Cosa si può imparare da Il mattatore di Dino Risi:
la commedia della truffa, del travestimento e
della malinconia italiana

Un film costruito intorno ad una parola: “mattatore”

Il mattatore Vittorio GassmanIl mattatore, diretto da Dino Risi e uscito nel 1960, è uno di quei film che sembrano nascere da una parola prima ancora che da una trama. “Mattatore” significa dominatore della scena, attore capace di occupare lo spazio, di attirare lo sguardo, di piegare il ritmo dello spettacolo alla propria presenza. Nel caso di Vittorio Gassman, il termine diventa quasi una definizione fisica, vocale, morale: un corpo alto, elastico, nervoso, un volto mobile, una voce teatrale capace di passare dall’enfasi solenne alla beffa popolare, dal tono aristocratico alla caricatura, dalla seduzione alla smorfia.

Il film si fonda proprio su questa idea: raccontare un uomo che vive recitando. Gerardo Latini non è soltanto un truffatore. È un attore mancato, un interprete senza palcoscenico ufficiale, un professionista dell’apparenza che trasforma la vita quotidiana in una scena. Per lui ogni porta, ogni salotto, ogni strada, ogni ufficio, ogni ristorante può diventare un teatro. Il raggiro è la sua rappresentazione; la vittima è il suo pubblico; il travestimento è il suo costume; il colpo ben riuscito è l’applauso che non ha mai ricevuto in modo legittimo.

Qui sta il primo grande insegnamento del film: una commedia può nascere da un carattere, non solo da una situazione. La sceneggiatura de Il mattatore non è organizzata come una commedia lineare in cui un protagonista affronta un unico obiettivo crescente. È piuttosto una raccolta di maschere, episodi, imbrogli, variazioni comiche. A tenerla unita non è la compattezza dell’intreccio, ma la forza centrifuga del personaggio. Gerardo Latini è il filo che attraversa tutto: ogni episodio è un modo diverso di verificare la stessa domanda narrativa. Fin dove può arrivare un uomo che sa essere chiunque tranne se stesso?


La sceneggiatura: una struttura a episodi tenuta insieme dal carisma

Uno degli aspetti più istruttivi del film è la sua costruzione episodica. Il mattatore appartiene ad una forma di commedia italiana molto vicina al varietà, allo sketch, alla farsa, al racconto picaresco. Non procede con l’architettura classica di una storia unica e progressiva, ma con una successione di truffe, ricordi, travestimenti e situazioni. La cornice narrativa consente a Gerardo di raccontare il proprio passato e di trasformare la memoria in spettacolo. In pratica, il film usa il meccanismo del racconto retrospettivo per introdurre una serie di numeri comici.

Questa scelta è fondamentale. Ogni episodio può avere un proprio tono: ora la farsa, ora la commedia sentimentale, ora il gioco criminale, ora il numero da varietà, ora la caricatura sociale. Il risultato è un film irregolare, ma vivo. Non bisogna giudicarlo soltanto con i criteri della sceneggiatura drammatica compatta: bisogna considerarlo come un mosaico comico, dove ogni tessera ha il compito di mostrare una diversa abilità del protagonista.

Dal punto di vista della scrittura, si può imparare molto. La struttura ad episodi funziona quando esiste un elemento unificante molto forte. In Il mattatore gli elementi unificanti sono almeno quattro: il personaggio di Gerardo, il tema della recitazione come truffa, il rapporto con le figure femminili e con i complici, ed il tono di commedia morale, cioè quella capacità di far ridere mostrando un difetto umano. La sceneggiatura non domanda allo spettatore di seguire una grande trama, ma di seguire un’energia: l’energia trasformistica di Gassman.

Il film, dunque, insegna che l’episodio non deve essere una digressione gratuita. Deve essere una variazione sul tema. Ogni truffa deve aggiungere qualcosa: una nuova maschera, una nuova vittima, una nuova classe sociale osservata, una nuova sfumatura del protagonista. Se l’episodio mostra solo un trucco, si esaurisce nella gag. Se invece mostra anche un tratto psicologico, un ambiente, un vizio collettivo, allora diventa cinema di costume.

 

Una commedia della truffa, ma non una celebrazione della disonestà

A prima vista Il mattatore potrebbe sembrare un film che si diverte a celebrare l’imbroglio. Gerardo è brillante, rapido, fantasioso. Le sue truffe hanno spesso la forma di piccoli spettacoli perfettamente congegnati. Lo spettatore, quasi inevitabilmente, finisce per ammirare la sua intelligenza scenica. Però Dino Risi non trasforma mai completamente Gerardo in un eroe positivo. Lo guarda con simpatia, ma anche con ironia; gli concede fascino, ma gli lascia addosso una debolezza morale; lo rende divertente, ma non innocente.

