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Bozza n° 3 - Titolo: "SOLITARIO"
Logline
Una donna di sessant'anni gioca a solitario ogni sera dal giorno in cui suo marito l'ha lasciata, non per piacere ma come rito di esorcismo: la nipotina di otto anni che passa il weekend da lei decide di impararci a giocare, e in quella partita condivisa qualcosa si rompe e qualcosa si ripara.
I Personaggi
GIULIA, 61 anni. Ex insegnante di pianoforte, con una vita che aveva funzionato benissimo per trent'anni e che in un giorno, il giorno in cui suo marito Paolo le ha detto che stava andando via per un'altra, è diventata irriconoscibile. Da due anni vive in questo appartamento che sente troppo grande, e ogni sera alle dieci gioca a solitario sul tavolo della cucina. Non ha mai giocato a carte prima di quel giorno: ha cominciato quella sera stessa, per avere qualcosa da fare con le mani e con la mente.
EMMA, 8 anni. Figlia del figlio di Giulia, con la curiosità naturale dei bambini per tutto quello che gli adulti fanno di strano. Passa i fine settimana dalla nonna da quando i suoi genitori hanno cominciato il ciclo degli arbitri di divorzio, una cosa di cui nessuno le ha mai spiegato bene il significato ma di cui ha capito la sostanza.
- Le Scene
SCENA 1 - Il rituale notturno e la scoperta (1 minuto 30 secondi)
Cucina dell'appartamento di Giulia, venerdì sera, dieci di sera. Giulia siede al tavolo con il mazzo di carte, un mazzo logoro, con i bordi consumati. Dispone le carte con la precisione di chi ha ripetuto questo gesto centinaia di volte.
Dal corridoio, Emma in pigiama. Si è svegliata.
EMMA:
"Nonna, cosa fai?"
GIULIA:
"Gioco. Torna a dormire."
EMMA
(avvicinandosi):
"Con chi giochi?"
GIULIA:
"Da sola."
EMMA:
"Come si fa a giocare da soli?"
Giulia la guarda. Poi indica la sedia di fronte.
GIULIA:
"Siediti. Ti faccio vedere."
SCENA 2 - Spiegare le regole (2 minuti)
Giulia rimescola il mazzo e ricomincia, questa volta spiegando.
GIULIA:
"Si dispongono le carte così.
Sette colonne. La prima ha una carta sola, la seconda due, la terza tre... e così via.
Quelle coperte sotto non si toccano finché non si libera quella sopra."
EMMA
(guardando il layout):
"E poi?"
GIULIA:
"E poi si cercano le combinazioni.
Il rosso va sul nero, il nero sul rosso. In ordine decrescente."
EMMA:
"E se non ci sono combinazioni?"
GIULIA:
"Si pesca dal mazzo."
EMMA:
"E se finisce il mazzo?"
GIULIA
(pausa):
"Hai perso."
EMMA:
"Spesso si perde?"
GIULIA:
"Spesso."
EMMA:
"E si ricomincia?"
GIULIA:
"Sempre."
Emma la guarda: non le carte, lei.
EMMA:
"Ogni sera?"
GIULIA:
"Ogni sera."
SCENA 3 - Emma che gioca, Giulia che ricorda (3 minuti)
Emma vuole provare. Giulia le lascia le carte e la osserva. Emma è concentrata, con la lingua tra i denti come fanno i bambini quando sono applicati.
EMMA:
"Posso chiederti una cosa?"
GIULIA:
"Sì."
EMMA:
"Il nonno Paolo viene a trovarti?"
Una pausa. Giulia guarda le mani di Emma sulle carte.
GIULIA:
"No."
EMMA:
"Perché no?"
GIULIA:
"Perché vive in un altro posto, adesso."
EMMA:
"L'altro posto è lontano?"
GIULIA:
"Abbastanza."
Emma sposta una carta. Poi ci ripensa, la rimette al posto. Guarda il tavolo.
EMMA:
"Mamma e papà dicono che vivranno in due posti diversi anch'essi."
Giulia rimane ferma.
GIULIA:
"Lo sai?"
EMMA:
"Sì.
Non me lo hanno detto ma l'ho capito."
GIULIA:
"Come l'hai capito?"
EMMA:
"Perché parlano come si parla quando si deve dire una cosa difficile.
Con quella voce lenta.
Tu parli così quando mi dici che si è rotto qualcosa che mi piace."
