"2 FRATELLI, STESSO COGNOME"
Articolo-soggetto per un cortometraggio drammatico sulla fratellanza scelta,
la memoria familiare ed il sangue che non basta a definire l’amore

La storia nasce da una ferita semplice e potentissima: due uomini, cresciuti come fratelli, scoprono solo dopo la morte della madre di non essere fratelli di sangue. Non sono figli dello stesso padre. Non sono figli della stessa madre. Non sono neppure fratellastri. Sono stati adottati dalla stessa donna, ma provenivano da due madri biologiche diverse, da due storie diverse, da due abbandoni diversi.
Per tutta la vita hanno condiviso un cognome, una cameretta, i compiti, le liti infantili, le estati, i compleanni, le malattie, le fotografie di famiglia, le bugie dette alla madre, le corse sulle scale del palazzo, i pranzi della domenica, i piccoli rancori dell’età adulta. Hanno vissuto come fratelli. Poi, davanti a un fascicolo custodito in fondo a un armadio, scoprono che la parola “fratelli” non è mai stata vera nel senso biologico. O forse è stata vera in un senso più profondo.
La domanda del cortometraggio è questa: se il sangue non conferma una storia, quella storia smette di esistere?
Il corto deve raccontare non tanto lo scandalo dell’adozione nascosta, ma il terremoto interiore che nasce quando due persone adulte vedono crollare la definizione con cui hanno sempre chiamato se stesse. Il dramma non è solo “non siamo fratelli”; il dramma è: “Allora che cosa siamo stati per tutta la vita?”. E soprattutto: “Possiamo ancora sceglierci, adesso che nessuno ci obbliga più a farlo?”
- Titolo: "2 FRATELLI, STESSO COGNOME"
Il titolo è semplice, ma carico di ambiguità. Il cognome è ciò che i due protagonisti hanno condiviso per tutta la vita: sui documenti, a scuola, in famiglia, nelle fotografie, nei ricordi. Ma il cognome, da solo, non basta più. Alla fine del corto, però, proprio quel cognome non sarà più una maschera: diventerà una scelta.
- Logline breve:
Alla morte della madre, due fratelli scoprono di essere stati entrambi adottati e di non avere alcun legame di sangue. Mentre svuotano la casa dove sono cresciuti, dovranno decidere se la verità distrugge la loro fratellanza o la rende finalmente libera.
- Logline artistica e poetica:
In una grande città che continua a correre indifferente, due uomini restano chiusi nella casa della madre morta e scoprono che il sangue non ricorda, non consola, non perdona. A ricordare per loro sono una fotografia storta, una scatola di giochi, una bugia d’amore e lo stesso cognome scritto su due certificati che non dicono tutta la verità.
- Genere di riferimento:
Dramma familiare contemporaneo, con elementi di mystery emotivo e realismo urbano. Non è un thriller, anche se contiene una scoperta nascosta. Non è un melodramma puro, anche se attraversa dolore e lacrime. È un dramma intimo, costruito su dialoghi, silenzi, memoria, oggetti e conflitto morale.
- Durata prevista
Circa 20/25 minuti. La storia è realizzabile con costi contenuti perché può svolgersi quasi interamente in pochi ambienti: l’appartamento della madre, le scale del palazzo, un cortile condominiale, un archivio comunale o patronato, una strada cittadina, eventualmente un piccolo bar. Il cuore del film resta però la casa da svuotare.
* Storia completa
La storia si svolge in una grande città italiana, per esempio Roma, Milano, Torino, Napoli o Bologna. Una città grande, rumorosa, piena di traffico, cantieri, autobus, ascensori, citofoni, scale, finestre illuminate, vite sovrapposte. La città deve apparire come un corpo enorme che continua a muoversi mentre i due protagonisti sono fermi davanti a una verità che li paralizza.
I protagonisti sono Lorenzo e Michele, due uomini di mezza età cresciuti nello stesso appartamento con la stessa madre, Anna. Il padre è morto molti anni prima, oppure è sempre stato una figura debole e lontana; la vera colonna della famiglia è stata Anna. Alla sua morte, i due fratelli si ritrovano nella casa dove sono cresciuti per sistemare documenti, fotografie, vestiti, mobili e oggetti prima di venderla o restituirla al proprietario.