Questo equilibrio è uno degli elementi più raffinati del film. La commedia all’italiana ha spesso lavorato su personaggi moralmente discutibili: furbi, opportunisti, pavidi, seduttori, imbroglioni, piccoli arrampicatori sociali. Il suo segreto non consiste nel condannarli frontalmente, ma nel farli agire fino a rivelare da soli la propria contraddizione. Gerardo non viene smascherato perché qualcuno pronuncia una lezione morale contro di lui. Viene smascherato dalla sua stessa esibizione. La sua vanità è il suo motore ed, insieme, la sua trappola.

In questo senso, il film parla di un’Italia in cui la truffa diventa quasi un’arte minore, una forma distorta di intelligenza sociale. Non siamo nel noir, non siamo nel crimine violento, non siamo nella tragedia giudiziaria. Siamo nel mondo del “bidone”, dell’espediente, del colpo di teatro, dell’arrangiarsi. La truffa viene messa alla berlina perché è ridicola, teatrale, spesso sproporzionata rispetto al guadagno. Non è solo reato: è sintomo. Indica una società in cui il talento può non trovare sbocchi nobili ed allora si degrada in furbizia.

Il film non dice: “Ammirate i truffatori”. Dice qualcosa di più sottile: “Guardate quanto teatro c’è nella vita sociale, quanto desiderio di apparire, quanto bisogno di credere alle maschere”. Le vittime di Gerardo non sono soltanto ingenue; spesso sono predisposte ad essere ingannate perché desiderano qualcosa: prestigio, affari, vantaggi, riconoscimento, sicurezza. La truffa riesce perché incontra una fragilità. E questa è una grande lezione di scrittura comica: una gag funziona meglio quando non colpisce un bersaglio casuale, ma un desiderio umano riconoscibile.

 

Vittorio Gassman: il corpo come sceneggiatura

Il cuore del film è Vittorio Gassman. Non semplicemente la sua interpretazione, ma la sua presenza come principio costruttivo. In Il mattatore Gassman non recita un personaggio: recita un personaggio che recita altri personaggi. Questa stratificazione è decisiva. Gerardo Latini è già una maschera; dentro Gerardo si aprono altre maschere; dentro ogni travestimento compare, per lampi, l’attore che gode del proprio potere.

Gassman usa tutto: altezza, postura, volto, voce, passo, mani, tempi di pausa. Quando Gerardo assume un’identità, non cambia soltanto costume. Cambia ritmo corporeo. Può diventare nobile, tecnico, militare, seduttore, imbonitore, vittima apparente, uomo di mondo, ingenuo, autorità, servitore. Ogni figura nasce da una diversa organizzazione del corpo. Questo è uno degli insegnamenti più preziosi per un attore: il travestimento non è solo abito, trucco o parrucca. È comportamento. È gravità. È modo di occupare lo spazio.

Gassman possedeva una formazione teatrale fortissima, ed il film sfrutta proprio questa ricchezza. Ma Risi non si limita a filmare del teatro. Cerca di trasformare il virtuosismo teatrale in movimento cinematografico. La macchina da presa osserva Gassman mentre entra e domina gli ambienti, mentre sposta l’attenzione degli altri personaggi, mentre costruisce una menzogna attraverso il gesto. L’attore diventa una specie di montaggio vivente: cambia registro prima ancora che il film cambi scena.

Il pubblico fu conquistato anche per questo. Non vedeva soltanto una storia di imbrogli. Vedeva un attore che dimostrava, con una chiarezza quasi didattica, che la recitazione può essere metamorfosi. Gassman rende visibile l’artificio, ma invece di distruggere l’illusione la moltiplica. Lo spettatore sa che sta guardando una maschera, e proprio per questo si diverte di più. Il piacere non nasce dal credere ingenuamente alla finzione, ma dal vedere quanto bene la finzione viene fabbricata.

 

Gerardo Latini: un artista fallito od un artista deviato?

Gerardo è una figura più malinconica di quanto sembri. La sua comicità nasce da un fallimento originario: avrebbe potuto essere attore, ma non ha trovato o non ha saputo trovare il proprio posto nell’arte legittima. Allora porta il teatro nella truffa. Questo spostamento dà al film una sfumatura amara. Gerardo non è solo un furbo. È un talento disperso.

Questa dimensione umana è essenziale per capire perché Il mattatore non sia una semplice commedia di gag. Dietro il riso c’è una domanda dolorosa: che cosa accade ad una persona dotata di talento quando non trova una forma sociale pulita per esprimerlo? Il film risponde in modo comico e crudele: quel talento può diventare manipolazione. La capacità di capire gli altri può diventare capacità di ingannarli. La fantasia può diventare frode. L’attore mancato può diventare impostore.

