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Attrice teatro corto 700

* LA CAMERA PREMIA LA VERITÀ, MA PUNISCE LA DIMOSTRAZIONE

Quando un attore “mostra” allo spettatore che il personaggio è triste, spesso il risultato appare artificiale. Quando invece vive realmente l’obiettivo e la situazione, lo spettatore può leggere la tristezza autonomamente.

La differenza è sottile ma fondamentale.

IL PIANTO NON È SEMPRE IL RISULTATO MIGLIORE

Una scena drammatica non diventa automaticamente migliore se l’attore piange.
A volte il personaggio che cerca disperatamente di non piangere è molto più interessante.
Il contrasto tra l'emozione interna ed il controllo esterno è uno dei territori più potenti della recitazione cinematografica.

L’IMMOBILITÀ PUÒ ESSERE POTENTISSIMA

L’attore teatrale può temere che stare fermo significhi non fare abbastanza.

Davanti alla camera può accadere esattamente il contrario. 
Un uomo riceve una telefonata terribile. Rimane fermo. Continua a piegare un tovagliolo. Non parla.

La ripetizione meccanica del gesto racconta il trauma. Non serve altro.

LE MANI

Le mani sono estremamente espressive.
Ma sullo schermo possono diventare anche fonte di eccesso.
Toccarsi continuamente il viso; i capelli; i vestiti; oggetti vari può distrarre.

Ogni gesto dovrebbe avere una motivazione. Un attore dovrebbe imparare a osservare le proprie abitudini involontarie.

GLI OGGETTI DI SCENA

Bere. Mangiare. Accendere una sigaretta. Aprire una busta. Tagliare il pane. Scrivere.
Sono azioni apparentemente semplici. Ma devono essere ripetibili.

Se la scena viene girata dieci volte, l’attore deve sapere quando beve, quando appoggia la tazza, quanto cibo rimane, in quale mano tiene la lettera.
L’oggetto diventa parte della coreografia della scena.

MANGIARE DAVANTI ALLA CAMERA

È un esempio particolarmente interessante.
Una scena può richiedere molte ripetizioni.
Se l’attore mangiasse veramente una grande quantità ad ogni take, avrebbe presto un problema.

Può quindi essere necessario coordinare la quantità, la masticazione, il momento della battuta.
Questi dettagli apparentemente banali fanno parte del mestiere cinematografico.

LA RIPETIZIONE NON DEVE DISTRUGGERE LA SPONTANEITÀ

Questa è una delle grandi difficoltà. Il regista potrebbe chiedere quindici take.

La frase deve rimanere viva. L’attore deve evitare di riprodurre semplicemente l’intonazione della take precedente.
Deve ricreare ogni volta l’azione. L’obiettivo rimane. Il percorso può rimanere leggermente vivo.

TAKE DIFFERENTI

Un regista può chiedere: «Facciamone una più trattenuta.» E poi: «Una più ironica.» Poi: «Ora una senza sorridere.»

L’attore cinematografico deve avere elasticità. Non deve pensare che esista una sola interpretazione corretta.
Può fornire al regista e al montatore diverse possibilità.

IL MONTAGGIO CAMBIERÀ LA RECITAZIONE

L’attore deve accettare una realtà fondamentale. La performance cinematografica finale viene costruita anche in montaggio.

Il montatore potrebbe utilizzare l’inizio della take 3, poi la parte centrale della take 7, finendo con la reazione della take 5.

Questo significa che l’interpretazione definitiva non appartiene più interamente al momento della ripresa. È una costruzione collettiva.


* IL TEATRO APPARTIENE ALL’ATTORE NEL PRESENTE; IL CINEMA APPARTIENE ANCHE AL MONTAGGIO

Sul palcoscenico l’attore controlla il tempo della propria performance mentre avviene.
Nel cinema il tempo può essere successivamente modificato.
Una pausa può essere accorciata. Una reazione può essere anticipata. Una battuta può essere ascoltata mentre vediamo un altro personaggio.

Questo richiede fiducia nel processo.

NON CERCARE LA CAMERA

Un errore comune del principiante consiste nel voler essere sempre visibile.
Ma l’attore non dovrebbe “offrirsi” alla macchina.
Se il personaggio deve girarsi, si gira. Se deve abbassare gli occhi, li abbassa.
Naturalmente entro i limiti concordati con il regista.

La naturalezza è più importante della continua esposizione del volto.

IL PROFILO PUÒ ESSERE PERFETTO

Un attore teatrale potrebbe temere che il pubblico non veda bene il volto.