Lorenzo, il maggiore, ha 48 anni. È preciso, pratico, apparentemente razionale. Ha una vita ordinata, un lavoro stabile, forse una moglie da cui si è separato e una figlia adolescente che vede poco. È sempre stato quello responsabile, quello che “faceva da secondo adulto” in casa. Ha aiutato la madre negli ultimi anni, ma in modo organizzato, quasi amministrativo: bollette, medici, appuntamenti, documenti.
Michele, il minore, ha 44 anni. È più emotivo, più irregolare, più istintivo. Fa un lavoro discontinuo, magari tecnico luci in teatro, rider culturale, fotografo di eventi, oppure gestore di piccoli lavori audiovisivi. È quello che ha litigato di più con la madre, ma anche quello che le telefonava di notte. Con Lorenzo ha un rapporto pieno di affetto e rabbia: si vogliono bene, ma si sono giudicati per anni.
La prima parte del corto mostra i due mentre svuotano la casa. Non sono teneri. Si pungono. Discutono su che cosa tenere e che cosa buttare. Lorenzo vuole fare in fretta. Michele tocca ogni oggetto come se contenesse una scena. Una vecchia pentola, una radiolina, un vaso rotto, un album di fotografie, un pupazzo senza un occhio. Ogni cosa accende una memoria.
La città entra attraverso le finestre: clacson, sirene, motorini, voci dal cortile, un vicino che trascina sedie, un cane che abbaia. Dentro la casa, invece, il tempo è sospeso. L’appartamento sembra ancora abitato dalla madre: il grembiule appeso, le medicine sul comodino, un rosario, una lista della spesa, una busta di biscotti aperta.
Mentre cercano i documenti necessari per la successione, Lorenzo trova una cartellina nascosta dietro alcuni faldoni. Sopra c’è scritto: “Per loro. Solo se serve.” Dentro ci sono due certificati di adozione, due lettere incomplete e due fotografie di neonati. Lorenzo capisce prima di Michele. Resta muto. Michele gli strappa quasi i fogli di mano, pensando a documenti economici o a una truffa ereditaria. Poi legge.
I due scoprono che nessuno dei due era figlio biologico di Anna. Entrambi furono adottati dalla stessa donna, ma da madri biologiche diverse. Non c’è legame di sangue tra loro. Non sono fratelli. Non sono fratellastri. Sono due bambini accolti nella stessa casa e cresciuti come figli dalla stessa madre.
La prima reazione è il rifiuto. Michele ride in modo nervoso. Dice che è impossibile, che ci sarà un errore, che magari uno dei due è adottato e l’altro no. Lorenzo controlla i documenti con freddezza crescente. Più legge, più si irrigidisce. Michele si arrabbia con la madre morta, la accusa di aver mentito a entrambi. Lorenzo, invece, si arrabbia con Michele, perché non sopporta il suo modo emotivo di reagire. Il dolore si trasforma subito in litigio.
La scoperta fa emergere rancori antichi. Michele accusa Lorenzo di essersi sempre comportato come il vero figlio, quello affidabile, quello preferito. Lorenzo accusa Michele di aver usato la propria fragilità per ottenere perdono e attenzione. Ora, senza il legame di sangue, ogni vecchia ferita sembra diventare più feroce. Se non sono fratelli, allora tutte le accuse possono essere dette senza più protezioni.
La casa diventa un campo di battaglia emotivo. I due discutono di eredità, di cognome, di fotografie, di chi ha diritto a tenere cosa. Ma dietro gli oggetti c’è la domanda vera: chi ha diritto alla madre? Chi era più figlio? Chi è stato scelto davvero?
Il secondo movimento del corto li porta fuori casa. Vanno in un archivio comunale, o in un piccolo ufficio di patronato dove una vecchia impiegata, ex amica della madre, può confermare alcuni dettagli. Qui scoprono che Anna non adottò i due bambini per caso. Prima adottò Lorenzo, poi, alcuni anni dopo, decise di adottare anche Michele. Non perché fosse costretta, non perché dovesse farlo, ma perché aveva scritto in una relazione: “Lorenzo ha bisogno di qualcuno da amare che non sia soltanto me”.
