Dal singolo controllo all'Immagine eccellente:

Guida completa per principianti ed appassionati

* La Fotocamera come Strumento Musicale

Prima di entrare nel vivo dell'analisi tecnica, è utile stabilire una metafora che aiuterà a comprendere tutto il resto in modo intuitivo ed immediato. Pensate ad una fotocamera cinematografica, o ad una videocamera, o ad uno smartphone evoluto, come ad uno strumento musicale. Un violino ha quattro corde, un archetto, una cassa di risonanza e la pressione delle dita sulla tastiera: quattro elementi fisici distinti che, presi singolarmente, producono suoni isolati. Ma è solo quando questi quattro elementi vengono controllati simultaneamente e con consapevolezza che nasce la musica, la buona musica.

Sensibilità Diaframma Tempo Fuoco 01I quattro parametri fondamentali della ripresa cinematografica: la sensibilità ISO, il diaframma, il tempo di esposizione e la messa a fuoco, funzionano esattamente allo stesso modo. Ognuno ha una funzione specifica e produce effetti misurabili quando viene modificato da solo. Ma è solo quando vengono usati insieme, in equilibrio consapevole e creativo, che producono quell'immagine che non è semplicemente corretta tecnicamente ma è cinematograficamente eloquente cioè un'immagine che non si limita a mostrare qualcosa ma dice qualcosa, che non registra la realtà ma la interpreta.

Questo articolo vi guiderà attraverso ciascuno di questi quattro parametri, spiegandone il funzionamento fisico in modo accessibile, illustrandone l'uso standard e poi esplorando le possibilità creative che si aprono quando si ha il coraggio di usarli in modo non convenzionale.

PARTE PRIMA: LA SENSIBILITÀ - ISO

Cos'è e come funziona

La sensibilità, indicata con il termine ISO, che è l'acronimo dell'International Organization for Standardization, l'ente che ha standardizzato la scala di misurazione, è il parametro che determina quanto il sensore della fotocamera digitale o la pellicola chimica sia reattivo alla luce disponibile. In termini più semplici: è la capacità dello strumento di ripresa di vedere in condizioni di luce variabile.

Nella fotografia e nel cinema su pellicola tradizionale la sensibilità era una caratteristica fisica della pellicola stessa, determinata dalla dimensione e dalla densità dei cristalli di alogenuro d'argento presenti nell'emulsione fotosensibile. Una pellicola con cristalli più grandi era più sensibile alla luce, catturava le fotografie anche in condizioni di scarsa illuminazione, ma produceva immagini con una grana più visibile. Una pellicola con cristalli più piccoli era meno sensibile, richiedeva più luce per impressionarsi correttamente, ma produceva immagini di una finezza e di una nitidezza molto superiori.

Nelle fotocamere digitali moderne il principio fisico è completamente diverso ma il risultato pratico è analogo: la sensibilità ISO è determinata dall'amplificazione elettronica del segnale captato dal sensore. Alzare l'ISO significa amplificare elettronicamente il segnale, permettendo al sensore di produrre un'immagine visibile anche con pochissima luce disponibile. Abbassare l'ISO significa ridurre questa amplificazione, richiedendo una maggiore quantità di luce per esporre correttamente l'immagine ma ottenendo in cambio una qualità del segnale molto più pura.

La scala ISO è numerica e segue una progressione raddoppiante: ISO 100, 200, 400, 800, 1600, 3200, 6400 e oltre. Ogni raddoppio del valore ISO corrisponde ad un raddoppio della sensibilità, cioè al fatto che la fotocamera ha bisogno della metà della luce per esporre correttamente la stessa scena. Quindi una fotocamera a ISO 800 ha bisogno della metà della luce rispetto ad una impostata a ISO 400, ed un quarto della luce rispetto ad una impostata a ISO 200.

Il Rumore digitale: il prezzo della sensibilità

Il limite principale dell'aumento della sensibilità ISO è quello che nel digitale viene chiamato rumore ovvero quello che nella pellicola si chiamava grana. Il rumore digitale si manifesta come una texture granulosa ed irregolare sull'immagine, particolarmente visibile nelle aree scure e nelle superfici uniformi, e come una variazione casuale dei valori di colore dei singoli pixel che produce una sorta di effetto "televisione rotta" sulle tinte piatte. A valori ISO molto alti il rumore può diventare così pronunciato da rendere l'immagine quasi inutilizzabile per certi scopi.