Giulia guarda la nipote. Poi guarda le carte sul tavolo.
GIULIA:
"Sei sveglia."
EMMA:
"Lo so."
SCENA 4 - La partita condivisa e il finale (3 minuti)
Giulia prende le carte rimescolate da Emma e le ridistribuisce. Questa volta per due, non un solitario, ma qualcosa che assomiglia a una partita vera, anche se non ha un nome preciso.
GIULIA:
"Facciamo così: tu hai queste colonne, io ho queste.
Si possono usare le carte dell'altro se servono."
EMMA:
"Non è più un solitario."
GIULIA:
"No. Adesso siamo in due."
Giocano. Lentamente, con la logica improvvisata di chi inventa le regole mentre va. A un certo punto Emma trova una combinazione che usa una carta di Giulia e una sua per sbloccare tutta una colonna.
EMMA
(soddisfatta):
"Ho fatto una cosa?"
GIULIA:
"Hai fatto una cosa."
EMMA:
"Nonna?"
GIULIA:
"Sì."
EMMA:
"Hai paura che mamma e papà finiscano come tu e il nonno?"
Giulia non risponde subito. Poi:
GIULIA:
"Sì. Un po'."
EMMA:
"Anch'io."
Silenzio. Le carte sul tavolo, alcune in ordine, alcune ancora da sistemare.
EMMA:
"Ma ogni sera si rifà, hai detto."
GIULIA
(la guarda):
"Sì. Ogni sera si rifà."
Emma rimescola alcune carte che erano in disordine e le rimette a posto.
EMMA:
"Allora non è così male."
Giulia guarda la nipotina. Poi guarda il mazzo di carte: logoro, consumato, ma ancora intero.
GIULIA:
"No. Non è così male."
FINE
Il Tema ed il Valore filmico
"Solitario" usa il gioco come metafora della solitudine scelta e della solitudine imposta, ed il passaggio dal solitario alla partita in due come immagine fisica del riavvicinamento emotivo. Emma, con la brutalità gentile dei bambini che non hanno ancora imparato a tacere le cose vere, costringe Giulia a uscire dal suo rituale difensivo senza mai essere invasiva o terapeutica. La conversazione sulla fine del matrimonio dei genitori di Emma arriva obliquamente, come arrivano le cose vere nei dialoghi ben scritti, e trasforma il film da storia di una donna sola a storia di due generazioni che affrontano la stessa paura con strumenti diversi.
Il valore filmico è nella sua semplicità assoluta: una cucina, due personaggi, un mazzo di carte. Il film dura quasi niente in termini di azione ma contiene tutto in termini di emozione.
* Consigli Tecnici
- Allo sceneggiatore: Il dialogo della scena 3 (Emma che racconta di aver capito la separazione dei genitori "dalla voce lenta") è il momento più potente del film e deve essere preparato con cura nelle scene precedenti: Giulia deve usare quella stessa voce lenta almeno una volta prima, in modo che lo spettatore riconosca la descrizione quando Emma la fa. Considera di aggiungere un dettaglio fisico al mazzo di carte di Giulia, qualcosa che lo renda unico, personale, per enfatizzare quanto a lungo lei abbia quel rituale.
- Al regista: Giulia non deve sembrare depressa o malinconica in modo esplicito: deve sembrare qualcuno che ha trovato un equilibrio precario e funzionante che la nipotina disturba involontariamente per il meglio. Emma non è un personaggio "terapeutico" cioè non sta cercando di aiutare la nonna ma è semplicemente curiosa ed onesta, e quella curiosità e onestà producono il cambiamento. Lavora con la bambina sulla naturalezza: le battute devono uscire come pensieri, non come battute.
- Al direttore della fotografia: La cucina di notte ha una luce specifica: quella della lampada sul tavolo, circoscritta, con il resto della stanza nell'ombra. Questo crea naturalmente il cerchio di luce intorno al tavolo delle carte che è la "arena" visiva del film. Un 50mm per le inquadrature al tavolo, con entrambe le figure visibili nello stesso frame il più possibile. I piani ravvicinati sulle mani sia quelle di Giulia consumate dal rituale, che quelle piccole di Emma che imparano, sono l'immagine centrale del film: usali con parsimonia ma con precisione.
