubblico fu straniante: molti spettatori riferirono una sensazione di disagio difficile da definire, qualcosa che gli studiosi di grafica chiamano "uncanny valley", la valle perturbante in cui una rappresentazione quasi-umana ma non del tutto umana produce un senso di repulsione subconscia.
Quel disagio è importante. Ci dice qualcosa di fondamentale sulla natura del rapporto tra spettatore e attore, e ci aiuta a capire perché la domanda sulla creazione di star artificiali non ha una risposta semplice.
Nel 2019, il documentario Welcome to Chechnya ha usato il deepfake in modo eticamente commendevole: per proteggere l'identità di attivisti LGBT in pericolo di vita in Cecenia, i loro volti sono stati sostituiti digitalmente con quelli di attori volontari, preservando l'autenticità del racconto senza esporre nessuno a rischi reali. È l'esempio di come la stessa tecnologia possa essere strumento di oppressione o di protezione, a seconda di chi la usa e con quale intenzione.
La prima star cinematografica generata dall'AI: stiamo già assistendo all'alba?
Nel 2023 ha fatto notizia mondiale la figura di Aitana López, una modella virtuale generata interamente dall'AI da un'agenzia spagnola, che in pochi mesi ha accumulato centinaia di migliaia di follower su Instagram, ha stretto contratti pubblicitari con brand reali e ha guadagnato cifre considerevoli. Non è un'attrice, non recita in film, ma la sua esistenza pone la domanda in modo brutalmente concreto: se il pubblico segue, ama e interagisce emotivamente con un'entità che non esiste, qual è la differenza - dal punto di vista dell'industria - tra lei e una star del cinema?
Nel campo cinematografico vero e proprio, il progetto più ambizioso e controverso è stato quello di "Here" (2024), il film di Robert Zemeckis con Tom Hanks e Robin Wright, dove l'AI è stata usata per de-agare i due attori mostrando la loro storia d'amore dall'adolescenza alla vecchiaia. Ma il caso che ha aperto una discussione ancora più profonda riguarda la possibilità - già tecnicamente realizzabile - di costruire un film intero con attori completamente sintetici, con una storia generata da AI, con una colonna sonora composta da AI. Un film senza nessun essere umano creativo dietro la macchina da presa. Esistenza pura. Cinema come prodotto industriale totale.
Cosa rende una star una star: la domanda che l'AI non sa ancora rispondere
Per capire se l'AI potrà davvero creare nuove star cinematografiche, bisogna chiedersi cosa ha reso "star" i grandi attori della storia del cinema. E la risposta è sorprendentemente difficile da ridurre a parametri tecnici.
Marlon Brando era una star perché portava sullo schermo qualcosa di selvaggio ed incontrollabile, una presenza fisica e psicologica che sembrava sempre sul punto di esplodere i confini della scena.
Marilyn Monroe era una star non semplicemente per la sua bellezza - che l'AI potrebbe replicare facilmente - ma per quella combinazione unica di vulnerabilità e sensualità, di ironia e malinconia, che faceva sì che ogni spettatore avesse la sensazione irrazionale e potente che lei stesse parlando direttamente a lui.
Anna Magnani era una star perché il suo dolore era vero, riconoscibile, universale: urlava con una voce che sembrava venire dall'interno della terra.
Marcello Mastroianni era una star perché la sua eleganza malinconica ed il suo sorriso ironico raccontavano un'intera cultura, un modo di stare al mondo tutto italiano.
Tutte queste cose dalla vulnerabilità autentica, al carisma fisico irripetibile, la presenza scenica che nasce dall'esperienza vissuta, dalla sofferenza attraversata, dal corpo che porta i segni del tempo, tutte sono caratteristiche che nascono dall'essere umani. Nascono dall'avere paura, dall'aver amato e perso, dall'aver attraversato momenti di buio. Un'AI può simulare l'aspetto esteriore di tutto questo. Ma può generare l'autenticità che lo spettatore percepisce, spesso inconsciamente, ed a cui risponde emotivamente?
La risposta onesta, oggi, è: non ancora. Forse mai, nel senso più profondo. Ma "forse mai" nel cinema significa pochissimo, perché il cinema è l'arte che più di tutte ha sempre trasformato il limite tecnico in nuova possibilità estetica.
Il problema dell'identificazione emotiva
C'è un meccanismo psicologico preciso che governa il rapporto tra spettatore e star cinematografica: l'identificazione. Lo spettatore si immedesima nel personaggio attraverso l'attore, e si immedesima nell'attore attraverso la sua umanità percepita cioè la consapevolezza, anche inconscia, che quella persona ha vissuto, ha sofferto, ha sbagliato. Il divismo cinematografico tradizionale funzionava su questo doppio piano: la star era al tempo stesso irraggiungibile nella sua perfezione estetica e profondamente umana nella sua fragilità privata. Le crisi di James Dean, la dipendenza di Judy Garland, i matrimoni tempestosi di Elizabeth Taylor erano parte integrante della loro mitologia, perché umanizzavano l'icona e rendevano possibile l'identificazione.
Un'entità generata dall'AI non ha una vita privata vera. Può averne una simulata, costruita artificialmente per produrre engagement, ed è esattamente quello che stanno già facendo le agenzie di influencer virtuali, costruendo biografie fittizie, storie sentimentali inventate, drammi personali calcolati per massimizzare la risposta emotiva del pubblico. Ed una parte del pubblico risponde. Questo è il dato che disturba di più: non che l'AI possa ingannare il pubblico, ma che una parte del pubblico sia disposta sia consapevolmente che no, a concedere la propria risposta emotiva a qualcosa che sa essere artificiale.