Nel cinema il regista può deliberatamente voler nascondere parte dell’espressione. Ed inquadrare un profilo, la nuca, il volto nell’ombra.

Sono scelte narrative. L’attore deve fidarsi dell’inquadratura.

LA RECITAZIONE NON DEVE DIVENTARE “FOTOGENICA”

L’attore non dovrebbe preoccuparsi continuamente di apparire bello.

Il personaggio potrebbe essere stanco; sudato; malato; confuso; spaventato.

Il cinema vive anche delle imperfezioni. Cercare continuamente l’angolazione migliore può compromettere la verità della scena.


* LA PREPARAZIONE PRIMA DEL SET

Il passaggio dal teatro al cinema diventa molto più semplice se l’attore arriva preparato.

La preparazione dovrebbe riguardare soprattutto una cosa: conoscere l’intera storia, non soltanto le proprie battute.

Perché le scene verranno girate fuori ordine. È necessario sapere continuamente da dove viene il personaggio; dove sta andando; cosa desidera; cosa nasconde.


* MEMORIZZARE SENZA CRISTALLIZZARE

Le battute devono essere conosciute molto bene.

Ma non dovrebbero essere fissate insieme ad un’intonazione definitiva.
Se l’attore impara le parole + la melodia vocale, potrebbe diventare rigido.

Meglio conoscere perfettamente il testo e lasciare che tono e ritmo nascano dalla situazione e dalla direzione.


* PROVARE DAVANTI AD UNA VIDEOCAMERA

Per un attore teatrale è un esercizio estremamente utile.

Può registrare lo stesso monologo in campo medio; in primo piano; in primissimo piano.
Poi riguardarlo.
Scoprirà probabilmente che ciò che sembrava “troppo poco” durante la recitazione appare perfettamente leggibile sullo schermo. E ciò che sembrava normale può apparire eccessivo.

- ESERCIZIO DELLA RIDUZIONE

Un esercizio efficace consiste nell’interpretare la stessa breve scena tre volte.

Prima: come se fosse a teatro.
Poi riducendo gesti e volume del 50%.
Infine mantenendo quasi tutto interiormente.

Rivedendo le tre versioni, l’attore può comprendere rapidamente quale scala funziona meglio per l’inquadratura.

- ESERCIZIO DELL’ASCOLTO

Due attori siedono uno davanti all’altro.
Uno racconta qualcosa. L’altro non può parlare. Può soltanto ascoltare.

La camera riprende esclusivamente chi ascolta. È un esercizio eccellente.
Dimostra quanto possa essere cinematografico un volto che riceve informazioni.

- ESERCIZIO DEL SEGRETO

L’attore interpreta una scena normale. Ma possiede un’informazione che l’altro personaggio non conosce.
Non deve mostrarla volontariamente. Deve soltanto saperla.

Rivedendo la registrazione sarà possibile verificare se quel segreto esiste comunque nel comportamento.
È un esercizio molto utile per il sottotesto.

- ESERCIZIO DEL PENSIERO

Primo piano. Nessuna battuta.
L’attore riceve mentalmente tre indicazioni successive: “È arrivato.” poi “Non doveva arrivare.” infine “È venuto per te.”

Deve pensare davvero ogni frase senza illustrarla. La camera mostrerà quanto poco serva per rendere visibile un cambiamento interiore.


* L’AUDIZIONE CINEMATOGRAFICA

Anche il provino è differente dal teatro.

Un self-tape od un casting davanti alla camera richiede precisione; semplicità; ascolto; capacità di entrare rapidamente nella scena.

Non è necessario dimostrare tutto ciò che l’attore sa fare. Il casting director cerca soprattutto di capire: questa persona può vivere credibilmente questo personaggio davanti alla camera?

IL SELF-TAPE

Nel self-tape sono particolarmente importanti: una inquadratura pulita; un audio comprensibile; una semplice luce; uno sfondo non distraente; lo sguardo leggermente fuori camera se previsto; recitazione contenuta.

Il video non dovrebbe diventare un cortometraggio. Serve a mostrare l’attore.


* NON IMITARE LA RECITAZIONE CINEMATOGRAFICA ALTRUI

Guardare grandi attori è utilissimo. Copiarli molto meno.

La recitazione cinematografica più interessante nasce spesso dalla specificità personale. Ovvero il modo in cui una persona ascolta, respira, si imbarazza, evita lo sguardo,.. può essere più interessante di qualsiasi gesto studiato.