Questa frase è una prima svolta. Michele non fu adottato solo come “secondo figlio”; fu adottato anche per creare una famiglia attorno a Lorenzo. Lorenzo ne è sconvolto: per la prima volta capisce di non essere stato solo quello forte, ma un bambino solo che la madre aveva visto in profondità. Michele, invece, si sente ferito: “Quindi io ero una medicina per te?”. La scoperta non ricompone subito nulla. Anzi, apre un’altra ferita.
Tornati a casa, i due trovano una vecchia videocassetta o una memoria digitale convertita: un filmino familiare. Si vedono bambini nel cortile del palazzo. Lorenzo, di otto anni, tiene Michele per mano mentre lui, di quattro, piange perché non vuole entrare in casa. Anna, fuori campo, dice: “Dai, Lollo, digli tu che domani ci sarà ancora.” Il piccolo Lorenzo risponde: “Ci sono io.” Michele guarda la televisione senza parlare. Lorenzo si alza e spegne tutto.
A questo punto sembra che il corto vada verso una riconciliazione classica. Ma il finale deve essere più inatteso.
Lorenzo trova l’ultima lettera della madre, nascosta nella copertina di un vecchio album. Non è una lettera di scuse. È una lettera quasi dura, lucidissima. Anna scrive che avrebbe potuto dire la verità, ma non ha mai trovato il momento giusto; poi ammette che forse il momento giusto non esisteva perché aveva paura di perdere il ruolo di madre. La frase più importante è: “Vi ho mentito sull’origine, ma non vi ho mentito sull’amore. Quello, purtroppo per voi, è stato vero.”
La lettera contiene un’ultima richiesta: non vendere subito la casa. Non conservarla per nostalgia, ma usarla per un giorno. Anna chiede che i due invitino nel vecchio appartamento alcuni bambini del palazzo, figli di famiglie immigrate, separate, sole, complicate, e regalino loro i giocattoli rimasti in uno scatolone. Non come beneficenza, ma come passaggio di memoria. “Una casa non appartiene a chi ci nasce. Appartiene a chi ci è stato aspettato.”
Il finale inatteso sta qui: Lorenzo e Michele non si abbracciano subito, non si dicono “siamo fratelli lo stesso” in modo melodrammatico. Invece litigano ancora, quasi fino alla fine. Poi, mentre stanno per dividersi gli oggetti, suona il campanello. È il figlio piccolo della vicina, che Anna conosceva. Chiede se “la signora Anna” ha lasciato davvero il trenino promesso. Michele vuole mandarlo via. Lorenzo, senza pensarci, prende lo scatolone dei giochi e lo porta in corridoio.
Uno dopo l’altro, alcuni bambini del palazzo si affacciano. Lorenzo e Michele si ritrovano seduti a terra, come quando erano piccoli, a rimettere insieme pezzi di costruzioni, macchinine, un vecchio trenino, soldatini, carte da gioco. Per la prima volta non parlano della loro origine. Fanno qualcosa insieme.
Il gesto finale è semplice e sorprendente: Michele trova due vecchie targhette di metallo con i loro nomi, che da bambini stavano sulla porta della cameretta: LORENZO e MICHELE. Invece di dividerle, le inchioda entrambe su una scatola di legno con dentro i giochi rimasti. Lorenzo lo guarda.
Michele dice: “Così almeno qualcuno saprà che qui c’eravamo in due.” Lorenzo risponde: “No. Che qui siamo cominciati in due.”
Non c’è abbraccio obbligatorio. Non c’è soluzione totale. Ma c’è una scelta. I due non sono fratelli per sangue. Non sono fratellastri. Sono due estranei che una donna ha messo nella stessa stanza e che la vita ha trasformato in fratelli. Il finale dice che la famiglia non cancella la verità biologica, ma non ne è schiava.
* Personaggi principali
Lorenzo
48 anni. È il fratello maggiore, o meglio l’uomo che per tutta la vita è stato il fratello maggiore. Ha interiorizzato il ruolo del responsabile. Parla poco, sistema tutto, archivia, divide, classifica. La morte della madre lo ha colpito più di quanto voglia ammettere, ma reagisce cercando documenti, chiavi, fatture, successione, vendite, decisioni. Il suo conflitto profondo è scoprire che il ruolo su cui ha costruito la propria identità non era biologicamente fondato. Il suo arco narrativo consiste nel passare dalla domanda “che cosa sono io adesso?” alla scelta “sono ciò che decido di continuare a essere”.
