Bisogna innanzitutto distinguere con chiarezza tra “ampliare una scena” da “allungare una scena”. Una scena diventa più ricca quando ogni elemento aggiunto, come ad esempio un gesto, un oggetto, un rumore, un’attesa, una reazione, un inserto,... modifica ciò che lo spettatore comprende o prova. Se invece non cambia nulla, si stanno soltanto aggiungendo secondi inutili.
COME AMPLIARE UNA SINGOLA SCENA
DI UNA SCENEGGIATURA
Aggiungere immagini, azioni, inserti e sottotesto
senza appesantire il racconto
Una delle difficoltà più frequenti nella scrittura di un cortometraggio nasce quando una scena, pur essendo corretta dal punto di vista narrativo, appare troppo semplice.
Un personaggio entra. Dice qualcosa. L’altro risponde. Accade ciò che era previsto. La scena termina.
Tecnicamente può funzionare. Ma spesso manca quella piccola quantità di vita, sorpresa, sottotesto e cinema capace di trasformare una scena funzionale in una scena che lo spettatore ricorda.
Il problema non si risolve semplicemente aggiungendo più dialoghi. Anzi, molto spesso è proprio il contrario.
Per ampliare una scena bisogna chiedersi: Che cosa possiamo far vedere, sentire o intuire allo spettatore senza spiegarglielo direttamente?
È da questa domanda che nasce una scena più cinematografica.
* AMPLIARE NON SIGNIFICA ALLUNGARE
Immaginiamo una scena molto semplice:
Luca entra in cucina. Vede Sara seduta al tavolo. Le comunica che deve partire. Sara gli chiede quando. Luca risponde: «Domani.»
La funzione narrativa è chiara. Luca partirà. Sara lo scopre.
Ma la scena potrebbe durare trenta secondi e lasciare pochissimo allo spettatore.
Potremmo allora aggiungere tre minuti di dialogo:
“Perché parti?” “Per lavoro.” “Quanto starai via?” “Non lo so.” “Perché non me l’hai detto?”
E così via.
La scena diventa più lunga. Non necessariamente migliore.
Possiamo invece aggiungere qualcosa di molto più piccolo.
Quando Luca entra, Sara sta preparando due tazze di caffè.
Quando lui dice: «Domani parto.» Sara guarda le due tazze.
Ne prende una e la svuota nel lavandino. Poi prende l’altra in mano e si siede.
Non dice nulla. Abbiamo aggiunto pochi secondi.
Ma la scena adesso contiene qualcosa in più.
Le due tazze significavano: noi due.
Il gesto di svuotarne una significa: da domani non saremo più noi due qui.
Questo significa ampliare una scena.
* OGNI AGGIUNTA DEVE AVERE UNA FUNZIONE
Quando si vuole arricchire una scena, conviene evitare l’errore di aggiungere elementi perché “fanno cinema”.
Un’inquadratura della pioggia. Fumare una sigaretta. Un gatto che passa. Un primo piano di un orologio. Una fotografia. Una canzone. Una telefonata.
Possono essere bellissimi. Ma la domanda rimane: Perché sono in questa storia?
Se l’orologio non ha alcuna relazione con il tempo narrativo, non serve.
Se la fotografia non rivela nulla, non serve.
Se la pioggia non cambia l’atmosfera o l’azione, può essere soltanto decorazione.
Ogni elemento dovrebbe almeno svolgere una delle seguenti funzioni:
- rivelare qualcosa sul personaggio;
- anticipare qualcosa;
- modificare il rapporto fra i personaggi;
- creare un ostacolo;
- aumentare la tensione;
- produrre un sottotesto;
- preparare qualcosa che tornerà più avanti;
- dare significato visivo a un’emozione;
- portare la scena verso una svolta.
* PARTIRE DALL’OBIETTIVO DEL PERSONAGGIO
Prima di ampliare una scena bisogna sapere che cosa vuole il personaggio.
Non in generale. In quella scena, ma nel racconto. Vuole convincere qualcuno? Vuole nascondere qualcosa? Farsi perdonare? Andarsene? Essere ascoltato? Evitare una domanda? Far ridere qualcuno? Ottenere un oggetto?
Una volta individuato l’obiettivo, si può ampliare la scena introducendo un elemento che lo renda più difficile.
Questo è molto più efficace che aggiungere semplicemente battute.
Supponiamo che una ragazza vuole chiedere al padre dei soldi.
Potrebbe semplicemente entrare e chiederglieli.
Ma immaginiamo che il padre stia contando lentamente le monete rimaste nel portafoglio.
Ora la stessa richiesta diventa più difficile.
La ragazza lo vede. Esita. Forse cambia le parole.
Non abbiamo cambiato il tema della scena. Lo abbiamo reso più forte.
* L’OSTACOLO PUÒ ESSERE PICCOLISSIMO
In un cortometraggio non servono sempre grandi eventi.
Un ostacolo può essere, ad esempio, un telefono che continua a squillare; una persona che non riesce a trovare le chiavi; una porta che non si apre; un bicchiere che cade; qualcuno che entra; un cane che abbaia; un treno che sta arrivando; una pentola che bolle; un bambino che ascolta; una stanza troppo piena di persone.
Il valore dell’ostacolo dipende da quanto interferisce con il bisogno del personaggio.
Un uomo vuole dire alla moglie: «Ti lascio.» Ma in quel momento il figlio piccolo entra e chiede aiuto per costruire un giocattolo.