Eppure Risi non lo guarda con odio. Lo osserva con una specie di indulgenza disincantata. Gerardo è colpevole, ma è anche infantile. È vanitoso, ma anche bisognoso di applauso. Ama il rischio, ma soprattutto ama il momento in cui gli altri credono alla sua invenzione. È un uomo che non sa vivere senza pubblico. Per questo il film è anche sentimentale ed umano. Non perché assolva tutto, ma perché riconosce la povertà emotiva che sta dietro l’esibizione.

Gerardo ha bisogno di essere ammirato. Questa è la sua vera dipendenza. Il denaro, in fondo, sembra talvolta secondario rispetto al piacere del colpo riuscito. La truffa è la prova del suo talento. Ogni vittima convinta equivale ad uno spettatore sedotto. Ogni travestimento riuscito è una recensione favorevole. Ogni fuga dall’arresto è un’uscita di scena.

 

Il ruolo degli altri personaggi: spalle, specchi e controcanti

Un film costruito su un mattatore rischia sempre di schiacciare tutti gli altri personaggi. Il mattatore evita in parte questo rischio grazie alla presenza di interpreti che funzionano come spalle, ostacoli, specchi e controcanti. Peppino De Filippo, in particolare, porta una comicità diversa da quella di Gassman. Dove Gassman è espansivo, verticale, teatrale, elastico, Peppino lavora spesso di misura, di faccia, di sottrazione, di tempi più bassi e popolari. Il contrasto è prezioso: impedisce al film di diventare soltanto esibizione atletica.

Il personaggio di Chinotto rappresenta il versante più artigianale della truffa, meno splendente ma più terreno. Se Gerardo tende al numero d’attore, Chinotto rimanda alla concretezza del complice, alla piccola malavita, alla comicità napoletana dell’astuzia pratica. Il loro rapporto funziona perché non sono identici: uno vuole dominare la scena, l’altro la abita con una naturalezza più dimessa. La differenza crea ritmo.

Le figure femminili hanno una funzione altrettanto importante. Elena e Annalisa non sono soltanto presenze ornamentali. Appartengono a due dimensioni del film: la complicità ed il tentativo di redenzione, l’attrazione per il gioco ed il desiderio di normalità. Attraverso di loro, la commedia della truffa si apre alla commedia sentimentale. Gerardo non è solo un imbroglione pubblico; è anche un uomo privato, coinvolto in relazioni dove la maschera non può reggere all’infinito.

Il sentimento, nel film, non cancella la farsa. La addolcisce. Introduce una domanda: può un uomo che ha vissuto di finzioni diventare sincero? La risposta resta ambigua, come spesso accade nella migliore commedia italiana. La redenzione sembra possibile, ma mai definitiva. Gerardo può promettere, può emozionarsi, può mostrarsi vulnerabile; tuttavia la sua vocazione alla scena torna sempre a richiamarlo.

 

Dino Risi: leggerezza apparente, precisione morale

Dino Risi è spesso ricordato per la sua capacità di raccontare l’Italia senza prediche, attraverso personaggi comici che rivelano ferite sociali. In Il mattatore questa qualità è già evidente, anche se il film ha un tono più farsesco e meno compiutamente amaro rispetto ad altri suoi capolavori successivi. Risi lascia che la commedia corra, che Gassman si espanda, che gli episodi si accumulino. Ma sotto la superficie brillante c’è uno sguardo molto preciso.

La regia di Risi non è moralistica. Non ferma il film per spiegare il significato delle azioni. Non appesantisce il tono con dichiarazioni sociali esplicite. Preferisce far emergere il costume attraverso il comportamento. Le truffe di Gerardo attraversano ambienti, classi, desideri, piccoli rituali del vivere italiano. Si ride degli imbrogli, ma anche dei contesti che li rendono possibili: il culto dell’apparenza, il rispetto automatico per l’autorità, la credulità verso il titolo altisonante, il fascino dell’affare, il bisogno di promozione sociale.

Risi capisce che la commedia è più forte quando non sembra voler dimostrare troppo. Il suo cinema spesso lavora per accumulo: una battuta, un gesto, un volto secondario, un ambiente, una situazione apparentemente leggera. Poi, a distanza, lo spettatore comprende che ha visto una radiografia. In Il mattatore la radiografia riguarda l’Italia del travestimento sociale: un Paese in cui molti vogliono sembrare più importanti, più ricchi, più colti, più rispettabili, più furbi di quanto siano.

Il film mostra anche una qualità tipica di Risi: l’attenzione al ritmo. Anche quando la struttura è episodica, il regista sa che la commedia vive di tempi. Una gag troppo lunga muore, una gag troppo breve non matura. Il gesto di Gassman deve avere spazio, ma non deve diventare pura autocompiacenza. Risi lavora come un direttore d’orchestra: lascia il solista in primo piano, ma cerca di tenere insieme l’ensemble.