- Al montatore: Il ritmo di questo film è il ritmo del solitario: lento, ripetitivo, con piccole accelerazioni nei momenti di scoperta. Non cercare di velocizzare: la lentezza è il tono. Il momento in cui Emma rimescola le carte e le rimette a posto (scena 4) va tenuto in piano fisso sulle sue mani: è l'azione più significativa del film e deve avere il tempo di depositarsi. Chiudi con un piano ravvicinato sul mazzo di carte sul tavolo, non sul viso di nessuna delle due, lasciando allo spettatore quell'oggetto come immagine finale.
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Bozza n° 4 - Titolo: "L'ULTIMA MANO"
Logline
Quattro amici che si incontrano ogni venerdì da trent'anni per giocare a briscola scoprono che uno di loro ha ricevuto una diagnosi infausta: quella sera la partita non è più solo una partita, ma nessuno lo dice ed il modo in cui ognuno lo non-dice racconta tutto sulla loro amicizia.
I Personaggi
LUIGI, 67 anni. Quello che ha ricevuto la diagnosi. Non intende dirlo agli amici quella sera: ci ha pensato tutto il pomeriggio e ha deciso che vuole ancora una serata normale, una serata di carte e di insulti affettuosi come quelle di trent'anni. Ma gli altri lo sanno già: sua moglie ha chiamato le mogli degli altri.
GINO, 69 anni. Il più rumoroso dei quattro, quello che urla quando perde ed urla quando vince, quello che gli altri fingono di sopportare e che in realtà considerano il motore emotivo del gruppo. Stasera è troppo silenzioso, e Luigi se ne accorge.
FRANCO, 65 anni. Il più riflessivo, quello che gioca bene e perde a bella posta quando serve. Ha conosciuto Luigi in prima elementare, sono ben cinquantasei anni di amicizia, cioè più della metà della vita di entrambi. Stasera guarda Luigi con un'attenzione che Luigi nota e che lo irritia.
RENATO, 68 anni. Il più pratico, è lui che porta le birre, che sistema il tavolino, che ricorda sempre il punteggio. Stasera ha portato la torta al cioccolato che piace a Luigi, in anticipo di tre mesi rispetto al suo compleanno. È il gesto più eloquente della serata.
- Le Scene
SCENA 1 - L'arrivo e l'atmosfera sbagliata (2 minuti)
La cucina di Franco. Tavolo da gioco già apparecchiato, mazzo di briscola al centro. Gli amici arrivano uno per volta — Renato con le birre e la torta, Gino già lamentandosi di qualcosa, Luigi per ultimo, con il cappotto che tarda a togliersi come se avesse freddo anche d'estate.
GINO
(a Luigi):
"Sei in ritardo."
LUIGI:
"Sono qui, no?"
RENATO
(mettendo la torta sul bancone della cucina):
"Ho portato la torta al cioccolato."
Pausa. Non è il compleanno di nessuno.
LUIGI:
"Il mio compleanno è a marzo."
RENATO:
"Lo so. Mi andava di portare la torta."
Luigi guarda Renato. Poi guarda Franco. Poi guarda Gino. Tutti e tre hanno qualcosa di leggermente sbagliato — non riesce a definirlo, ma lo sente.
LUIGI:
"Giochiamo?"
SCENA 2 - La partita e il silenzio di Gino (3 minuti)
Giocano a briscola in quattro, due contro due, Luigi e Renato contro Franco e Gino. Le prime mani procedono normalmente, ma Gino è silenzioso in modo anormale.
LUIGI
(dopo una mano):
"Gino, hai mangiato la lingua?"
GINO:
"Sto giocando."
LUIGI:
"Di solito urli anche quando giochi.
Stasera stai muto."
GINO:
"Stai attento alle tue carte."
LUIGI
(al compagno di squadra):
"Renato, hai visto? Gino parla come un monaco."
RENATO:
"Lascialo stare."
Luigi gioca una carta. Franco la prende con la briscola.
FRANCO:
"Mia."
LUIGI:
"Eh, bravo. Aspetta il momento buono e poi piombi."
FRANCO
(senza alzare gli occhi dalle carte):
"Lo faccio sempre."
LUIGI:
"Lo so.
È per questo che siete una coppia di stronzi difficile da battere."
Un momento quasi normale. Poi Gino passa la mano sul tavolo, un gesto senza senso, solo per fare qualcosa, e Luigi vede che Gino ha la mano che trema leggermente.