È importante capire che la soglia oltre la quale il rumore diventa problematico varia enormemente da sensore a sensore: le fotocamere di fascia alta con sensori di grandi dimensioni producono immagini di qualità accettabile anche a ISO 6400 o 12800, mentre le fotocamere economiche con sensori piccoli possono mostrare rumore significativo già a ISO 800. Conoscere il punto limite del proprio strumento di ripresa è una delle prime cose che ogni cineasta deve fare prima di girare qualsiasi cosa che conti.

Uso standard della Sensibilità ISO

In condizioni di illuminazione ottimale, come in esterni durante il giorno od in interni ben illuminati con luce artificiale adeguata, la regola generale è di mantenere il valore ISO il più basso possibile, idealmente tra ISO 100 e ISO 400. Questo garantisce la massima purezza del segnale, la massima fedeltà dei colori, la massima nitidezza dei dettagli e la minima presenza di rumore nell'immagine.

In condizioni di luce naturale decrescente come al tramonto, in ambienti interni con illuminazione naturale limitata, in condizioni di cielo coperto, è appropriato alzare progressivamente il valore ISO. Un salto ad ISO 800 è generalmente sicuro su quasi qualsiasi camera moderna. ISO 1600 è accettabile per molte produzioni. ISO 3200 ed oltre richiede una valutazione precisa di quanto rumore sia tollerabile nell'immagine finale in relazione all'estetica del progetto.

L'ISO come strumento creativo: le Eccezioni

Ed è qui che le cose diventano cinematograficamente interessanti. Il rumore prodotto dai valori ISO alti, che in un contesto di uso standard è un difetto da minimizzare, diventa in certi contesti creativi una scelta estetica precisa e potentissima.

Il cinema di guerra, il cinema poliziesco di denuncia, il documentario di immersione totale in ambienti difficili hanno spesso usato deliberatamente il rumore da alto ISO  o la grana grossa della pellicola ad alta sensibilità, come elemento stilistico che comunica autenticità, urgenza, sporcizia della realtà. Kathryn Bigelow in "The Hurt Locker" ha usato sensori spinti ad ISO alti per dare alle riprese quella qualità di reportage di guerra che una fotografia pulita e levigata avrebbe tradito. Alfonso Cuarón in "Children of Men" ha alternato sequenze fotograficamente perfette a sequenze volutamente degradate per comunicare il collasso del mondo civilizzato attraverso il collasso della qualità dell'immagine stessa.

Un altro uso creativo non convenzionale dell'ISO basso è quello di girare con valori molto bassi in condizioni di luce controllata molto intensa cioè abbassando l'ISO a 50 od anche meno nelle fotocamere che lo permettono, per ottenere un'immagine di una pulizia e di una nitidezza quasi surreale, iperrealista, che produce un effetto di artificialità percettiva usato deliberatamente in certi generi come il thriller psicologico od il cinema di fantascienza per comunicare un mondo troppo controllato, troppo perfetto, perturbante nella sua stessa perfezione visiva.


PARTE SECONDA: IL DIAFRAMMA - f/stop

Cos'è e come funziona

Il diaframma è il meccanismo fisico all'interno dell'obiettivo, composto da una serie di lamelle metalliche sovrapposte che formano un'apertura di forma approssimativamente circolare, che regola la quantità di luce che attraversa l'obiettivo e raggiunge il sensore o la pellicola durante l'esposizione. Il principio è identico a quello della pupilla dell'occhio umano: in condizioni di luce intensa la pupilla si restringe per ridurre la quantità di luce che entra; in condizioni di scarsa illuminazione si dilata per lasciare passare più luce possibile.

Il diaframma viene misurato con una scala numerica chiamata f/stop o numero f, che funziona in modo controintuitivo per chi la incontra per la prima volta: i numeri piccoli indicano aperture grandi (cioè molto luce che passa) e i numeri grandi indicano aperture piccole (poca luce che passa). Quindi f/1.4 è un'apertura molto ampia che lascia passare tantissima luce, mentre f/16 è un'apertura molto ristretta che lascia passare pochissima luce. I valori più comuni nella scala standard sono f/1.4, f/2, f/2.8, f/4, f/5.6, f/8, f/11, f/16, f/22, ed ogni passaggio da un valore al successivo dimezza o raddoppia la quantità di luce che passa.

