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Idea n° 3 - Titolo: "IL POSTO A TAVOLA"
- Genere
Commedia drammatica familiare.
- Logline
Un padre romano ed il figlio dodicenne accolgono temporaneamente in casa una madre e una ragazza fuggite da una zona di guerra. Il ragazzo vive l'arrivo come un'invasione: perde la propria stanza, le proprie abitudini e perfino il posto abituale a tavola. Quando comprende quello che significa perdere davvero una casa, dovrà scegliere se continuare a difendere il proprio territorio o trasformarlo volontariamente in uno spazio condiviso.
- Personaggi
Antonio, 44 anni. Padre separato, tecnico informatico, generoso ma incline a prendere decisioni senza consultare il figlio.
Gabriele, 12 anni. Figlio. Ironico, intelligente, geloso del proprio spazio.
Olena, 39 anni. Madre ospitata. Insegnante.
Katya, 12 anni. Figlia di Olena. Quasi coetanea di Gabriele, parla poco italiano.
- Storia
Antonio comunica a Gabriele che per "qualche giorno" ospiteranno Olena e Katya.
Gabriele domanda:
GABRIELE
Quanto è "qualche"?
ANTONIO
Qualche.
GABRIELE
Unità di misura molto precisa.
Katya prende la camera di Gabriele.
Lui finisce sul divano.
Cominciano piccoli conflitti.
Katya usa la sua scrivania.
Sposta un modellino.
Tiene la finestra aperta.
Mangia alimenti differenti.
Gabriele si sente progressivamente espulso dalla propria casa.
La comicità nasce dagli equivoci linguistici e dalla guerra fredda tra i due dodicenni.
Ma una notte un motorino esplode rumorosamente nella strada.
Katya si getta istintivamente a terra.
Gabriele resta immobile.
Per la prima volta comprende qualcosa che nessuno gli aveva spiegato.
La ragazza si vergogna.
KATYA
Scusa.
GABRIELE
Per cosa?
KATYA
Pensavo...
Non riesce a continuare.
La mattina successiva Gabriele rimette esattamente al proprio posto gli oggetti spostati da Katya.
Poi ne prende uno. Un piccolo modellino di automobile. Lo mette sul comodino della ragazza.
Durante la cena Katya si siede accidentalmente nel posto abituale di Gabriele.
Antonio sta per farla spostare. Gabriele lo ferma.
GABRIELE
Va bene.
Si siede dall'altra parte. È un gesto minimo.
Ma il film ha raccontato il cambiamento.
Qualche giorno dopo Olena comunica che hanno trovato una sistemazione indipendente.
Gabriele sembra contento.
Quando Katya parte, però, trova nella camera un foglio.
È una mappa disegnata da Gabriele con la casa; la scuola; la fermata dell'autobus; la gelateria; il parco.
E sotto la scritta: "Se ti perdi, queste sono le cose importanti."
- Battute
GABRIELE
Non è colpa mia se non hanno una casa.
ANTONIO
No.
GABRIELE
Allora perché devo perdere la mia stanza?
Antonio pensa prima di rispondere.
ANTONIO
Perché perdere una stanza per tre settimane non è perdere una casa.
KATYA
Tu vuoi che vado via?
Gabriele resta in silenzio.
GABRIELE
Voglio riavere la stanza.
Pausa.
GABRIELE
Non è proprio la stessa cosa.
- Finale principale
Katya parte con la mappa di Gabriele. La camera torna nella disponibilità del ragazzo.
Gabriele entra. È finalmente solo. Dopo pochi secondi, la stanza gli sembra improvvisamente troppo grande.
- Finale alternativo
Quando Olena annuncia che stanno andando via, Gabriele reagisce con evidente sollievo.
La mattina della partenza, però, scopriamo che è stato proprio lui, segretamente, a chiedere al padre se potessero restare ancora.
Non perché sia diventato improvvisamente altruista. Ma perché Katya deve sostenere una verifica a scuola due giorni dopo.
GABRIELE
Ormai mi ha preso la stanza. Almeno prenda un sei in matematica.
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Idea n° 4 - Titolo: "IL NOME SUL CITOFONO"
- Genere
Dramma contemporaneo - familiare - identitario.
- Logline
Adam, tredici anni, nato a Roma da padre straniero e madre italiana, comincia ad utilizzare a scuola soltanto il cognome materno per evitare continue domande sulla propria origine.
Quando la nonna paterna arriva in Italia dopo aver perso la casa durante la guerra, scopre che sul citofono della famiglia compare proprio quel cognome cancellato.