SCENA 3 - Il momento della resa (3 minuti 30 secondi)
A metà partita, Luigi si alza a prendere una birra. Quando torna, i tre amici stanno parlando sottovoce: si interrompono nel momento in cui lui entra. Luigi rimane in piedi con la birra in mano.
LUIGI:
"Lo sapete."
Silenzio.
LUIGI:
"Ha chiamato Marta, vero? Mia moglie ha chiamato le vostre mogli."
FRANCO
(piano):
"Sì."
LUIGI:
"E siete venuti lo stesso."
GINO:
"Siamo venuti lo stesso."
Luigi rimane in piedi. Poi si siede. Prende le sue carte.
LUIGI:
"Allora giochiamo."
RENATO:
"Luigi..."
LUIGI:
"Ho detto giochiamo. Non sono morto ancora.
Voglio finire la partita."
Pausa lunga. Poi Franco prende le sue carte. Poi Renato. Poi Gino, e per la prima volta della serata, Gino parla con la sua voce normale:
GINO:
"Allora muoviti, che stai aspettando?"
Luigi lo guarda. Poi sorride, è il primo sorriso vero della serata.
LUIGI:
"Aspettavo che tornassi normale."
SCENA 4 - L'ultima mano eD il finale (2 minuti)
L'ultima mano della partita. Luigi ha in mano l'asso di denari: la carta più forte. La tiene un momento prima di giocarla.
LUIGI:
"Sapete cosa mi piace di questo gioco?"
FRANCO:
"Che perdi sempre?"
LUIGI:
"Che si rifà.
Ogni venerdì si rifà.
Trent'anni."
GINO:
"Trent'anni e non hai ancora imparato a giocare."
LUIGI:
"Con voi tre non serve saper giocare.
Serve resistere."
Gioca l'asso. Prende la mano. Vince la partita.
RENATO
(contando i punti):
"Avete vinto voi."
LUIGI:
"Naturalmente."
Gino inizia ad apparecchiare per la torta: si alza, va a prenderla, torna con i piatti. È un gesto pratico e quotidiano che in questo momento è il gesto più tenero possibile.
GINO:
"Ha le candele qualcuno?"
LUIGI:
"Non serve."
GINO:
"Una candela almeno. Per fare scena."
LUIGI:
"Per fare scena? Guarda questo."
Franco trova un accendino. Una sola fiamma sul tavolo. I quattro uomini la guardano un momento senza dire niente. Poi Luigi spegne la fiamma con un soffio.
LUIGI:
"Bene. Tagliala."
FINE
Il Tema ed il Valore filmico
"L'Ultima Mano" affronta il tema dell'amicizia maschile di lunga durata, quella forma di legame che si esprime attraverso la presenza e la routine invece che attraverso le parole, ed il modo in cui questa forma di amore si manifesta di fronte alla malattia. Il film dice qualcosa di vero e non ovvio: che gli uomini di quella generazione e di quella cultura si amano senza dirlo, e che il non-detto in questo caso non è una mancanza ma una lingua propria, altrettanto precisa e altrettanto sincera di qualsiasi dichiarazione esplicita.
Il valore filmico è in questa grammatica del non-detto: il modo in cui quattro attori possono costruire un film di profonda intensità emotiva senza mai pronunciare le parole "malattia", "morte", "paura", "amore". È una sfida registica e recitativa di altissimo livello che, se riuscita, produce uno dei tipi di esperienza cinematografica più potenti: lo spettatore che piange senza capire bene perché.
* Consigli Tecnici
- Allo sceneggiatore: Le parole "malattia" e "diagnosi" non devono mai apparire nel film: né dette dai personaggi né nelle didascalie. Il pubblico deve capire da soli dall'accumulo dei dettagli (la torta, il silenzio di Gino, la mano che trema, la frase "ha chiamato Marta"). Questa disciplina del non-detto è fondamentale per il tono del film. La battuta "Aspettavo che tornassi normale" è il momento in cui Luigi dà il permesso agli altri di tornare ad essere se stessi: assicurati che arrivi dopo abbastanza costruzione della tensione da avere il peso di una liberazione.