Michele
44 anni. È il fratello minore, impulsivo, ironico, fragile, a tratti aggressivo. È quello che ha vissuto il rapporto con la madre in modo più contraddittorio. La accusava di proteggerlo troppo, ma era anche quello che più cercava la sua voce. La scoperta dell’adozione lo ferisce due volte: perde la madre e perde l’idea di essere fratello. Il suo arco narrativo consiste nel capire che non essere legato dal sangue a Lorenzo non lo libera dal legame affettivo; anzi, lo costringe a sceglierlo davvero.
Anna
La madre morta. Non appare fisicamente, se non in fotografie, video, voce fuori campo o ricordi. Deve essere una presenza fortissima. Non va idealizzata: ha mentito, ha taciuto, ha avuto paura. Ma ha anche amato concretamente. È una madre imperfetta, non una santa. La sua grandezza sta nell’aver costruito una famiglia dove non c’era sangue, ma la sua colpa sta nell’aver pensato che l’amore potesse sostituire per sempre la verità.
La signora Elvira
70/75 anni, vicina di casa o ex impiegata dell’archivio/patronato. Conosceva Anna. È un personaggio piccolo ma importante. Non deve spiegare tutto in modo didascalico; deve dare un frammento, una frase, un ricordo. Può essere colei che dice: “Vostra madre non vi ha presi perché le mancava qualcosa. Vi ha presi perché pensava che voi due vi sareste salvati meglio insieme.”
Il bambino del palazzo
8 anni circa. Figlio di una vicina. Entra nel finale. Non deve essere un simbolo troppo esplicito, ma una presenza concreta. Chiede un giocattolo promesso da Anna e innesca il gesto finale.
* 15 scene determinanti con battute principali
Scena 1 - L’arrivo nella casa della madre
Interno appartamento, mattina grigia o tardo pomeriggio.
Lorenzo è già in casa, con guanti, buste, documenti. Michele entra in ritardo con un mazzo di chiavi e una busta di cornetti.
MICHELE:
Ho portato la colazione.
LORENZO:
È mezzogiorno.
MICHELE:
Allora è una colazione resistente.
LORENZO:
Non siamo qui per fare scena.
MICHELE:
No. Siamo qui per svuotare nostra madre. Molto meglio.
Questa scena stabilisce subito il contrasto: Lorenzo funzionale, Michele emotivo. La casa non è una location neutra: è il corpo della madre.
Scena 2 - Gli oggetti dividono
Lorenzo mette etichette: “tenere”, “buttare”, “donare”. Michele prende una radiolina antica e la accende. Non funziona.
LORENZO:
Quella è da buttare.
MICHELE:
Non funziona da vent’anni. È sempre stata qui.
LORENZO:
Appunto.
MICHELE:
Tu butteresti anche le cose solo perché non servono.
LORENZO:
E tu terresti anche il dolore, se avesse una maniglia.
La battuta di Lorenzo è dura, ma rivela anche quanto conosca Michele.
Scena 3 - La fotografia della cameretta
Trovano una foto da bambini: Lorenzo tiene Michele per le spalle. Entrambi sporchi di gelato.
MICHELE:
Questa l’hai sempre odiata.
LORENZO:
Perché mi avevi appena rovesciato addosso il cono.
MICHELE:
E tu mi avevi detto che ero stato adottato dai marziani.
LORENZO:
Era una battuta.
MICHELE:
Faceva ridere solo te.
La frase, apparentemente comica, anticipa tragicamente la scoperta.
Scena 4 - La cartellina nascosta
Lorenzo trova una cartellina dietro i faldoni. La apre. Legge. Si blocca.
MICHELE:
Che hai trovato? Debiti?
Lorenzo non risponde.
MICHELE:
Lollo.
Lorenzo gli passa un foglio.
Michele legge.
MICHELE:
No!
Silenzio.
MICHELE:
No, questa è una cosa amministrativa.
LORENZO:
È un decreto di adozione.
MICHELE:
Di chi?
Lorenzo non riesce a dirlo.
MICHELE:
Di chi?
LORENZO:
Tuo.
Pausa.
Lorenzo prende un secondo foglio.
LORENZO:
E mio.
Scena 5 - La negazione
Michele ride, cammina nervosamente, apre finestre, richiude cassetti.