La Profondità di campo: l'effetto più visibile del diaframma

Se la quantità di luce che il diaframma controlla fosse la sola cosa che esso influenza, sarebbe un parametro puramente tecnico senza particolari implicazioni creative. Ma il diaframma ha un secondo effetto, visivamente molto più rilevante e cinematograficamente molto più potente, che è quello sulla profondità di campo.

La profondità di campo è la zona di spazio, misurata lungo l'asse di ripresa, dalla fotocamera verso il soggetto, in cui i soggetti risultano a fuoco nell'immagine. I soggetti che si trovano all'interno di questa zona appaiono nitidi; quelli che si trovano al di fuori, sia più vicini alla fotocamera che più lontani, appaiono sfocati in misura proporzionale alla loro distanza dalla zona a fuoco.

La relazione tra diaframma e profondità di campo è questa: aperture grandi: numeri f/stop piccoli come f/1.4 o f/2  producono una profondità di campo ridotta, con solo una sottile fetta dello spazio intorno al piano di messa a fuoco effettivamente nitida e tutto il resto sfocato. Aperture piccole come numeri f/stop grandi come f/11 o f/16, producono una profondità di campo ampia, con una zona molto estesa di spazio nitida davanti e dietro al piano di messa a fuoco.

Questo sfocato prodotto dagli oggetti fuori dalla profondità di campo ha un nome giapponese diventato universale nella fotografia e nel cinema: bokeh. Un bokeh morbido e piacevole, caratterizzato da cerchi di sfocatura rotondi e uniformi, è considerato una qualità estetica pregiata degli obiettivi di alta qualità, e la sua presenza nell'immagine è diventata nel cinema contemporaneo uno dei marcatori visivi più riconoscibili della produzione di qualità.

Uso standard del diaframma

Nella produzione cinematografica standard il diaframma viene scelto in base a due considerazioni primarie: la necessità di luce e la profondità di campo desiderata per la scena specifica.

Per le riprese in esterni durante il giorno con luce solare abbondante, si lavora tipicamente con diaframmi chiusi come f/8, f/11  che garantiscono una profondità di campo ampia, utile per riprendere ambienti e paesaggi in cui si vuole che tutto sia nitido, dall'erba in primo piano alle montagne sullo sfondo. Per le riprese di personaggi in interni con illuminazione artificiale controllata, si lavora tipicamente con diaframmi medio-aperti come f/2.8, f/4  che permettono una quantità di luce sufficiente senza richiedere un'illuminazione eccessivamente intensa, e producono una profondità di campo moderata che tiene il protagonista a fuoco separandolo leggermente dallo sfondo.

Per i primi piani di attori nei dialoghi cioè la ripresa cinematografica più comune, si tende a lavorare con diaframmi abbastanza aperti, spesso tra f/2 e f/4, per due ragioni congiunte: catturare luce sufficiente con un'illuminazione non sempre abbondante, e produrre quella separazione tra il volto dell'attore e lo sfondo che porta l'attenzione dello spettatore esattamente dove deve stare.

Il Diaframma come strumento creativo: le eccezioni

Le eccezioni creative all'uso standard del diaframma sono tra le più visivamente spettacolari dell'intera palette di strumenti cinematografici.

L'uso di obiettivi a diaframma estremamente aperto cioè f/1.4, f/1.2 od anche f/0.95 in certi obiettivi specializzati, produce una profondità di campo così ridotta da diventare quasi inquietante: il piano di messa a fuoco è sottilissimo, di pochi centimetri, e tutto il resto dell'immagine è avvolto in un bokeh morbido e quasi liquido. Stanley Kubrick usò questa tecnica in modo rivoluzionario in "Barry Lyndon" del 1975, dove per girare scene illuminate esclusivamente da candele senza aggiungere luce artificiale usò un obiettivo fotografico adattato alla macchina da presa cinematografica con un'apertura di f/0.7, originariamente costruito dalla NASA per applicazioni spaziali. Il risultato visivo è di una bellezza pittorica senza precedenti nel cinema: immagini che sembrano dipinti di Vermeer o Rembrandt portati in movimento, con una qualità luminosa impossibile da ottenere con qualsiasi altra combinazione di parametri.