Un'etichetta di pochi centimetri diventa il campo di battaglia tra tre generazioni che devono capire cosa significhi appartenere ad un luogo.
- Personaggi
Adam Faris Bianchi, 13 anni. Romano, brillante, stanco di essere continuamente interrogato sulle proprie origini.
Kareem Faris, 45 anni. Padre. Arrivato in Italia da giovane adulto. Ha sempre insistito affinché il figlio conservasse entrambi i cognomi.
Laura Bianchi, 43 anni. Madre. Tende a mediare.
Samira, 69 anni. Madre di Kareem. Appena arrivata dal proprio paese dopo molti mesi difficili.
- Storia
Samira arriva nell'appartamento romano del figlio.
Davanti al citofono cerca il cognome.
Non lo trova. C'è soltanto: BIANCHI.
Non dice nulla.
La sera osserva i quaderni di Adam.
Sul quaderno c'è scritto: ADAM BIANCHI.
Domanda qualcosa al figlio nella propria lingua.
Kareem cambia espressione.
Adam comprende.
ADAM
A scuola è più semplice.
KAREEM
Più semplice per chi?
ADAM
Per me.
Il conflitto esplode lentamente.
Adam spiega di essere stanco delle domande.
"Da dove vieni davvero?"
"Di che religione sei?"
"Hai parenti nella guerra?"
"Da che parte stai?"
Lui vorrebbe poter essere semplicemente il ragazzo che gioca a basket male e disegna bene.
Kareem interpreta l'abbandono del cognome come rifiuto delle proprie origini.
Samira apparentemente non interviene.
Poi arriva una telefonata.
La casa nella quale Kareem è cresciuto è stata distrutta.
Non ci sono vittime della famiglia, ma l'edificio non esiste più.
Kareem rimane seduto.
Adam non sa come consolarlo.
Samira tira fuori una fotografia dell'ingresso della vecchia casa.
Accanto alla porta c'era una targhetta con il cognome FARIS.
Quella sera Adam scende da solo.
Stacca il cartellino BIANCHI dal citofono.
Ne prepara uno nuovo:
FARIS - BIANCHI.
Lo incolla.
Il padre lo scopre.
KAREEM
Non devi farlo per me.
ADAM
Infatti.
KAREEM
E per chi?
ADAM
Per non dover scegliere ogni volta metà di me.
È il climax.
- Temi trattati
Identità. Assimilazione. Appartenenza. Pregiudizio. Famiglia. Memoria. Casa. Eredità culturale.
- Finale principale
Samira esce al mattino.
Legge il nuovo cartellino. Sorride.
Poi prende una penna e aggiunge sotto, molto piccolo, il proprio nome: SAMIRA.
Adam la vede.
ADAM
Nonna, non funziona così.
Lei risponde nella propria lingua.
Kareem traduce:
KAREEM
Dice che adesso funziona meglio.
- Finale alternativo
Adam non scrive nessun cognome.
Sul citofono mette: ADAM - LAURA - KAREEM - SAMIRA
Il padre protesta:
KAREEM
Il postino impazzisce.
ADAM
Si abitua.
Il ragazzo rifiuta completamente l'idea che una famiglia debba essere rappresentata da un'unica etichetta.
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Idea n° 5 - Titolo: "FREQUENZA CASA"
- Genere
Dramma poetico contemporaneo - familiare.
- Logline
Un ragazzo di dodici anni che vive a Roma con la madre registra ogni giorno i rumori della loro nuova vita per mandarli al nonno rimasto in una città minacciata dalla guerra.
Quando le comunicazioni si interrompono, il ragazzo continua ostinatamente a registrare, convinto che un giorno il nonno ascolterà tutto.
Quella raccolta di rumori apparentemente insignificanti finirà per diventare la memoria sonora di una famiglia divisa tra due case.
- Personaggi
Nico, 12 anni. Curioso, appassionato di tecnologia e registrazione.
Irene, 38 anni. Madre. Cerca di costruire una vita stabile a Roma ma vive continuamente con il telefono in mano.
Petro, 68 anni. Nonno. Compare soprattutto attraverso messaggi vocali.
Fausto, 55 anni. Vicino romano che inizialmente si lamenta perché Nico registra continuamente davanti alla sua porta.
- Storia
Nico possiede un piccolo registratore.
Registra tutti i rumori possibili: la moka; l'ascensore; il tram; la pioggia; il mercato;la madre che cucina; il vicino che impreca contro il condominio.
Ogni sera invia al nonno un "bollettino di casa".
Non gli racconta le notizie.
Gli manda i suoni.
NICO - MESSAGGIO
Oggi Roma suona così.
