
Link alla prima parte dell'articolo
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Il processo de “La vie de Antoine - un jeudi comme les autres” non è partito da uno strumento AI specifico per le immagini, ma da una conversazione.
Il primo brainstorming è avvenuto dialogando con ChatGPT. Non per farmi scrivere il corto, ma per mettere a fuoco l’idea, il tono, il riferimento alla Nouvelle Vague, il senso di solitudine malinconica che volevo raccontare.
La scrittura è stata un processo di confronto per capire come realizzare quello che avevo in mente tramite strumenti di AI.
Questo il mio primo prompt con ChatGPT:
"Vorrei creare un Corto AI stile nouvelle vague / Truffaut di 2/3 minuti. Voce narrante e pochi dialoghi. 2/3 personaggi. Poetico e d'atmosfera per dare calore ad una produzione digitale e con l'AI. Aiutami come esperto di AI e filmmaker autore!"
* Cercare l’atmosfera prima della trama
La prima fase concreta non è stata la scrittura della storia, ma la ricerca dell’atmosfera.
Ho iniziato a testare diversi strumenti di generazione immagini e video per capire quale potesse restituire un bianco e nero credibile, non troppo pulito. Volevo una Parigi anni Sessanta evocata, non una caricatura.
Ho prodotto molte immagini di prova, scartando quelle troppo perfette, troppo digitali, troppo fredde. Cercavo imperfezione controllata.
Un bianco e nero che evocasse il 16mm, non un filtro nostalgico.
Solo quando ho trovato uno stile coerente ho realizzato un moodboard e dopo ho lavorato sulla trama ed i personaggi.

* Creare personaggi credibili che potessero reggere uno sguardo
La creazione di Antoine e Claire è stata una fase delicata.
Non dovevano sembrare avatar. Dovevano poter sostenere uno sguardo in macchina, un silenzio, una pausa. Essere credibili come personaggi della Nouvelle Vague. In particolare Claire che volevo riprendesse proprio il personaggio del film di Godard. Mi è sempre piaciuta e mi piaceva l’idea dell’incontro con un cliente in una stanza ad ore.
Ho quindi creato il profilo dei personaggi con diversi piani, angoli di ripresa ed espressioni, una sorta di book fotografico dei personaggi su fondo neutro e inseriti nel contesto.
Cercavo la credibilità dei volti, la continuità dei personaggi inseriti nei vari ambienti.
Parallelamente si è definita la storia: semplice, quasi minimale.
Un incontro settimanale. Un senso di colpa (non riferito all’incontro con la prostituta ma al preferire un film di Godard a discapito del suo regista preferito: Truffaut). Una confessione surreale.
Mi interessava avere ambientazioni in interni ed in esterni.
* La voce narrante come struttura
La voce narrante è diventata il filo conduttore.
Prima ho scritto il testo. Poi ho cercato una voce che evocasse il cinema francese degli anni Sessanta: leggermente distaccata, ironica, mai enfatica. La voce non doveva spiegare. Doveva osservare.
Ho fatto un test di dialogo sincronizzato sulle labbra, ma non mi convinceva. Era troppo finto, troppo evidente. Ho deciso di semplificare, tornando alla forza della narrazione fuori campo.
Anche questa è stata una scelta di regia basata su dei limiti e su delle scelte espressive.
* Storyboard ed ambientazioni
A quel punto ho costruito uno storyboard vero e proprio. Ogni inquadratura è stata pensata come su un set reale:
- posizione della camera,
- tipo di lente simulata,
- profondità di campo,
- direzione della luce,
- eventuale movimento.
Ho generato le ambientazioni e poi inserito gli “attori” dentro gli spazi, lavorando sulla coerenza tra luce, continuità dei personaggi ed atmosfera.
Non si trattava solo di generare immagini, ma di dirigere immagini.
* Dalle immagini ai frammenti video
Le sequenze sono state costruite in clip brevi, circa cinque secondi ciascuna. Un lavoro lento, per tentativi:
- micro movimenti,
- controllo delle espressioni,
- verifica della continuità tra una clip e l'altra.