MICHELE:
C’è un errore. Nei comuni sbagliano tutto. Hanno sbagliato pure il mio secondo nome sulla patente.
LORENZO:
Qui ci sono due fascicoli.
MICHELE:
Allora hanno sbagliato due volte.
LORENZO:
Michele.
MICHELE:
Non chiamarmi così.
LORENZO:
Come?
MICHELE:
Come se fossi quello piccolo da calmare.
Questa scena mostra che la scoperta riattiva immediatamente i ruoli infantili.
Scena 6 - Il primo litigio vero
Michele accusa la madre. Lorenzo la difende.
MICHELE:
Ci ha mentito tutta la vita.
LORENZO:
Ci ha cresciuti tutta la vita.
MICHELE:
Non è la stessa cosa.
LORENZO:
No, infatti. È molto di più.
MICHELE:
Tu devi sempre fare il figlio perfetto.
LORENZO:
E tu devi sempre fare quello ferito per primo.
MICHELE:
Oggi ho un discreto vantaggio.
Il litigio deve essere feroce ma credibile: non urlato subito, ma progressivamente incontrollato.
Scena 7 - La frase che rompe
Michele trova i nomi delle madri biologiche: due donne diverse.
MICHELE:
Quindi non siamo niente.
LORENZO:
Non dire sciocchezze.
MICHELE:
Non siamo fratelli. Non siamo fratellastri.
Non abbiamo lo stesso sangue, non abbiamo la stessa origine, non abbiamo niente.
LORENZO:
Abbiamo avuto la stessa madre.
MICHELE:
No.
Abbiamo avuto la stessa donna che ci ha detto di chiamarla mamma.
Questa è una delle battute più dure del corto. Deve ferire anche lo spettatore, ma non deve essere il pensiero finale del film.
Scena 8 - Il cortile della memoria
I due scendono nel cortile per prendere aria. Vedono bambini che giocano, biciclette, citofoni, panni stesi.
MICHELE:
Ti ricordi quando mi hai chiuso nel sottoscala?
LORENZO:
Tu avevi rotto il mio robot.
MICHELE:
Mi hai lasciato lì mezz’ora.
LORENZO:
Cinque minuti.
MICHELE:
Per me erano mezz’ora.
LORENZO:
Poi sono tornato.
MICHELE:
Sì.
Pausa.
MICHELE:
Questo me lo ricordo.
La memoria concreta comincia a resistere alla verità biologica.
Scena 9 - L’ufficio archivio
I due vanno in un archivio comunale o in un ufficio patronato. La signora Elvira li riceve.
ELVIRA:
Vostra madre sapeva che prima o poi avreste chiesto.
LORENZO:
Noi non abbiamo chiesto. È morta.
ELVIRA:
A volte i morti rispondono con molto ritardo.
Elvira consegna un vecchio appunto di Anna.
ELVIRA:
Non posso dirvi tutto.
Ma posso dirvi questo: non siete capitati nella stessa casa per errore.
Scena 10 - La rivelazione dolorosa
Elvira legge una frase di Anna da una vecchia relazione.
ELVIRA:
“Lorenzo è un bambino intelligente, ma troppo solo.
Ha bisogno di qualcuno da amare che non sia soltanto me.”
Michele guarda Lorenzo.
MICHELE:
Quindi io ero una cura?
LORENZO:
Non lo sapevo.
MICHELE:
Ma guarda che bello. Io pensavo di essere un figlio.
Invece ero la tua terapia.
ELVIRA:
No. Eri un bambino. E lei ti voleva.
Non usate le parole per farvi più male del necessario.
Elvira non risolve la scena, ma impedisce ai due di trasformare la verità in veleno puro.
Scena 11 - Il ritorno in casa
Tornano in appartamento. Sono stanchi. Non hanno più energia per urlare.
LORENZO:
Vuoi fermarti?
MICHELE:
Dove? Questa non è più casa nostra.
LORENZO:
Lo era stamattina.
MICHELE:
Stamattina eravamo più ignoranti.
LORENZO:
Non è detto che fossimo più falsi.
Questa battuta di Lorenzo è fondamentale: comincia a distinguere tra ignoranza e falsità, tra verità documentale e verità vissuta.