* L’ESPERIENZA TEATRALE È UN VANTAGGIO ENORME

È importante sottolinearlo.

Un attore di teatro non arriva al cinema privo di strumenti.

Porta con sé competenze preziosissime: disciplina; analisi del testo; consapevolezza corporea; memoria; capacità di concentrazione; ascolto; rapporto con il personaggio; resistenza; abitudine alla prova.

Non deve cancellare tutto. Deve semplicemente imparare una nuova scala.


* DAL PALCOSCENICO ALL’OBIETTIVO: UNA DIFFERENTE DISTANZA

Si potrebbe sintetizzare la trasformazione in questo modo: a teatro l’attore deve fare arrivare il personaggio fino allo spettatore. Nel cinema è la macchina da presa che arriva fino al personaggio.

Per questo non serve spingere. Serve permettere alla camera di avvicinarsi.

IL CINEMA AMA I DETTAGLI

Una scena sentimentale non necessita necessariamente di un abbraccio.

Due mani che quasi si toccano possono essere sufficienti.
Una scena di paura non necessita necessariamente di un urlo.
Un personaggio che smette improvvisamente di respirare può essere molto più inquietante.
Una scena di rabbia non necessita necessariamente di gridare.
Un bicchiere appoggiato troppo lentamente può raccontarla.

Questa è una delle grandi lezioni che il teatro può trasformare quando incontra la macchina da presa.

ATTENZIONE ALLE “FACCE”

Il cinema punisce spesso le espressioni costruite. “Faccia triste”. “Faccia sorpresa”. “Faccia arrabbiata”.
Queste categorie producono facilmente stereotipi.

Meglio pensare all’azione ed alla situazione. Se il personaggio scopre qualcosa di terribile, il volto reagirà. Non serve programmare esattamente quale muscolo debba muoversi.

L’ATTENZIONE DEVE STARE SULL’ALTRO, NON SU SE STESSI

Uno dei modi migliori per evitare l’autocontrollo eccessivo consiste nel concentrarsi sull’interlocutore.

Cosa sta facendo? Cosa vuole? Sta mentendo? Sta per andare via?
La recitazione diventa relazione.
Il pensiero smette di pensare: “Sto apparendo abbastanza triste?” e diventa: “Perché non mi sta dicendo la verità?”

La seconda domanda produce cinema.

IL REGISTA PUÒ CHIEDERE ANCORA MENO

Quando dice: «Ancora meno.» non significa necessariamente che la performance sia sbagliata. Può significare che l’inquadratura è molto stretta. 

L’attore deve imparare a fidarsi. Un gesto quasi impercettibile sul set può diventare perfettamente evidente sullo schermo.

MA “MENO” NON SIGNIFICA VUOTO

La vera recitazione cinematografica contenuta non è assenza. È attività interna.

Un personaggio immobile può ricordare; decidere; nascondere; temere; desiderare.

Se l’interno è vuoto, la camera vede il vuoto. Se l’interno è attivo, spesso vede il pensiero.

SAPERE DOVE È LA CAMERA SENZA PENSARE ALLA CAMERA

Questa potrebbe sembrare una contraddizione.

L’attore deve essere tecnicamente consapevole della posizione; dell'inquadratura; della messa a fuoco; della luce; dei segni di posizionamento; del microfono.

Ma quando parte il ciak dovrebbe dimenticare tutto questo.
La tecnica deve essere interiorizzata al punto da lasciare spazio al personaggio.

È ciò che accade anche al musicista: conosce perfettamente lo strumento proprio per poter smettere di pensare allo strumento.


* PRIMA DEL “CIAK”

Un attore esperto può utilizzare pochi secondi per ricostruire mentalmente: da dove viene; cosa vuole; cosa è appena accaduto.
Non serve necessariamente creare rituali complessi. Serve arrivare all’inizio della scena già dentro una condizione precisa.


* DOPO LO “STOP”

È utile non giudicare immediatamente la propria interpretazione.

L’attore potrebbe pensare: “Era terribile.” ed il regista: “Perfetta.” Oppure il contrario.

L’attore non vede ciò che la camera vede. Per questo è importante non interrompere il flusso con un’autocritica continua.


* GUARDARSI AL MONITOR?

Dipende dal metodo del regista. Alcuni registi preferiscono che l’attore non guardi il playback. Altri lo permettono o lo incoraggiano.

Per un attore alle prime esperienze cinematografiche, vedere qualche ripresa può essere molto istruttivo. Ma esiste un pericolo.
Potrebbe cominciare a controllare il profilo; i capelli; le espressioni; la sua immagine. E perdere in spontaneità.