- Al regista: La chimica tra i quattro attori è il film. Devono sembrare persone che si conoscono da trent'anni, con quella familiarità fisica, quei gesti automatici, quella cadenza nel parlare insieme che viene solo dalla lunga consuetudine. Fai fare alle prove molta improvvisazione delle conversazioni ordinarie che questi quattro potrebbero avere, non le scene del copione, ma le altre serate, le altre partite. Quella familiarità deve depositarsi negli attori prima di girare. Gino è il personaggio su cui il film si sorregge emotivamente: il passaggio dal suo silenzio alla battuta "Allora muoviti" è il momento catartico del film e deve essere di una naturalezza assoluta.
- Al direttore della fotografia: La cucina di Franco è il set unico del film. Illumina con luce calda, bassa, centrata sul tavolo: quella luce che gli italiani conoscono come la luce delle serate in famiglia, con il lampadario sul tavolo ed il resto della stanza in penombra. I quattro uomini al tavolo devono stare nel cerchio di quella luce come in un'arena intima. Non fare piani ravvicinati sulle espressioni degli attori durante le sequenze emotive: tieni il campo largo, lascia che siano gli attori a riempire lo spazio visivo con le loro micro-espressioni, senza che la camera li "aiuti" enfatizzando. Il primo piano sull'asso di denari nella scena 4 è l'unico piano ravvicinato che il film richiede assolutamente.
- Al montatore: Questo è il film dei quattro che ti richiede più coraggio nel montaggio: la tentazione di tagliare i silenzi è fortissima, ma i silenzi sono il film. Non tagliare il momento dopo "Lo sapete", lascia che duri abbastanza da far sentire allo spettatore la stessa sensazione di apnea che sentono i personaggi. La canzone finale, se ne usate una, deve iniziare solo dopo che Luigi ha spento la candela: quei pochi secondi di buio e di silenzio assoluto prima della musica sono il respiro che lo spettatore ha bisogno di prendere.
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Bozza n° 5 - Titolo: "CUORI DI PICCHE"
Logline
Due donne che non si sono mai incontrate si trovano sedute allo stesso tavolo in un torneo di scala quaranta in un circolo ricreativo di periferia: una è la vedova, l'altra è la donna per cui il marito l'aveva lasciata quindici anni fa — e nessuna delle due lo sa ancora.
I Personaggi
MARINA, 59 anni. Contabile in pensione anticipata, con una vita ricostruita con pazienza dopo il divorzio di quindici anni fa. Gioca a scala quaranta ogni giovedì al circolo ricreativo da quando si è trasferita in questo quartiere tre anni fa: è la sua forma di vita sociale, il suo modo di uscire di casa, la sua comunità improvvisata.
STEFANIA, 54 anni. Ex professoressa di francese, con una storia di vita più complicata di quanto il suo aspetto ordinato suggerisca. Ha ricominciato a giocare a carte dopo la morte di suo marito, l'uomo con cui era stata per vent'anni, l'uomo che aveva lasciato la prima moglie per lei, anche se questa è una storia che lei non racconta mai a nessuno e di cui ha cercato di dimenticare i dettagli.
ROSARIA, 72 anni. La responsabile del circolo, quella che organizza i tornei e conosce tutto di tutti. Sa chi sono entrambe le donne: ha capito, dall'accumulo di dettagli delle loro conversazioni separate negli ultimi mesi, ma non ha detto niente. Non sa se ha fatto la cosa giusta o sbagliata.
- Le Scene
SCENA 1 - Il torneo e il sorteggio (1 minuto 30 secondi)
Il circolo ricreativo di periferia, giovedì sera. Tavoli già apparecchiati, una ventina di giocatori che si salutano con la familiarità dei frequentatori abituali. Rosaria al tavolo di registrazione divide le coppie per il torneo.
ROSARIA
(con la lista):
"Marina Torelli, tavolo 4, partner Stefania Renzi."
Marina e Stefania si trovano davanti allo stesso tavolo. Si salutano con la cortesia impersonale di chi non si conosce.
MARINA:
"Hai giocato spesso a scala quaranta?"
STEFANIA:
"Qualche anno. Ho ripreso da poco."
MARINA:
"Anch'io ho ripreso.
Ci giocavo con mio marito, una volta."
STEFANIA:
"Anch'io."
Si siedono. Rosaria, dall'altro capo della sala, le guarda entrambe.
SCENA 2 - La partita e la conversazione (3 minuti)
Giocano bene insieme, hanno stili complementari, una intuitiva e l'altra più sistematica. Tra una mano e l'altra, la conversazione si apre naturalmente.
MARINA:
"Da quanto stai in questo quartiere?"