Scena 12 - Il filmino
Trovano una vecchia videocassetta o un file convertito. Si vedono bambini nel cortile.
Voce di Anna fuori campo.
ANNA, NEL VIDEO:
Lollo, digli tu che domani ci sarà ancora.
Nel video, Lorenzo bambino prende Michele bambino per mano.
LORENZO BAMBINO:
Ci sono io.
Michele adulto guarda lo schermo. Lorenzo adulto si alza e spegne.
MICHELE:
Perché l’hai spento?
LORENZO:
Perché non lo sopporto.
MICHELE:
Che cosa?
LORENZO:
Me.
Questa è una scena di grande vulnerabilità per Lorenzo.
Scena 13 - Il crollo di Lorenzo
Lorenzo finalmente perde il controllo.
LORENZO:
Io ho passato la vita a fare quello grande.
Quello che capiva.
Quello che firmava.
Quello che accompagnava mamma dal medico.
Quello che non chiedeva niente.
MICHELE:
E quindi?
LORENZO:
E quindi oggi scopro che ero un bambino solo anche io.
Michele non sa cosa dire.
LORENZO:
Tu almeno hai sempre avuto il permesso di crollare.
Questa battuta può essere crudele, ma apre il dolore vero del maggiore.
Scena 14 - La lettera nella copertina dell’album
Michele trova una lettera nascosta nella copertina rigida di un album. È di Anna.
Lorenzo legge ad alta voce.
LORENZO:
“Vi ho mentito sull’origine, ma non vi ho mentito sull’amore.
Quello, purtroppo per voi, è stato vero.”
Michele si siede.
MICHELE:
Purtroppo per noi?
LORENZO:
Lei scriveva così quando aveva paura di sembrare sentimentale.
MICHELE:
Lo so.
Per la prima volta dicono entrambi “lo so” riferendosi alla stessa madre.
Scena 15 - Il campanello
Suona il campanello. Un bambino del palazzo chiede del trenino promesso da Anna.
BAMBINO:
La signora Anna aveva detto che me lo dava quando voi sistemavate casa.
Michele è irritato.
MICHELE:
Adesso non è il momento.
Il bambino fa per andare via.
Lorenzo prende lo scatolone dei giocattoli.
LORENZO:
Aspetta.
Michele lo guarda.
MICHELE:
Che fai?
LORENZO:
Non lo so.
Porta lo scatolone in corridoio.
Scena 16 - I giochi nel corridoio
Altri bambini si affacciano. Michele all’inizio resta sulla soglia, poi trova una macchinina rossa.
MICHELE:
Questa no.
LORENZO:
È rotta.
MICHELE:
Appunto. È mia.
LORENZO:
Era mia.
MICHELE:
L’hai detto anche quando avevamo dieci anni.
I due sorridono appena. Non è riconciliazione completa, ma è una crepa nella rabbia.
Scena 17 - Le targhette
Michele trova due targhette della vecchia cameretta: LORENZO e MICHELE.
Lorenzo le guarda.
LORENZO:
Una la tieni tu, una io.
Michele prende una piccola scatola di legno dei giochi e inchioda entrambe le targhette sopra.
LORENZO:
Che fai?
MICHELE:
Così almeno qualcuno saprà che qui c’eravamo in due.
Lorenzo guarda la scatola.
LORENZO:
No.
Michele teme un’altra lite.
LORENZO:
Che qui siamo cominciati in due.
Silenzio.
Questa è la vera chiusura emotiva.
Scena 18 - Finale aperto ma compiuto
I bambini scendono le scale con alcuni giochi. Lorenzo e Michele restano nella casa più vuota di prima.
MICHELE:
Allora che siamo?
Lorenzo non risponde subito.
LORENZO:
Stanchi.
Michele ride appena.
MICHELE:
Intendevo noi.
Lorenzo prende una delle fotografie da bambini e la mette nella tasca interna della giacca.
LORENZO:
Non lo so ancora.
Pausa.
LORENZO:
Però domani torno.
Michele annuisce.
MICHELE:
Porto la colazione?
LORENZO:
È meglio se porti il pranzo. Tanto arrivi tardi.
Michele sorride.
MICHELE:
Fratello stronzo.
Lorenzo lo guarda. La parola resta nell’aria.
LORENZO:
Fratello e basta.
FADE OUT.
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