Ogni frammento veniva generato sapendo già come sarebbe stato montato. Il ritmo non nasce dopo: nasce mentre si costruiscono le immagini pensando anche ai raccordi sul movimento.
* Montaggio, colore, suono
Tutto è stato montato in DaVinci Resolve.
Il montaggio è stato essenziale: respiri, pause, leggerezza. Ho lavorato sul bianco e nero per evitare contrasti troppo digitali, introducendo grana e morbidezza.
La colonna sonora è stata composta con strumenti AI, ma sempre guidata dall’atmosfera emotiva che cercavo: jazz malinconico, non lento, con una sottile ironia.
La voce narrante è stata creata con strumenti AI “Text to speech” che non sono stati semplici e non mi hanno soddisfatto al 100%. Poi ho rifinito la voce in post- produzione per renderla più calda, meno artificiale.
* Controllo umano, strumenti artificiali
L’intero processo è stato realizzato con strumenti di intelligenza artificiale, ma il controllo creativo è rimasto umano.
Dalla scrittura al montaggio, ogni scelta è stata guidata da una visione.
L’AI ha ampliato le possibilità produttive, riducendo alcuni limiti tecnici. Ma non ha sostituito il lavoro autorale.
* Competenze prima degli strumenti
Questa esperienza mi ha confermato una cosa: l’Intelligenza Artificiale non elimina il mestiere.
Per costruire un’immagine coerente bisogna sapere come funziona una lente, cosa significa un controluce, come un’inquadratura dialogherà con la successiva, come il suono sosterrà il ritmo.
Nel cinema tradizionale si danno indicazioni al direttore della fotografia, all’operatore, al montatore, al compositore.
Qui le indicazioni sono state date agli strumenti di AI. Ma la precisione richiesta è la stessa.
Ogni clip generata doveva essere pensata in funzione del montaggio finale. Ogni atmosfera costruita immaginando già il suono. Bisogna pensare al ritmo prima di generare il movimento.
L’AI non decide il linguaggio. Risponde alle indicazioni.
E più le indicazioni sono consapevoli, più il risultato è coerente.
* L’AI come opportunità produttiva e creativa
C’è poi un aspetto molto concreto che non va ignorato.
L’intelligenza artificiale permette oggi di costruire immagini che, con un budget limitato, sarebbero semplicemente irrealizzabili: ambientazioni d’epoca, continuità visiva, controllo della luce, ripetizione di scene fino ad ottenere l’atmosfera desiderata.
Questo è un vantaggio produttivo evidente.
Ma per me è soprattutto un’opportunità creativa ed espressiva.
Non si tratta di sostituire la videocamera o la cinepresa, né di negare il valore della ripresa reale.
Si tratta di aggiungere una possibilità.
Un modo per realizzare immagini pensate, immaginate, progettate - come se dovessero essere girate - ma senza i vincoli logistici e produttivi tradizionali.
In questo senso, gli strumenti di AI non riducono la creatività. La ampliano.
A patto che restino strumenti.
Se l’idea è chiara, l’AI diventa un mezzo per avvicinarsi a quell’immagine che avevi in mente e che, altrimenti, sarebbe rimasta soltanto immaginata.
* Una posizione personale, non una verità
Questo è stato il mio approccio.
Non è una teoria sull’Intelligenza Artificiale, né una regola universale su come usarla. È il modo in cui io ho scelto di attraversarla.
Per me era importante mantenere un controllo narrativo e formale: pensare come regista, montare come editor, ascoltare come sound designer. Anche quando al posto del direttore della fotografia o dell’operatore c’erano strumenti di AI.
Altri potranno scegliere un approccio diverso.
C’è chi userà questi strumenti per esplorare l’effetto visivo, chi per spingersi verso territori più sperimentali, chi per lavorare sull’impatto spettacolare.
Nel cinema, come in ogni forma espressiva, ognuno costruisce il proprio linguaggio ed usa gli strumenti a modo suo.
“La vie de Antoine - un jeudi comme les autres” è il mio modo di farlo.
Cortometraggio ed articolo di Max Borsani
Link alla terza parte dell'articolo
Diritti d'autore e diritti commerciali
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