STEFANIA:
"Tre anni. Prima stavo dall'altra parte della città."
MARINA:
"Io tre anni anch'io.
Mi sono trasferita dopo che mio marito è morto."
STEFANIA:
"Mi dispiace."
MARINA:
"Oh, no... non è che l'ho pianto molto. Eravamo divorziati da quindici anni.
Ma la casa dove vivevo era sua, e quando è morto i figli l'hanno venduta.
Ho dovuto traslocare."
STEFANIA
(con cautela):
"Capisco."
MARINA:
"In realtà è stato un bene.
Nuovo quartiere, nuove abitudini. Questo circolo."
Giocano ancora. Poi Stefania, quasi senza volerlo:
STEFANIA:
"Anche mio marito è morto. Due anni fa."
MARINA:
"Di cosa?"
STEFANIA:
"Al cuore."
MARINA
(posando una carta):
"Il mio anche. Ironia del destino...
quello che l'ha fatto scappare lo ha ammazzato."
Silenzio. Stefania guarda le proprie carte.
STEFANIA:
"Com'era? Tuo marito."
MARINA:
"Come tutti gli uomini che lasciano la moglie per un'altra.
Un po' vigliacco, un po' innamorato, un po' stupido.
Lui?"
STEFANIA
(pausa lunghissima):
"Simile."
SCENA 3 - Il dettaglio che rivela (2 minuti 30 secondi)
La partita è quasi finita. Marina, cercando un fazzoletto nella borsa, tira fuori per sbaglio un portafoglio vecchio, di pelle consumata, con una foto nella tasca trasparente. Una foto di un uomo, sorridente, davanti al mare.
Stefania lo vede dal suo lato del tavolo. Si irrigidisce leggermente: così poco che si nota solo se si sta guardando.
MARINA
(rimettendo il portafoglio in borsa):
"Scusa, sono disordinata."
STEFANIA:
"No, non importa.
Era... è tuo marito?"
MARINA:
"Ex marito. Ma ho tenuto la foto.
Non so perché. Stupida abitudine."
STEFANIA:
"Come si chiamava?"
MARINA:
"Alberto. Alberto Meroni."
Pausa.
STEFANIA:
"Bel nome."
Stefania guarda le proprie carte. Le sua mani, sul tavolo, sono perfettamente ferme: con quello sforzo visibile di chi tiene ferme le mani a volontà.
SCENA 4 - Rosaria e la decisione (1 minuto)
Durante la pausa del torneo, Stefania si avvicina a Rosaria con una tazza di caffè.
STEFANIA
(piano):
"Sapevi?"
ROSARIA:
"Ho capito nel tempo. Non sono sicura."
STEFANIA:
"Sei sicura."
ROSARIA:
"Cosa farai?"
STEFANIA:
"Non lo so ancora."
ROSARIA:
"Vuole che la cambio di tavolo per il secondo turno?"
Pausa.
STEFANIA:
"No."
SCENA 5 - Il secondo turno e il finale (2 minuti 30 secondi)
Secondo turno. Marina e Stefania di nuovo allo stesso tavolo, questa volta come avversarie. Giocano in silenzio per le prime mani. Poi Marina, guardando le proprie carte:
MARINA:
"Stai bene? Sei silenziosa."
STEFANIA:
"Sto bene. Stavo pensando."
MARINA:
"A cosa?"
STEFANIA:
"A quanto è strano come ci si incontra, a volte."
MARINA:
"Come?"
STEFANIA:
"Per caso. In un circolo, ad un torneo.
Con qualcuno che non avresti mai cercato."
Marina la guarda. C'è qualcosa nel modo in cui Stefania ha detto quella frase che non è casuale, ma non capisce ancora cosa.
MARINA:
"Succede."
STEFANIA:
"Sì."
(Pausa.)
"Succede."
Stefania gioca la sua carta. Marina la copre. Giocano. Il volto di Stefania è leggibile solo a chi sa già cosa sta nascondendo.
FINE del film.
Il Tema e il Valore filmico
"Cuori di Picche" usa il gioco delle carte come contesto per uno degli incontri più carichi di implicazioni della vita adulta: quello tra due persone legate da una storia comune che non sanno ancora di condividere. Il film non risolve la situazione: mostra il momento esatto in cui una delle due persone capisce e decide di non dire. Questa decisione cioè Stefania che sceglie il silenzio, non è codardia né crudeltà: è la scelta di una persona che ha già fatto i conti con il proprio passato e non vuole aprire una ferita che ha già rimarginato, né aprirne una nuova in qualcuno che non ha fatto niente di male.