All'opposto, l'uso di diaframmi molto chiusi come f/16 o f/22, in riprese di soggetti fissi od in movimento lento produce un'immagine in cui tutto è a fuoco, dagli oggetti più vicini alla fotocamera fino all'orizzonte: questa profondità di campo totale viene usata deliberatamente in certi generi cinematografici come il western all'italiana, il cinema neorealista, certe correnti del cinema documentaristico, per comunicare visivamente l'idea che tutto nell'inquadratura abbia uguale peso e uguale importanza, che non ci sia una gerarchia visiva imposta dalla messa a fuoco ma che lo spettatore sia libero di esplorare l'intera superficie dell'immagine.

Un uso ancora più particolare e originale del diaframma come strumento narrativo è quello di cambiare l'apertura durante la ripresa, aprendo o chiudendo il diaframma progressivamente mentre la camera riprende la scena, per produrre un cambiamento della profondità di campo in ripresa continua. Questa tecnica che è tecnicamente complessa e spesso realizzata con meccanismi di controllo motorizzato del diaframma, permette di spostare l'attenzione visiva dello spettatore da un elemento dell'inquadratura ad un altro non attraverso il movimento della camera ma attraverso il cambiamento di cosa è a fuoco e cosa no, producendo un effetto di rivelazione progressiva di grande eleganza cinematografica.


PARTE TERZA: IL TEMPO DI ESPOSIZIONE - Shutter Speed

Cos'è e come funziona

Il tempo di esposizione, chiamato anche velocità dell'otturatore o shutter speed dall'inglese, è il parametro che determina per quanto tempo il sensore o la pellicola viene esposto alla luce durante la ripresa di ogni singolo fotogramma. È misurato in frazioni di secondo: 1/25, 1/50, 1/100, 1/500, 1/1000 di secondo sono valori tipici. Più il numero al denominatore è grande, più il tempo di esposizione è breve, ad esempio 1/1000 di secondo significa che il sensore è esposto alla luce per solo un millesimo di secondo per ogni fotogramma.

Nella ripresa cinematografica, a differenza della fotografia fissa, il tempo di esposizione ha una relazione specifica ed importante con il frame rate, cioè il numero di fotogrammi registrati per secondo. Il cinema tradizionale e la maggior parte delle produzioni video moderne registrano a 24 fotogrammi per secondo cioè significa che in un secondo vengono catturati e poi proiettati 24 immagini fisse distinte che la persistenza retinica dell'occhio umano fonde in un movimento continuo.

Esiste nella cinematografia una regola empirica fondamentale chiamata la regola del 180 gradi (ripresa dal meccanismo dell'otturatore rotante delle cineprese analogiche che apriva per metà della sua rotazione) che dice che il tempo di esposizione ottimale per una ripresa a 24 fotogrammi per secondo dovrebbe essere il doppio del periodo del fotogramma: se si gira a 24fps il tempo di esposizione ottimale è 1/48 di secondo, approssimato a 1/50 nelle fotocamere digitali. Se si gira a 25fps il tempo ottimale è 1/50. Se si gira a 30fps è 1/60.

Il Motion Blur: l'effetto visivo del tempo di esposizione

Quando la fotocamera riprende un soggetto in movimento con un tempo di esposizione relativamente lungo, il soggetto si sposta durante il tempo in cui il sensore è esposto alla luce e produce un'immagine sfocata nel senso del suo movimento: è quello che viene chiamato motion blur, ovvero il mosso da movimento. Questo non è un difetto: è una caratteristica fisica inevitabile della ripresa cinematografica e, quando è nella giusta quantità, è esattamente quello che produce la sensazione di fluidità e naturalezza nel movimento che siamo abituati a vedere al cinema.