 

La commedia drammatica: ridere dell’imbroglio, sentire la solitudine

Definire Il mattatore solo una commedia sarebbe riduttivo. È una commedia brillante, certamente, ma contiene un nucleo drammatico e sentimentale. La malinconia non arriva attraverso grandi scene lacrimose; arriva per contrasto. Più Gerardo si trasforma, più sembra sfuggire ad un’identità stabile. Più fa ridere, più si percepisce il vuoto che lo costringe a recitare sempre.

Questa è una delle ragioni per cui il film può ancora parlare ad uno spettatore contemporaneo. La società attuale conosce benissimo il tema della performance permanente: apparire, cambiare ruolo, adattarsi, vendersi, costruire immagini di sé. Gerardo Latini è un antenato comico dell’uomo che vive di identità provvisorie. Naturalmente il suo mondo è quello della truffa analogica, dei pacchi sostituiti, dei travestimenti fisici, delle telefonate, dei salotti e degli incontri faccia a faccia. Ma il principio è modernissimo: chi controlla la rappresentazione controlla la realtà.

Il lato umano del film nasce dal fatto che Gerardo non è mai completamente mostruoso. È irresponsabile, bugiardo, narcisista, ma anche vitale, creativo, quasi ingenuo nel suo bisogno di esibirsi. La dolcezza del film sta in questo sguardo non feroce. Risi non lo schiaccia sotto il peso della colpa; lo lascia vivere nella sua contraddizione. La malinconia nasce proprio dalla sproporzione tra l’energia del personaggio e la povertà morale del suo destino.

La commedia drammatica italiana funziona spesso così: non separa il riso dal dolore, ma li sovrappone. Lo spettatore ride di Gerardo e, nello stesso tempo, intuisce che quell’uomo è prigioniero del proprio talento. Non può smettere di recitare, perché fuori dalla recita rischia di non essere nessuno.

 

La parte tecnica: il bianco e nero come grammatica morale

Il film è girato in bianco e nero, e questa scelta non deve essere considerata soltanto un dato storico. Il bianco e nero del film contribuisce a dare unità da una materia narrativa molto mobile. Poiché il film passa da un episodio all’altro, da un travestimento all’altro, da un ambiente all’altro, l’immagine monocromatica diventa una cornice comune. Tutto appartiene allo stesso mondo visivo: salotti, strade, palcoscenici, stanze, uffici, luoghi della truffa e luoghi della memoria.

Il bianco e nero aiuta anche il volto di Gassman. Un attore trasformista ha bisogno che il viso sia leggibile. Le ombre, i contrasti, i tagli di luce e la plasticità del chiaroscuro permettono di sottolineare zigomi, occhi, bocca, espressioni improvvise. In un film fondato sulla metamorfosi, il volto è il principale campo d’azione. La fotografia deve registrare il cambiamento, ma anche renderlo elegante.

Il formato largo consente inoltre di organizzare la scena in modo teatrale e cinematografico insieme. Gassman può muoversi dentro l’inquadratura, dominare un lato del quadro, contrapporsi agli altri personaggi, entrare come un corpo scenico imponente. Nei momenti migliori, la composizione lascia respirare il gruppo: il protagonista al centro od in posizione dominante, le vittime ed i complici distribuiti come pubblico interno alla scena.

La tecnica del film non cerca l’esibizione virtuosistica fine a se stessa. Non siamo davanti a un bianco e nero espressionista, né a una ricerca fotografica cupa. Siamo in una commedia di ritmo, dove l’immagine deve servire la recitazione. Tuttavia questa apparente semplicità è istruttiva: la fotografia di commedia non deve essere trascurata. Deve rendere chiari gli spazi, leggibili i gesti, credibili gli ambienti, precisi i rapporti tra i personaggi. In una commedia di travestimenti, lo spettatore deve capire subito chi finge, chi crede, chi sospetta, chi domina la situazione.

 

Il rapporto tra cinema, teatro e televisione

Il mattatore è particolarmente interessante perché si trova in un punto d’incontro tra tre linguaggi: teatro, televisione e cinema. Gassman porta con sé la grande tradizione teatrale: voce impostata, presenza fisica, capacità di sostenere il centro della scena. Il titolo richiama anche il successo televisivo che aveva mostrato al pubblico un Gassman ironico e parodistico. Il cinema di Risi prende questi elementi e li trasforma in racconto filmico.

Questa miscela spiega una parte del fascino del film. Lo spettatore non vede solo un personaggio, vede un evento attoriale. Vede il teatro che entra nella commedia cinematografica, vede la televisione che contribuisce a creare un’immagine pubblica dell’attore, vede il cinema che prova a fissare quella immagine in una forma narrativa. Il mattatore è quindi anche un documento sul divismo italiano nel momento in cui il divo non è più soltanto volto romantico o drammatico, ma può diventare performer totale.