Il nonno risponde nello stesso modo.
Un cane. Una finestra. Un vecchio orologio. Passi. Un cucchiaio dentro una tazza.
Due mondi lontani comunicano attraverso dettagli sonori minuscoli.
Fausto inizialmente trova Nico insopportabile.
FAUSTO
Perché registri il mio trapano?
NICO
Perché fa molto Roma.
FAUSTO
Fa molto denuncia condominiale.
Una sera il nonno non risponde.
Neppure il giorno successivo.
Irene cerca informazioni.
Nico continua a registrare.
La madre perde la pazienza.
IRENE
Basta.
NICO
Perché?
IRENE
Perché non sappiamo nemmeno se può sentirli.
Nico stringe a sè il registratore.
NICO
Appunto.
IRENE
Cosa vuol dire?
NICO
Che quando può, ne avrà tanti.
È una logica infantile e insieme profondamente adulta.
Passano alcuni giorni.
Nico registra il silenzio della propria camera.
Per la prima volta manda un file senza parole.
Poi arriva finalmente un messaggio.
Non sentiamo inizialmente la voce del nonno.
Sentiamo soltanto: una porta; alcuni passi; una stazione; varie persone; un annuncio incomprensibile.
Poi:
PETRO, REGISTRATO
Indovina dove sono.
Nico ascolta.
Riconosce qualcosa.
Un annuncio ferroviario in italiano.
Corre dalla madre.
Il nonno è riuscito a lasciare la zona di guerra e sta viaggiando verso di loro.
Non mostriamo il viaggio. Non serve.
Nel finale Nico aspetta alla porta dell'appartamento con il registratore acceso.
L'ascensore sale.
Primo piano del display: DING.
Le porte si aprono.
Non mostriamo immediatamente Petro.
Vediamo Nico che sorride.
Il registratore continua a funzionare.
Nero.
Poi sentiamo soltanto il suono di un abbraccio.
- Battute
IRENE
Perché non gli mandi una fotografia?
NICO
Perché le fotografie stanno ferme.
IRENE
E quindi?
NICO
Lui deve sapere che qui continuiamo.
FAUSTO
Questo rumore cos'è?
NICO
Casa.
FAUSTO
Casa non è un rumore.
Nico registra l'ascensore, una pentola, qualcuno che ride, un clacson.
NICO
Questa sì.
- Finale principale
Il nonno arriva. L'abbraccio viene raccontato attraverso il suono prima di essere mostrato.
- Finale alternativo
L'ultimo messaggio del nonno non annuncia il ritorno.
Contiene soltanto i rumori della vecchia casa registrati prima di lasciarla definitivamente.
Alla fine dice:
PETRO
Adesso ce l'hai anche tu.
Nico comprende che il nonno non sta conservando l'edificio.
Gli sta affidando la memoria.
Il film termina con Nico che inserisce quel file nella cartella: CASA.
Non sappiamo ancora dove sia Petro.
Il finale resta aperto e molto più doloroso.
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* COME RENDERE QUESTE STORIE REALIZZABILI CON UN BASSO BUDGET
Una delle lezioni produttive più interessanti che possiamo ricavare dall'ispirazione tematica di La vita è bella consiste proprio nel non tentare di rappresentare direttamente la guerra.
Un cortometraggio indipendente difficilmente può ricostruire in modo convincente le battaglie; città distrutte; grandi evacuazioni; mezzi militari; centinaia di comparse.
Ma può mostrare una telefonata ricevuta dentro una cucina.
Ed emotivamente può essere devastante.
Le cinque idee qui proposte richiedono soprattutto come ambientazioni: appartamenti; un pianerottolo; un parco; una scuola; una strada; una stazione; pochi attori.
La guerra rimane fuori campo.
Ma le sue conseguenze entrano dentro la vita privata.
Questo è economicamente sostenibile e spesso cinematograficamente più potente.
* LA GUERRA FUORI CAMPO
Il suono può svolgere un ruolo enorme.
Non bisogna necessariamente vedere ciò che accade lontano.
Ma possiamo sentire una telefonata disturbata; una sirena dentro un messaggio; una comunicazione interrotta; il silenzio successivo a una domanda; una televisione lontana.
L'immaginazione dello spettatore completa ciò che il budget non mostra.
* NON TRASFORMARE IL BAMBINO IN UN ADULTO IN MINIATURA
Questo è un pericolo molto frequente.
Quando scriviamo bambini "intelligenti", rischiamo di fargli pronunciare battute da sceneggiatore quarantenne.