Quando il tempo di esposizione è troppo breve rispetto al frame rate, per esempio 1/1000 di secondo su una ripresa a 24fps, ogni fotogramma cattura il soggetto in movimento in modo nitidissimo, completamente privo di motion blur. Quando questi fotogrammi vengono proiettati a 24fps il risultato è un movimento che appare innaturalmente duro, scattoso, come quello tipico dei film di guerra degli anni Quaranta o delle prime sequenze d'azione che usavano questa tecnica: un effetto che è stato poi usato deliberatamente in film come "Salvate il soldato Ryan" di Spielberg per le sequenze di combattimento, dove la durezza scattosa del movimento amplifica visivamente il senso di violenza e di caos.

Quando il tempo di esposizione è troppo lungo, per esempio 1/12 di secondo su una ripresa a 24fps, il motion blur diventa eccessivo ed il soggetto in movimento appare come una fantasmatica scia sfocata che può rendere l'immagine quasi illeggibile.

Uso standard del tempo di esposizione

L'uso standard del tempo di esposizione nella produzione cinematografica segue la regola del 180 gradi: 1/50 di secondo per riprese a 24 o 25fps, 1/60 per riprese a 30fps. Questo valore produce il giusto equilibrio tra nitidezza del soggetto ed un motion blur naturale, creando quel movimento fluido e organico che lo spettatore cinematografico percepisce come naturale perché è quello a cui decenni di cinema tradizionale lo hanno abituato.

In condizioni di luce abbondante, dove 1/50 di secondo esporrebbe il sensore a troppa luce producendo un'immagine sovraesposta e bruciata, si ricorre all'uso di filtri ND, neutral density, ovvero filtri grigi neutri che riducono la quantità di luce che raggiunge il sensore senza alterarne il colore o la qualità, permettendo di mantenere il tempo di esposizione a 1/50 anche in condizioni di piena luce solare. I filtri ND sono uno strumento fondamentale nella produzione cinematografica professionale e semi-professionale, e molte fotocamere moderne incorporano sistemi ND interni per la regolazione continua della quantità di luce.

Il Tempo di esposizione come strumento creativo: le eccezioni

Le possibilità creative del tempo di esposizione sono tra le più visivamente sorprendenti di tutti i parametri fotografici.

L'uso di tempi di esposizione molto lunghi, da mezzo secondo a diversi secondi, su soggetti in movimento produce immagini di una qualità quasi pittorica: le luci in movimento si trasformano in scie luminose continue, le persone in movimento diventano fantasmi sfuocati, l'acqua in movimento si trasforma in una seta morbida e irreale. Questa tecnica è usata nel cinema per sequenze oniriche, per rappresentare il flusso del tempo, per comunicare visivamente uno stato di alterazione percettiva o di memoria. Una cascata ripresa a 1/2 di secondo sembra seta liquida; la stessa cascata ripresa a 1/500 di secondo mostra ogni singola goccia d'acqua congelata nel suo percorso.

L'uso di tempi brevissimi come 1/500, 1/1000 o anche più veloci, permette di congelare completamente il movimento producendo immagini di una nitidezza che supera quella della percezione umana normale: un uccello in volo catturato a 1/2000 di secondo mostra ogni singola piuma del proprio corpo con una precisione che l'occhio umano non potrebbe mai percepire in tempo reale. Questa qualità di ultra-nitidezza del movimento congelato produce un effetto di straniamento percettivo che nel cinema di fantascienza o nel cinema surrealista viene usato deliberatamente per comunicare una realtà alternativa, rallentata, fuori dalla normale percezione temporale.

Un uso particolarmente sofisticato del tempo di esposizione è la tecnica dello slow motion (letteralmente movimento lento) che si ottiene non allungando il tempo di esposizione di ogni singolo fotogramma ma aumentando il frame rate di ripresa: girando a 120 od a 240 od anche a 1000 fotogrammi per secondo e poi proiettando a 24fps si ottiene un rallentamento del movimento proporzionale al rapporto tra i due frame rate. Una ripresa a 240fps proiettata a 24fps produce un rallentamento di 10 volte: un gesto che dura un secondo in realtà viene mostrato sullo schermo in dieci secondi. In questo caso il tempo di esposizione di ogni singolo fotogramma deve essere brevissimo (seguendo la regola del 180 gradi adattata al frame rate alto) per evitare un motion blur eccessivo che renderebbe il rallentamento confuso invece che cristallino.

 ______________________________________________________
Link alla seconda parte dell'articolo