Il film insegna che un’opera può nascere dall’intersezione dei media. Un attore può portare al cinema una fama televisiva, una tecnica teatrale, un repertorio comico, un’immagine pubblica già riconoscibile. La sceneggiatura deve allora saper costruire un dispositivo adatto a lui. Non avrebbe senso mettere questo Gassman in una commedia minimalista e trattenuta. Il film gli costruisce intorno una macchina di variazioni, perché il suo talento ha bisogno di cambiare forma di continuo.

 

Le truffe come piccoli atti teatrali

Ogni truffa del film può essere letta come un atto teatrale in miniatura. C’è una preparazione, un ingresso in scena, un costume, un personaggio da interpretare, un pubblico da convincere, un momento di tensione, una battuta risolutiva, una fuga o una rivelazione. La differenza tra teatro e truffa è morale, non tecnica. Entrambi richiedono credibilità, ritmo, ascolto, gestione dello spazio, capacità di improvvisare.

Da questo punto di vista, Il mattatore è un manuale comico sulla recitazione applicata alla vita. Gerardo osserva le persone, ne intuisce i punti deboli, adatta la propria maschera, usa la voce giusta. È un attore che non recita un testo scritto, ma una partitura sociale. La sua arte consiste nel capire quale figura gli altri sono disposti a riconoscere come autorevole.

Questa intuizione è ancora validissima per chi scrive commedie. La truffa funziona quando non è arbitraria. Il truffatore deve indossare una maschera che la vittima desidera o teme. Un falso funzionario funziona perché qualcuno crede nel potere della burocrazia. Un falso aristocratico funziona perché qualcuno subisce il fascino del prestigio. Un falso tecnico funziona perché qualcuno si affida alla competenza. Il travestimento rivela così la psicologia della vittima e la struttura sociale del mondo rappresentato.

 

Il pubblico conquistato: perché il film funziona oltre la sua trama

Il film conquistò e continua ad interessare perché offre tre piaceri simultanei. Il primo è il piacere della gag: vedere come la truffa viene preparata, come si sviluppa, come rischia di fallire, come viene risolta. Il secondo è il piacere attoriale: osservare Gassman cambiare registro, postura, voce, identità. Il terzo è il piacere del riconoscimento sociale: ridere di vizi italiani riconoscibili, di piccole vanità, di credulità, di fame di prestigio.

La critica, anche quando non ha sempre considerato il film un capolavoro assoluto, ha riconosciuto spesso la centralità dell’interpretazione di Gassman e l’efficacia dell’ingranaggio comico. Il pubblico, dal canto suo, poteva trovare nel film una forma di divertimento immediata ma non stupida. Gli episodi truffaldini erano leggeri, ma parlavano di un mondo vero: un’Italia che usciva dalla povertà e si avviava verso il boom, dove la voglia di salire socialmente rendeva molti personaggi vulnerabili all’apparenza.

L’elemento “inaspettatamente conquistatore” sta proprio qui: il film poteva sembrare un semplice veicolo comico per un grande attore, un prodotto costruito sul suo trasformismo. Invece, sotto la superficie, coglie un tratto profondo del carattere nazionale: la teatralità sociale. In Italia, suggerisce il film, tutti recitano un po’. Il truffatore è solo colui che porta questa recita al livello più esplicito, più tecnico, più sfacciato.

 

La malinconia e la dolcezza: il segreto sotto la farsa

Il tono del film non è mai disperato, ma non è nemmeno completamente allegro. La malinconia nasce dal rapporto tra energia e spreco. Gerardo è troppo dotato per essere soltanto un piccolo criminale, ma troppo vanitoso e instabile per diventare davvero altro. Questo spreco di talento genera una tristezza leggera, quasi nascosta. Si ride perché l’uomo è brillante; si prova amarezza perché quella brillantezza non costruisce nulla di durevole.

La dolcezza, invece, deriva dal fatto che Risi lascia ai personaggi una residua umanità. Anche quando li prende in giro, non li disprezza in modo totale. La commedia italiana migliore sa essere spietata senza essere gelida. Qui il riso ha una temperatura umana. Gerardo può essere ridicolo, ma non è un bersaglio da annientare. È una creatura di spettacolo, un uomo prigioniero della propria capacità di fingere.

Questa miscela di malinconia e dolcezza è una lezione essenziale per chi vuole scrivere o dirigere commedie. La comicità più duratura non nasce solo dalla battuta, ma dalla compassione controllata. Se il personaggio è soltanto una macchietta, lo spettatore ride e dimentica. Se invece la macchietta lascia intravedere una ferita, lo spettatore ride e conserva qualcosa.

 

Che cosa può imparare uno sceneggiatore

Da Il mattatore uno sceneggiatore può imparare almeno 5 principi importanti.

Primo: un protagonista fortissimo può sostenere una struttura frammentaria. Se il personaggio ha un desiderio chiaro, una contraddizione interna ed una qualità spettacolare, gli episodi diventano variazioni e non dispersioni.