Il bambino dovrebbe poter capire alcune cose, fraintenderne altre, essere egoista od essere generoso, cambiare spesso argomento, ed avere fame durante una discussione importante, o preoccuparsi di qualcosa che agli adulti sembra insignificante.
È proprio questa sproporzione che produce verità.
Gabriele può essere turbato dalla guerra e contemporaneamente arrabbiato perché qualcuno usa la sua PlayStation.
Le due cose possono convivere.
* NON FARE DEL RIFUGIATO "IL PERSONAGGIO BUONO"
Un personaggio proveniente dalla guerra non deve diventare automaticamente: saggio; gentile; grato; vittima perfetta.
Può essere bensì antipatico; testardo; ironico; orgoglioso; geloso; egoista; generoso.
Deve essere una persona.
Questo è essenziale se desideriamo che il film non diventi didascalico.
* LA COMMEDIA DEVE NASCERE DAI PERSONAGGI, NON DALLA GUERRA
È una distinzione etica e narrativa fondamentale.
Non ridiamo del bombardamento; della fuga; del trauma o della persecuzione.
Possiamo ridere: di Cesare che insegna il romanesco a Leon; di due persone che non comprendono lo stesso gesto; di un nonno che critica il caffè; di un ragazzino geloso della propria stanza; di un vicino infastidito dalle registrazioni.
La risata nasce dalla vita che continua nonostante la guerra. Non dalla guerra.
* COSA PUÒ INSEGNARCI LA STRUTTURA DI "LA VITA È BELLA"
Il film compie un cambiamento di tono radicale: la prima parte costruisce amore, comicità, famiglia e quotidianità; la seconda mette quei valori sotto una pressione estrema. E' una doppia traiettoria: dall'Italia del 1938 e dal corteggiamento di Dora, alla famiglia formata cinque anni dopo ed alla deportazione.
Per un corto di quindici minuti non dobbiamo necessariamente dividere il film a metà.
Possiamo utilizzare una struttura più compressa:
Minuti 0-3
Conoscere famiglia e normalità.
Minuti 3-6
Introdurre la frizione culturale o familiare.
Minuti 6-10
Far arrivare l'elemento esterno collegato al conflitto.
Minuti 10-13
Costringere il protagonista a prendere posizione.
Minuti 13-15
Mostrare la conseguenza attraverso un gesto, non una spiegazione.
* IL FINALE DEVE RILEGGERE L'INIZIO
Questa è probabilmente la tecnica più importante per un cortometraggio da festival.
L'ultima immagine dovrebbe dialogare con la prima.
All'inizio: valigia piena.
Alla fine: valigia vuota.
Oppure, nel finale alternativo: valigia nuovamente piena, ma con dentro il nome della nuova casa.
All'inizio: citofono senza cognome.
Alla fine: due cognomi.
All'inizio: ragazzo geloso del posto a tavola.
Alla fine: cede volontariamente il posto.
All'inizio: registratore usato come giocattolo.
Alla fine: registratore trasformato in archivio familiare.
Questa struttura produce chiusura cinematografica senza richiedere grandi spiegazioni.
* COME PROVARE A COSTRUIRE UN CORTO DA FESTIVAL
Non esiste una formula che garantisca premi. È importante dirlo. Ma alcune scelte aumentano la forza dell'opera.
- Scegliere una sola domanda
Non tentare di raccontare: guerra; migrazioni; razzismo; famiglia; scuola; politica europea; povertà; adolescenza,... tutto nello stesso corto.
Scegliere una domanda.
Per esempio: Quando un luogo comincia a diventare casa?
Poi tutto deve ruotare intorno a quella.
- Evitare il messaggio pronunciato
Non fare dire a un personaggio: "Dobbiamo imparare che l'integrazione è importante."
È una frase da convegno.
Meglio far sì che un ragazzo aggiunga un secondo cognome sul citofono.
Abbiamo capito tutto.
- Cercare un'immagine che appartenga soltanto al nostro film
I festival vedono moltissimi cortometraggi.
Una storia può essere valida e comunque confondersi con altre. Serve almeno un'immagine identificativa.
Per Il numero 27: due chiavi, una vecchia ed una nuova, appese insieme.
Per La traduttrice di bugie: la ragazza tra padre e nonno che improvvisamente smette di tradurre.
Per Il posto a tavola: il bambino che cambia volontariamente sedia.
Per Il nome sul citofono: il nuovo cartellino.
Per Frequenza casa: il registratore acceso durante un abbraccio che non vediamo.
* REGIA: EVITARE IL RICATTO EMOTIVO
Una storia di guerra e bambini può diventare molto facilmente manipolatoria.
