La vie de Antoine Max Borsani 01"La vie de Antoine - un jeudi comme les autres" (cortometraggio ed articolo di Max Borsani) nasce da un’esigenza personale prima ancora che tecnica. Nasce dal desiderio di capire se fosse possibile realizzare oggi - era ottobre 2025 - un cortometraggio che sembrasse davvero girato negli anni Sessanta, con lo spirito libero e poetico della Nouvelle Vague, utilizzando esclusivamente strumenti di intelligenza artificiale.

Una sfida creativa ma anche concettuale: riportare imperfezione, calore, poesia ed umanità del cinema d’Autore dentro un linguaggio generato digitalmente.

Non mi interessava dimostrare la potenza della tecnologia come effetto speciale.

Volevo capire se gli strumenti di AI per immagini, video, suono e musica potessero diventare un mezzo per esprimere la mia visione, creare atmosfere poetiche con personaggi non reali e concedermi quella libertà produttiva che per anni avevo cercato di conquistare lavorando dentro i limiti.

Amando la poesia di molti film della Nouvelle Vague e di Truffaut in particolare, ho voluto concentrarmi sulla costruzione di una Parigi anni Sessanta che non imitasse, ma evocasse quelle atmosfere.

* La mia scuola: imparare facendo

Ho iniziato a studiare cinema negli anni Novanta per un’esigenza espressiva. Era la forma che sentivo più mia. Scrivevo sceneggiature senza sapere se le avrei mai realizzate. All’epoca le possibilità produttive erano limitate, e questo mi ha costretto prima di tutto a studiare il linguaggio (sceneggiatura, regia e montaggio).

Nei primi anni Duemila arrivarono le videocamere digitali accessibili: 720x576, niente ottiche intercambiabili, profondità di campo quasi impossibile da controllare. Così si cercavano soluzioni artigianali: maschere in post-produzione, sfocature ricreate manualmente, espedienti per simulare ciò che non si poteva ottenere in ripresa. I computer avevano tempi di rendering lunghissimi.

Per realizzare i corti si faceva tutto: scrittura, ricerca delle location, attori, oggetti di scena, costumi, riprese, suono, montaggio.

Quella è stata la mia vera scuola.

Ogni corto mi ha insegnato qualcosa.

Dagli errori soprattutto, ma anche da ciò che ero riuscito a realizzare. Mi portavo a casa immagini, atmosfere, soluzioni estetiche che “risuonavano”, che sentivo più vicine a ciò che cercavo. E così ogni volta aggiungevo un tassello alla ricerca della mia visione ed estetica.

Perché puoi avere in mente un’inquadratura, un’atmosfera, un’espressione. Ma poi devi realizzarla. Ed è lì che capisci davvero le difficoltà e i limiti.

Alcuni di quei corti hanno ricevuto premi e riconoscimenti. Ma più dei premi contava aver trovato una voce, un metodo. 
Chiudere un “corto”, più che iniziarlo, è sempre stata la vera sfida, anche se non è il capolavoro che sogni di fare.

Oggi lo chiameremmo workflow: pensare un’idea già dentro i suoi limiti produttivi, costruire l’estetica attorno a ciò che si ha, non a ciò che manca.

* L’idea prima della tecnologia

Per me tutto parte da una domanda semplice: che cosa voglio raccontare, perché ed in che modo?

Capire e sentire cosa si vuole esprimere resta il filo conduttore di ogni progetto. La tecnologia arriva dopo. È uno strumento a disposizione dell’idea, non il contrario.

Ho sempre lavorato con limiti di budget, attrezzature essenziali, attori che non lo fanno di mestiere. Ma quei limiti non sono mai stati un ostacolo: sono stati una disciplina. Mi hanno obbligato a chiarire la visione, a trovare soluzioni, a fare.

* L’incontro con l’AI

Quando ho iniziato ad esplorare l’Intelligenza Artificiale applicata alla produzione video, l’ho fatto con lo stesso spirito. Ho seguito corsi online, studiato strumenti, testato piattaforme. Ma soprattutto ho cercato di capire come integrarli dentro un processo personale.

Non mi interessava generare immagini casuali. Mi interessava costruire un metodo per cercare di esprimermi.

Anche con l’AI ho seguito lo stesso schema che avevo imparato negli anni: idea → ambientazione → moodboard → storyboard → scelte estetiche → creazione delle immagini e del “girato” → montaggio → rifinitura sonora.

L’intelligenza artificiale è diventata una fase produttiva del processo, non il processo stesso. Strumenti per dare forma a quello che ho in mente.

Un aspetto interessante è che l’Intelligenza Artificiale si sta evolvendo ad una velocità impressionante.

Da ottobre 2025, quando ho iniziato a lavorare a “La Vie de Antoine”, ad oggi - marzo 2026 - molti strumenti sono già cambiati, migliorando sensibilmente la qualità delle immagini, il realismo cinematografico, le espressioni, la gestione della luce e del movimento.

Questo significa che si sta lavorando dentro un linguaggio e con strumenti in continua evoluzione.

Ma proprio per questo diventa ancora più importante avere un metodo ed una visione chiara: perché se gli strumenti cambiano, l’idea resta.

* Perché la Nouvelle Vague

Tra i tanti autori che amo - da Kubrick ai fratelli Coen, da Fellini a Kusturica - la Nouvelle Vague rappresenta l’approccio produttivo che sento più vicino: un autore che accompagna il film dall’idea al montaggio, che controlla il processo, che accetta l’imperfezione come parte dello stile.

La Nouvelle Vague è stata, prima ancora che un’estetica, una rivoluzione produttiva: leggera, indipendente, personale.

In questo senso, l’AI mi è sembrato un territorio affine.

* Un “film” che non è mai stato girato

La Vie de Antoine” è stato concepito come un corto reale: storyboard, studio della luce, delle ottiche, del ritmo, del bianco e nero. Ogni inquadratura è stata immaginata e realizzata come se fossi su un set.

Gli attori sono personaggi generati artificialmente, ma diretti come interpreti veri. La voce narrante osserva, non spiega. È parte del linguaggio.

L’obiettivo non era imitare la Nouvelle Vague, ma ricrearne il respiro: libertà delle inquadrature, leggerezza del montaggio, malinconia ironica.

* Realtà, memoria ed un gesto personale

La vie de Antoine Max Borsani 02Il corto gioca volutamente sulla confusione tra vero e falso.

Antoine è un personaggio artificiale che si innamora di un’immagine cinematografica.

La storia è ambientata negli anni Sessanta, ma nasce oggi, attraverso strumenti digitali.

La scena nel cimitero di Montmartre non è soltanto simbolica.

Le fotografie della tomba di François Truffaut e del ponte sono mie. Le ho scattate nel settembre 2024, quando mi trovavo a Parigi e, da appassionato del suo cinema, ho voluto visitare la sua tomba. Ben prima che esistesse l’idea del corto.

Quel gesto personale è entrato nel film.

Un frammento reale dentro una narrazione artificiale.

* Solitudine, ironia, malinconia

La solitudine di Antoine non è soltanto un tema narrativo. È uno sguardo che mi appartiene.

Mi interessa raccontare la malinconia quotidiana che si nasconde nelle routine, ma con una leggerezza ironica, senza compiacimento.

Antoine non è solo un cinefilo che confonde cinema e vita.

È il riflesso di una condizione più ampia: rifugiarsi nelle immagini per sentirsi meno soli.

Forse “La vie de Antoine - un jeudi comme les autres” è anche questo: il tentativo di dare forma, attraverso immagini artificiali, ad una solitudine che è profondamente reale.

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Link alla seconda paret dell'articolo di Max Borsani