Secondo: la comicità deve nascere da un difetto umano. Gerardo non fa ridere solo perché si traveste; fa ridere perché è vanitoso, perché ama il rischio, perché crede nella propria superiorità scenica. La gag è l’espressione esterna di un vizio interiore.

Terzo: ogni episodio deve avere un piccolo arco. Anche lo sketch più breve ha bisogno di preparazione, sviluppo, sorpresa e conseguenza. La commedia non è caos: è meccanica di precisione.

Quarto: il personaggio comico non deve essere completamente spiegato. Gerardo conserva una zona di ambiguità. È artista od impostore? È innamorato o manipolatore? Vuole cambiare o vuole soltanto recitare il cambiamento? Questa ambiguità lo rende più vivo.

Quinto: il tono può essere leggero ed insieme critico. Non serve appesantire la commedia con discorsi espliciti sulla società. Basta scegliere situazioni che rivelino rapporti di potere, desideri, illusioni collettive.

 

Che cosa può imparare un regista

Un regista può imparare da Il mattatore il valore della fiducia nell’attore. Risi sa che Gassman è il centro del film e non combatte contro questa evidenza. Non cerca di ridurlo, non lo comprime in una regia invisibile, non lo mette al servizio di una trama rigida. Gli costruisce intorno un dispositivo elastico.

Ma fidarsi dell’attore non significa lasciarlo senza controllo. Il regista deve creare ritmo, scegliere i tempi, alternare primi piani e campi più larghi, dare spazio alle reazioni degli altri personaggi. In una commedia di trasformismo, le reazioni sono fondamentali. Non basta vedere il truffatore che mente; bisogna vedere qualcuno che gli crede, qualcuno che dubita, qualcuno che viene sedotto.

Il film insegna anche l’importanza dell’equilibrio tra numero e racconto. Ogni grande attore può essere tentato dall’esibizione. Il regista deve permettere il virtuosismo, ma inserirlo in una traiettoria. Risi lascia che Gassman esploda, ma cerca sempre di riportare l’esplosione dentro la commedia di costume.

 

Che cosa può imparare un direttore della fotografia

Dal punto di vista fotografico, Il mattatore dimostra che la commedia in bianco e nero richiede chiarezza, non banalità. La luce deve permettere al pubblico di leggere le espressioni, seguire l’azione, distinguere i personaggi, percepire l’ambiente. Però può anche aggiungere eleganza, profondità, contrasti morali.

Un volto come quello di Gassman, così mobile e strutturato, ha bisogno di una fotografia che ne valorizzi la plasticità. Il bianco e nero può accentuare il carattere quasi scultoreo della sua presenza. Ogni maschera diventa una diversa combinazione di linea, ombra, costume, postura.

La lezione tecnica è chiara: quando un film è fondato sull’attore, la fotografia deve pensare all’attore come paesaggio principale. Non significa rinunciare agli ambienti, ma organizzarli intorno alla performance. Il direttore della fotografia deve chiedersi: che cosa deve vedere lo spettatore in questo momento? La trasformazione? L’inganno? La reazione? Il dettaglio del costume? La tensione tra volto e spazio?

 

Che cosa può imparare un attore

Per un attore, Il mattatore è una palestra. Gassman mostra che la trasformazione non è imitazione superficiale. È costruzione completa di un comportamento. Ogni identità inventata da Gerardo ha un centro fisico e vocale. L’attore deve sapere dove mettere il peso del corpo, come respirare, come guardare, come occupare il silenzio.

Il film insegna anche il valore del ritmo interno. Un personaggio truffaldino deve pensare più velocemente degli altri, ma non deve sembrare sempre agitato. A volte la sicurezza nasce dalla lentezza, dal controllo, dalla calma. Gassman alterna accelerazioni e pause, enfasi e sottigliezza, espansione e controllo.

L’attore contemporaneo può imparare soprattutto questo: non basta cambiare faccia, bisogna cambiare logica. Ogni maschera deve avere un modo diverso di desiderare, temere, dominare, sedurre. Solo così il trasformismo diventa arte e non semplice caricatura.

 

Un film dentro l’Italia del passaggio

Il mattatore appartiene ad una Italia che sta cambiando. La ricostruzione è alle spalle, il boom economico si avvicina o è già in movimento, le città crescono, i consumi aumentano, le periferie si espandono, i rapporti sociali si trasformano. In questo contesto, la truffa comica diventa il rovescio della mobilità sociale. Se tutti vogliono migliorare posizione, immagine, reddito e prestigio, allora il falso diventa una scorciatoia narrativa potentissima.

Gerardo è un prodotto di quel passaggio. Non appartiene più alla povertà neorealista, ma non è ancora l’uomo integrato del benessere. È un acrobata tra mondi: teatro e strada, legalità ed illegalità, famiglia e avventura, identità e maschera. La sua mobilità continua rispecchia una società in cui tutto sembra possibile, ma non tutto è solido.