Musica triste. Primi piani di lacrime. Fotografie. Silenzio. Violino. Altra lacrima.
Il rischio è enorme.
Meglio lavorare per sottrazione.
Se un bambino comprende che la propria casa è stata distrutta, potrebbe non piangere.
Potrebbe semplicemente chiedere: "Ed il mio tavolo?"
È molto più doloroso.
Perché il trauma passa attraverso qualcosa di concreto.
* FOTOGRAFIA: DUE MONDI SENZA DUE FILTRI
Da evitare la soluzione: passato luce calda; presente luce fredda; guerra desaturata; Italia colorata.
È troppo semplice.
Meglio costruire la differenza attraverso lo spazio; la qualità della luce; la distanza; la composizione.
Una casa temporanea può inizialmente essere fotografata con campi larghi che mostrano molto spazio vuoto.
Progressivamente possiamo avvicinarci.
Quando quella casa diventa emotivamente abitata, gli oggetti riempiono il quadro.
La fotografia racconta l'appartenenza.
* IL SUONO PUÒ DIVENTARE LA VERA GUERRA INVISIBILE
Soprattutto in Frequenza casa, ma anche negli altri progetti, il sound design può svolgere un lavoro enorme.
Un rumore improvviso può produrre due reazioni differenti: un bambino italiano continua a mangiare; una bambina proveniente dalla guerra si blocca.
Nessuno deve spiegare perché.
Il corpo racconta il passato.
È cinema.
* IL MONTAGGIO DEVE PROTEGGERE LE REAZIONI
Se la madre dice: "Non sappiamo se la casa esiste ancora." non taglierei immediatamente sul bambino che risponde.
Rimarrei su di lui.
Uno. Due. Tre secondi.
Magari guarda la chiave.
È lì che nasce la scena.
Il montatore non deve avere paura dei silenzi quando possiedono significato.
* UNA NOTA FONDAMENTALE SULLA "BELLEZZA"
Il titolo La vita è bella potrebbe essere interpretato superficialmente come un'affermazione ottimistica.
Ma il film funziona proprio perché quella bellezza viene messa contro qualcosa di terribile.
Non dice che il mondo sia sempre bello.
Mostra il tentativo umano di continuare a produrre amore, relazione ed immaginazione quando il mondo smette di esserlo.
È questa la parte che bisognerebbe conservare nei nuovi cortometraggi.
Non: "andrà tutto bene."
Ma: "Non so se andrà bene. Posso però decidere cosa faccio con te mentre non lo sappiamo."
Questa potrebbe essere la vera frase-matrice delle cinque storie.
IN CONCLUSIONE
Prendere ispirazione dal film La vita è bella significa innanzitutto avere il coraggio di allontanarsene.
Non dobbiamo realizzare una nuova versione della storia di Guido e Giosuè.
Non dobbiamo cercare un nuovo campo.
Non dobbiamo inventare un altro gioco.
Non dobbiamo promettere un altro premio.
Dobbiamo prendere le domande profonde che il film continua a porre.
Come proteggo qualcuno quando non posso proteggerlo dal mondo?
Che cosa racconto ad un bambino e che cosa gli nascondo?
Quando una bugia diventa amore e quando invece diventa una prigione?
Che cosa rimane di una famiglia quando perde il proprio luogo?
Possiamo appartenere contemporaneamente a due culture?
Una casa può esistere anche dopo che l'edificio è scomparso?
Un bambino può insegnare qualcosa agli adulti proprio nel momento in cui dovrebbe essere lui a essere protetto?
Da queste domande possono nascere cortometraggi estremamente differenti.
Una valigia. Un citofono. Una stanza ceduta a qualcun altro. Un nonno che non parla italiano. Un registratore. Due cognomi. Un posto a tavola.
Sono elementi piccolissimi.
Ma il cinema non ha bisogno sempre di mostrare la guerra per parlare della guerra.
A volte è sufficiente mostrare ciò che la guerra costringe una persona a mettere dentro una valigia.
E forse il cortometraggio più interessante non terminerà quando il nostro protagonista "vince".
Terminerà quando compirà un gesto minuscolo che all'inizio del film non sarebbe stato capace di compiere. Come: Svuotare una valigia. Cedere una sedia. Pronunciare un cognome. Smettere di tradurre. Registrare il rumore di un abbraccio.
Se riusciremo a far sentire allo spettatore che dietro quel piccolo gesto esiste un intero mondo, allora avremo davvero utilizzato la lezione del film La vita è bella senza averne copiato la storia.
* ATTENZIONE: Le idee presentate in questi articoli sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.