Gli scenari futuri: tre possibili direzioni
Guardando avanti, si possono immaginare almeno tre scenari diversi per il rapporto tra AI e star cinematografiche.
Il primo scenario è quello della coesistenza pacifica e complementare: l'AI viene usata per amplificare le capacità degli attori reali come de-aging, stunt digitali, doppiaggio in lingue multiple con la voce originale dell'attore ma senza sostituirli. Le star rimangono umane, ma l'AI è uno strumento al loro servizio, come lo è stato il Technicolor o il Dolby Surround. In questo scenario, le star del futuro sono ancora esseri umani, forse anche più potenti perché liberati dai limiti fisici del corpo reale.
Il secondo scenario è quello della biforcazione del mercato: da un lato un cinema d'autore, di festival, profondamente umano, che valorizza la presenza fisica dell'attore e la regia come espressione di una visione personale; dall'altro un cinema di intrattenimento di massa, industriale, in cui i personaggi sono costruiti dall'AI sulla base di algoritmi che analizzano le preferenze del pubblico e generano il volto, la voce, la personalità ideale per massimizzare l'incasso. Un cinema dove non si scelgono gli attori, ma si calcolano. Questo scenario è il più inquietante, ed è anche il più probabile nel breve termine, perché risponde a una logica economica ferrea: eliminare il costo degli attori che nei grandi blockbuster può arrivare a decine di milioni di dollari, per abbatterebbe radicalmente i budget produttivi.
Il terzo scenario è quello della rivoluzione estetica: l'AI non sostituisce gli attori ma crea un nuovo linguaggio cinematografico completamente diverso da quello attuale, qualcosa che non assomiglia né al cinema dal vero né all'animazione tradizionale, una terza forma espressiva con le sue regole, la sua grammatica, il suo pubblico. In questo scenario nascono nuovi tipi di star: non attori nel senso tradizionale, ma qualcosa di ibrido, creatori-performer che collaborano con l'AI per costruire personaggi che esistono solo nel digitale ma che generano un coinvolgimento emotivo reale.
Il cortometraggio come laboratorio di questa rivoluzione
È interessante notare che, come spesso accade nelle rivoluzioni cinematografiche, il cortometraggio sta già fungendo da laboratorio sperimentale per tutte queste questioni. Numerosi corti realizzati interamente o parzialmente con AI sono stati presentati in festival importanti negli ultimi anni. Nel 2023, il corto "The Frost" generato con Runway ML ed altri strumenti AI ha mostrato che è possibile costruire una narrativa visivamente coerente ed emotivamente suggestiva senza attori reali. Non era il cinema di Bergman, ma funzionava. Raccontava qualcosa. E questo basta, a certe condizioni, per aprire una porta.
Il regista Paul Trillo ha realizzato una serie di cortometraggi sperimentali usando strumenti di AI generativa che mettono in discussione le categorie stesse di attore, personaggio e realtà cinematografica. Questi lavori non sono ancora cinema nel senso pieno del termine, ma sono qualcosa: sono esplorazioni di un linguaggio che sta cercando se stesso.
Una riflessione finale: il cinema è l'arte del corpo
Al fondo di tutta questa discussione c'è una questione filosofica che il cinema, forse più di qualsiasi altra arte, porta con sé dalla sua nascita: il cinema è l'arte del corpo umano. Lumière riprendeva operai che uscivano da una fabbrica. Griffith costruiva l'emozione sul primo piano di un volto. Eisenstein montava corpi in movimento per creare significato politico. Dreyer illuminava il volto di Falconetti fino a farlo diventare il volto di tutta l'umanità sofferente. Rossellini inquadrava Anna Magnani che correva per strada con la disperazione più vera che il cinema abbia mai visto. Fellini usava il corpo dei suoi attori come metafora di un intero mondo che spariva.
Tutta questa storia, tutta questa potenza viene dal fatto che la macchina da presa riprende esseri umani veri, con la loro fragilità vera, la loro mortalità vera, la loro irripetibile presenza nel tempo. Quando Humphrey Bogart guarda Lauren Bacall in To Have and Have Not (Acque del sud, del 1944) c'è qualcosa in quello sguardo che nessun algoritmo potrà mai generare, perché quello sguardo è il prodotto di due esseri umani reali in un momento reale, con tutta la storia che ognuno di loro portava dentro.
Le nuove star del cinema create dall'AI saranno tecnicamente perfette, statisticamente ottimali, commercialmente calcolate. Potranno avere i volti più belli che un algoritmo riesce a immaginare, le voci più avvolgenti, le storie più accattivanti. Ma avranno quella cosa lì? Avranno quello sguardo? Potranno far piangere qualcuno alle tre di notte davanti ad uno schermo con la consapevolezza che quello che stanno vedendo è umano, vero, fragile come loro?
Non lo sappiamo ancora. E forse è proprio in quella domanda senza risposta che sopravvive, per ora, la ragione più profonda per cui il cinema cioè quello fatto di corpi vivi, di errori umani, di luci che cadono su volti mortali, esiste ancora e continuerà ad esistere, accanto a qualsiasi meraviglia tecnologica il futuro voglia portarci.




































































































































