Questa dimensione storica dà profondità al film. Gli imbrogli non sono solo numeri comici, ma piccoli sintomi di una modernizzazione confusa. La nuova Italia crede nei titoli, nei ruoli, nei tecnici, nelle autorità, negli affari, nei segni esteriori del successo. Gerardo usa proprio questi segni come strumenti di manipolazione. È un falsario di modernità.

 

Il limite del film: la frammentazione come rischio

Proprio ciò che rende Il mattatore brillante ne costituisce anche il limite. La struttura episodica può dare una sensazione di discontinuità. Alcuni episodi sembrano più riusciti di altri; alcune gag possono apparire più forti della progressione narrativa; alcuni personaggi secondari avrebbero potuto avere maggiore sviluppo. Il film è costruito come un veicolo per Gassman, e questo comporta un rischio: quando il protagonista domina troppo, il mondo intorno può diventare funzionale, meno autonomo.

Questo non diminuisce l’interesse dell’opera, ma permette di guardarla criticamente. Il mattatore non ha la compattezza morale e narrativa di altri film più maturi della commedia all’italiana. È più vicino alla prova generale, al laboratorio, al grande esercizio di stile attoriale. Ma proprio per questo è prezioso: mostra un momento di trasformazione, sia nella carriera di Gassman sia nel rapporto tra Risi e la commedia di costume.

Il film è forse più importante come dispositivo che come racconto perfetto. Non tutto è equilibrato, non tutto è profondo allo stesso modo, ma l’insieme possiede una vitalità rara. E nel cinema la vitalità, quando è sostenuta da talento autentico, può superare molte imperfezioni strutturali.

 

L’anima del film

L’anima del film Il mattatore sta in una contraddizione semplice e bellissima: l’uomo che sa fingere tutto non sa liberarsi dalla propria verità. Gerardo può essere mille persone, ma resta sempre Gerardo: vanitoso, brillante, fragile, seducente, irresponsabile, umano. La sua condanna è il suo dono. Sa trasformarsi, ma non sa cambiare davvero.

Dino Risi capisce che questo è materiale da commedia, ma anche da ritratto malinconico. Non trasforma Gerardo in un criminale minaccioso, né in un santo della fantasia. Lo lascia in mezzo: artista e truffatore, marito e bugiardo, seduttore e bambino, professionista della maschera e uomo senza volto definitivo.

Da qui nasce la persistenza del film. Il mattatore non è solo un titolo della filmografia di Risi od una prova di bravura di Gassman. È una riflessione comica sul rapporto tra identità e spettacolo. Ci dice che la società crede spesso alle maschere perché ne ha bisogno. Ci dice che il talento, senza disciplina morale, può diventare imbroglio. Ci dice che la risata può contenere nostalgia. E ci ricorda che, nella commedia italiana, anche il furbo più scintillante porta addosso una piccola ombra.

 

Punti positivi del film

  1. Vittorio Gassman in stato di grazia
    Il film valorizza pienamente la sua capacità trasformistica, la sua voce, il suo corpo e il suo dominio scenico.
  2. Una struttura episodica vivace
    La successione di truffe e travestimenti mantiene il film mobile, vario, ricco di cambi di tono.
  3. Un protagonista memorabile
    Gerardo Latini è comico, ambiguo, vanitoso, fragile: un personaggio che resta impresso.
  4. Il rapporto tra teatro e cinema
    Il film usa la matrice teatrale di Gassman senza rinunciare al ritmo cinematografico.
  5. La regia agile di Dino Risi
    Risi accompagna il virtuosismo dell’attore con una direzione leggera, chiara e funzionale.
  6. Il tono da commedia all’italiana nascente
    Si ride, ma si intravede già una critica ai vizi sociali, alla furbizia e all’apparenza.
  7. La comicità dei travestimenti
    Le trasformazioni di Gassman sono il motore spettacolare del film e offrono momenti di grande divertimento.
  8. La presenza di Peppino De Filippo
    La sua comicità più misurata bilancia l’esuberanza gassmaniana.
  9. Il bianco e nero elegante
    La fotografia valorizza volti, gesti, costumi e contrasti, dando unità visiva agli episodi.
  10. La critica della credulità sociale
    Il film mostra come le persone credano facilmente ai ruoli, ai titoli, alle apparenze.
  11. Una malinconia sottile
    Dietro la farsa si percepisce lo spreco di un talento che avrebbe potuto trovare una strada più alta.
  12. La capacità di raccontare un’epoca
    Le truffe riflettono un’Italia in trasformazione, attratta da prestigio, denaro e mobilità sociale.
  13. Il ritmo da varietà cinematografico
    Il film conserva il piacere del numero comico senza diventare semplice registrazione teatrale.
  14. Il doppio livello del personaggio
    Gerardo recita sempre, ma la sua recita rivela una verità psicologica.
  15. La scrittura corale
    La presenza di più autori contribuisce alla ricchezza di gag, situazioni e registri.
  16. La leggerezza non superficiale
    Il film diverte, ma lascia emergere temi come identità, fallimento, vanità e desiderio di riconoscimento.
  17. La centralità del volto umano
    L’opera dimostra quanto un volto attoriale possa diventare motore narrativo.
  18. La forza delle spalle comiche
    I personaggi secondari aiutano a far risaltare il protagonista e a creare ritmo.
  19. La fusione di farsa e sentimento
    Il film non rinuncia a una dimensione affettiva, soprattutto nel rapporto tra Gerardo e le donne della sua vita.
  20. Il valore storico nella carriera di Gassman e Risi
    È un passaggio importante nel loro sodalizio e nell’affermazione cinematografica del Gassman comico.