Il valore filmico è nella sua ellissi: in quello che non viene detto, che non viene risolto, che rimane aperto come una carta scoperta sul tavolo senza che nessuno la prenda. È un film per spettatori adulti che sanno che le storie non sempre si chiudono, e che a volte il silenzio è la forma di rispetto più alta.
* Consigli Tecnici
- Allo sceneggiatore: Il nome "Alberto Meroni" deve essere stato introdotto nella storia di Marina almeno una volta prima della scena 3, in modo che lo spettatore lo ricordi quando Stefania lo sente. La reazione di Stefania in quella scena (le mani ferme, il tono che non cambia) è il momento recitativo più difficile del film e deve essere scritto con sufficiente spazio bianco intorno perché l'attrice possa lavorare. La battuta finale di Stefania ("Succede") va ripetuta due volte deliberatamente: la prima è una risposta neutra, la seconda è qualcosa di completamente diverso, e lo spettatore deve sentire la differenza senza che il testo cambi.
- Al regista: Questo film ha bisogno di un'attrice per Stefania di livello assoluto: tutta la scena 3 ed il finale dipendono dalla capacità di nascondere l'emozione senza annullarla, di mostrare il controllo come sforzo senza renderlo troppo visibile. È uno dei lavori recitative più sottili che esistano. Marina, al contrario, deve essere aperta, naturale, completamente inconsapevole, e questa differenza di registro tra le due attrici deve essere il motore della tensione del film. Rosaria è il personaggio che porta il peso morale della storia: la sua scena con Stefania (scena 4) deve essere breve, asciutta, quasi burocratica nella sua brevità.
- Al direttore della fotografia: I due tavoli del torneo devono avere composizioni diverse: il primo turno (Marina e Stefania come partner) con luci calde e simmetriche, i due visi visibili nello stesso frame sono dalla stessa parte. Il secondo turno (come avversarie) con un taglio più netto tra i loro piani, la camera che passa dall'una all'altra invece di tenerle insieme. Il dettaglio del portafoglio con la foto (scena 3) deve essere girato in modo che lo spettatore veda la foto prima di vedere la reazione di Stefania: non il contrario. Un piano ravvicinato sul viso dell'uomo nella foto, di tre secondi, al massimo, poi stacco sul viso di Stefania.
- Al montatore: Il finale di questo film dipende interamente dal montaggio dell'ultima battuta di Stefania. Dopo "Succede" la seconda volta, non tagliare subito: tieni il piano sul viso di Stefania per cinque, sei, sette secondi cioè il tempo di vedere cosa c'è sotto il controllo, senza che emerga completamente. Poi stacco al nero senza dissolvenza. Nessuna musica finale: il silenzio è la risposta giusta ad un film che finisce con un segreto tenuto.
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* Il Mazzo che non finisce mai
Cinque storie, cinque giochi diversi, cinque relazioni diverse tra i personaggi e le carte. Un padre e un figlio che si parlano attraverso la scopa. Un anziano baro che trova nel tre carte il modo di lasciare qualcosa di sé. Una donna sola che nel solitario trova il rituale della resistenza. Quattro amici che nell'ultima briscola si dicono l'addio che non sanno dire. Due donne che nel torneo di scala quaranta si incontrano sul confine di una storia che le riguarda entrambe.
Quello che accomuna queste storie, e qualsiasi storia che usi le carte come elemento centrale, è che il gioco non è mai solo il gioco. È il pretesto, il rituale, il contenitore. Dentro il contenitore ci sono le persone, e le persone sono la storia.
Un mazzo di carte ha cinquantadue carte. Cinquantadue storie già pronte, per chi sa come mischiarle.
* ATTENZIONE: Le idee presentate in questo articolo sono solo spunti iniziali di idee da sviluppare ulteriormente. Vi invitiamo a selezionarne una e a personalizzarla, arricchendola con dettagli, personaggi secondari e sviluppando o modificando l'idea base. Qualora decideste di ampliare una di queste bozze in una sceneggiatura completa e di realizzarla, vi preghiamo di comunicarcelo. Saremo lieti di promuovere la vostra opera sul nostro sito.
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