La scena cambia completamente. Non perché il bambino sia straordinario.
Perché arriva nel momento peggiore possibile.
* GLI INSERTI DEVONO RACCONTARE
Un inserto è un’inquadratura breve dedicata ad un dettaglio.
Può essere una mano; un telefono; una fotografia; una chiave; un bicchiere; un messaggio; una scarpa; un oggetto rotto...
Ma un inserto funziona davvero quando possiede un significato.
Immaginiamo una donna che dice: «Non mi importa più niente di lui.»
Subito dopo vediamo la sua mano che continua a tenere la fede nuziale che si è appena tolta.
Il dialogo dice: non mi importa. Invece l’inserto dice: non è vero.
Ecco il sottotesto.
* IL SOTTOTESTO RENDE LA SCENA PIÙ GRANDE DELLE PAROLE
Una scena interessante raramente significa soltanto ciò che i personaggi dicono.
Due persone possono parlare di caffè mentre stanno discutendo della loro relazione.
Un uomo può chiedere: «Vuoi che chiuda la finestra?»
Ma magari ciò che sta realmente chiedendo è: «Vuoi che resti qui?»
Questa stratificazione rende una scena molto più ricca senza doverla riempire di spiegazioni.
Lo sceneggiatore dovrebbe quindi chiedersi: Che cosa dicono? e soprattutto: Che cosa stanno evitando di dire?
* L’AZIONE DURANTE IL DIALOGO
Un altro modo molto efficace per ampliare una scena consiste nell’evitare che i personaggi parlino stando immobili.
Facciamo compiere loro un’azione.
Ade esmpio: preparano la cena. Oppure piegano dei vestiti. O riparano una bicicletta. Sistemano scatole. Lavano piatti... O cercano qualcosa.
Queste azioni possono diventare parte del conflitto.
Un uomo prepara la valigia mentre sua moglie cerca di convincerlo a restare.
Ogni camicia che mette dentro la valigia è una risposta.
Non ha bisogno di dire: «Ho deciso.» Lo vediamo.
* UTILIZZARE LE REAZIONI
Molti sceneggiatori pensano soprattutto alle battute.
Ma spesso la parte migliore della scena è ciò che accade dopo una battuta.
Un personaggio riceve una notizia. Non tagliamo subito. Lasciamolo respirare, o guardare, e non rispondere, ma fargli spostare qualcosa, o sedersi.
Le reazioni permettono allo spettatore di partecipare.
Se ogni emozione viene immediatamente spiegata, non rimane niente da scoprire.
* IL SUONO PUÒ AMPLIARE UNA SCENA SENZA MOSTRARE NULLA
Un’altra possibilità molto cinematografica è utilizzare il fuori campo sonoro.
Un personaggio è seduto in cucina. Sentiamo una chiave nella serratura. Il suo volto cambia.
Non sappiamo ancora chi sta entrando.
Questa semplice informazione sonora crea un'attesa; della tensione; una domanda.
Oppure, ad esempio: una donna sta mentendo al telefono dicendo di essere sola.
Fuori campo sentiamo una doccia che si spegne.
Ora sappiamo che non è sola. Lo spettatore riceve una seconda storia senza che nessuno la racconti.
* UTILIZZARE GLI OGGETTI COME MEMORIA
Gli oggetti sono particolarmente utili nei cortometraggi perché permettono di condensare molto significato. Una fotografia. Una chiave. Una vecchia tazza. Una camicia. Una lettera. Un giocattolo.
Se un oggetto viene preparato bene, può raccontare anni.
Una donna svuota la casa del padre morto. Trova una vecchia tazza scheggiata. Potremmo semplicemente mostrarla.
Ma se in una scena precedente avevamo visto una fotografia di lei bambina con il padre che beve proprio da quella tazza, allora l’oggetto cambia completamente significato.
Questo è il setup e payoff: prima prepariamo e poi facciamo ritornare l'elemento.
* IL CONTRASTO PRODUCE SPESSO LE SCENE MIGLIORI
Un momento drammatico non deve necessariamente avvenire in un ambiente triste. A volte è più forte il contrario.
Una coppia si lascia durante una festa.
Un uomo riceve una brutta notizia mentre tutti cantano “Tanti auguri”.
Una donna piange mentre fuori passa una banda musicale.
Il contrasto evita la ridondanza.
Tristezza + ambiente triste = conferma.
Tristezza + ambiente allegro = conflitto.
Ed è spesso tutto molto più cinematografico.
* IL TEMPO PUÒ DIVENTARE PARTE DELLA SCENA
Inserire una scadenza è un altro metodo efficace.
Il treno parte tra cinque minuti. O la torta sta bruciando. Il negozio sta chiudendo. O manca poco alla mezzanotte. Un taxi aspetta fuori.
Ora il dialogo non avviene nel vuoto. Ha un limite. Ed ogni secondo acquista valore.
* LA PICCOLA SVOLTA
Una buona scena dovrebbe possibilmente non terminare esattamente come era iniziata.
Qualcosa dovrebbe essere cambiato.
E non necessariamente in maniera clamorosa.
All’inizio lui vuole convincerla.
Alla fine è lei che convince lui.
Oppure: all’inizio due persone litigano mentre alla fine scoprono che entrambe stavano mentendo.
Od ancora: all’inizio un uomo cerca un oggetto ed alla fine lo trova ma decide di non usarlo.
La scena acquista così una sua piccola struttura.
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