Il monitor deve essere eventualmente uno strumento di comprensione tecnica, non uno specchio narcisistico.


* IL CORTOMETRAGGIO È UNA PALESTRA ECCELLENTE

Per un attore teatrale che vuole iniziare a lavorare nel cinema, il cortometraggio rappresenta un ambiente particolarmente adatto.

Consente di sperimentare i primi piani; la continuità; la ripetizione; il fuori sequenza; la relazione con camera e microfono. E permette spesso un rapporto più diretto con il regista.

Un buon cortometraggio può diventare una vera scuola di recitazione cinematografica.

- UN PICCOLO ESEMPIO: LA MADRE ASPETTA IL FIGLIO

Immaginiamo una madre seduta in cucina. Il figlio quattordicenne è in ritardo.

Versione teatrale possibile: si alza; cammina; guarda dalla finestra; controlla continuamente l’orologio; parla ad alta voce; esprime apertamente la preoccupazione.

Versione cinematografica possibile: piano medio: la donna rimane seduta. Guarda una volta l’orologio. Poi la fotografia del figlio. Prende il telefono. Lo sblocca. Non chiama. Lo appoggia. Sente un rumore. Alza gli occhi. Fine.

La preoccupazione può risultare ancora più forte proprio perché è contenuta.

- UN ALTRO ESEMPIO: DUE PERSONE INNAMORATE

Un uomo e una donna sono seduti su una panchina.

A teatro potrebbe essere necessario rendere chiaramente visibile l’attrazione.

Nel cinema possiamo avere un primo piano della donna. Lei guarda lui. Lui non se ne accorge. Lei distoglie immediatamente lo sguardo quando lui si volta.

È sufficiente. Il cinema vive di questi istanti.


* UNA REGOLA CHE VALE QUASI SEMPRE: PRIMA SENTIRE, POI MOSTRARE

L’attore teatrale che passa al cinema dovrebbe evitare di concentrarsi sulla forma esterna dell’emozione.

Meglio costruire la situazione; il pensiero; l'obiettivo; la relazione.

Il comportamento arriverà. La macchina da presa farà il resto.


* QUELLO CHE L’ATTORE DI TEATRO NON DEVE PERDERE

Nel processo di adattamento esiste anche un rischio opposto.
Nel tentativo di essere “cinematografico”, l’attore potrebbe diventare piatto; debole; passivo.

Non dovrebbe rinunciare all'energia; all'immaginazione; alla presenza; all'analisi; al coraggio emotivo.

Deve soltanto adattarne la manifestazione. La forza rimane. Cambia la dimensione.


* LA DIFFERENZA PIÙ PROFONDA

Forse la distinzione più importante può essere formulata così: 

- Il teatro chiede spesso all’attore di rendere visibile l’azione interiore nello spazio.

- Il cinema permette spesso all’attore di conservare l’azione interiore dentro di sé e lasciare che la macchina da presa la scopra.

È un cambiamento enorme. E proprio per questo può essere estremamente affascinante per un interprete proveniente dal palcoscenico.

In conclusione

Passare dalla recitazione teatrale a quella cinematografica non significa imparare a recitare da zero. Significa imparare ad utilizzare diversamente strumenti che l’attore possiede già.

L’esperienza teatrale offre disciplina; presenza; analisi del testo; capacità di ascolto; uso del corpo; rapporto con il personaggio.

Il cinema aggiunge nuove esigenze come precisione; continuità; ripetibilità; consapevolezza dell’inquadratura; microrecitazione; rapporto con macchina, luce e microfono; capacità di interpretare scene fuori ordine.

L’attore deve soprattutto scoprire quanto la macchina da presa sia capace di avvicinarsi.
Sul palco può essere necessario comunicare un’emozione fino all’ultima fila.
Davanti alla camera può essere sufficiente pensarla veramente.

Uno sguardo. Un respiro. Una pausa. Una mano che si ferma. Una frase pronunciata quasi sottovoce.... Possono diventare enormi.

Per questo il consiglio più importante per chi proviene dal teatro non dovrebbe essere semplicemente: “Faccia meno.” ma dovrebbe essere: “Continui a vivere tutto ciò che il personaggio vive, ma non cerchi di mostrarlo continuamente. Lasci che sia la macchina da presa a venirlo a cercare.”

È probabilmente in quel momento che l’attore teatrale smette di cercare di “recitare per il cinema” e comincia realmente a recitare davanti alla macchina da presa.