Punti critici del film

  1. Struttura non sempre compatta
    La forma episodica rende il film vivace, ma talvolta meno coeso sul piano drammaturgico.
  2. Alcuni episodi sono più forti di altri
    La qualità delle gag e delle situazioni non è sempre uniforme.
  3. Il film dipende moltissimo da Gassman
    Senza la sua presenza, alcune parti risulterebbero più deboli.
  4. Personaggi secondari talvolta sacrificati
    Alcune figure restano funzioni narrative più che personaggi pienamente sviluppati.
  5. La componente sentimentale poteva essere approfondita
    Il rapporto tra maschera, amore e redenzione avrebbe potuto avere maggiore densità.
  6. Il rischio dell’autocompiacimento attoriale
    In certi momenti il film sembra fermarsi per ammirare il virtuosismo del protagonista.
  7. La critica sociale resta leggera
    Rispetto ad altri film di Risi, l’analisi morale dell’Italia è meno tagliente.
  8. Alcune truffe hanno un andamento farsesco prevedibile
    Lo spettatore intuisce talvolta il meccanismo prima della conclusione.
  9. La regia è più funzionale che innovativa
    Risi dirige con sicurezza, ma non cerca sempre soluzioni visive sorprendenti.
  10. La dimensione femminile è meno centrale
    I personaggi femminili sono importanti, ma spesso subordinati alla traiettoria di Gerardo.
  11. Il tono può apparire disomogeneo
    Farsa, commedia sentimentale, racconto criminale e malinconia non sempre si fondono perfettamente.
  12. Alcune caratterizzazioni risentono dell’epoca
    Certi tipi comici e certe figure sociali possono oggi apparire datati.
  13. La morale rimane volutamente ambigua
    Questa ambiguità è interessante, ma può lasciare insoddisfatto chi cerca una conclusione più netta.
  14. Il protagonista rischia di risultare troppo simpatico
    Il fascino di Gassman può attenuare la percezione della gravità morale delle truffe.
  15. Il meccanismo a flashback può sembrare artificioso
    La cornice narrativa serve bene gli episodi, ma è più un pretesto che una necessità profonda.
  16. La coralità è limitata dal divismo
    Il film è costruito come grande veicolo per Gassman, e questo riduce il peso autonomo dell’insieme.
  17. La comicità fisica prevale talvolta sulla costruzione psicologica
    Alcune scene puntano più sull’effetto immediato che sull’approfondimento del personaggio.
  18. Il film è meno crudele dei grandi Risi successivi
    Chi cerca il cinismo affilato de Il sorpasso o I mostri troverà qui un’opera più morbida.
  19. La rappresentazione della truffa è molto romanzata
    L’imbroglio viene trasformato in spettacolo, con un realismo volutamente attenuato.
  20. La memoria del film è legata più all’attore che alla trama
    Si ricordano Gassman e le sue maschere più della progressione narrativa complessiva.


Il mattatore
è un film da studiare non perché sia perfetto, ma perché mostra in modo chiarissimo come una commedia possa nascere dall’incontro tra un attore, un regista ed un’idea scenica forte. La sua grandezza sta nel trasformare la truffa in teatro, il teatro in cinema, il cinema in ritratto di costume. Vittorio Gassman vi appare come un corpo in metamorfosi continua; Dino Risi come un osservatore capace di lasciare correre la comicità senza perdere il contatto con la realtà umana.

Chi vuole capire la commedia italiana può imparare molto da questo film: il valore delle maschere, la forza della scrittura episodica, l’importanza del ritmo, il rapporto tra risata e malinconia, la necessità di costruire personaggi comici che non siano soltanto divertenti, ma anche rivelatori. Gerardo Latini fa ridere perché mente; commuove perché non riesce a smettere. Ed in questa impossibilità di essere finalmente se stesso si trova la dolce, amara, irresistibile anima del film.